Una sera d’aprile… Intervista Impossibile ad Antonio De Curtis, in arte Totò

Ogni anno, di questo mese, c’è l’usanza, per chi ne è amante, di scendere di sera e andare a passeggiare.

Ci sono alcuni luoghi, freddi al tatto e alla vista, che rappresentano corridoi morti in cui si passa solo per giungere in altri luoghi. Al contrario, ci sono posti che, come scrigni, conservano tutto; spugne urbane che trattengono odori, sapori, voci e ricordi, pronte a restituirli alla prima sensibilità più acuta che, ignara, si trova a passare.

Questa zona non fa paura, nemmeno di notte.

Quando cala il sole sembra di fare un salto all’indietro nel tempo, ci si guarda intorno e si è abbracciati da palazzi che hanno sorretto epoche intere, scenografia naturale di un ricordo che solo di notte si fa vivo. La “sagliuta d’o presepio” o delle “sconocchie”, come si usa dire, è un lungo serpentello che attraversa questo quartiere, dicono porti a Capodimonte, ma a me piace pensare che porti ancora più su. Intorno a me ci sono bassi, palazzi storici ed edicole votive. Tutte le finestre dei palazzi sono chiuse nei loro balconi, tranne una. La casa è vuota, dalla finestra aperta si intravede una controsoffitta decadente grazie alla luce del lampione che rimbalza su una lapide sbiadita.

Tutto d’un tratto vedo da lontano un’ombra avvicinarsi. Stongo scetato, dormo o è fantasia?

Antonio De Curtis, in arte Totò

Il buio avvolge questa figura che, raccolta nel suo lungo cappotto, cammina a passo svelto ed esegue un rituale che è sempre lo stesso: cerca nella tasca un sacchetto, appena trovato lo appoggia con cura dinanzi una porta, bussa e fugge via, tornando nel buio dal quale è uscito. La scena si ripete per ogni basso, per ogni finestra che dà sulla strada, e questo benefattore dalla curiosa forma passa velocemente da un lato all’altro della strada finché non alza lo sguardo e incrocia i miei occhi. Per un attimo la luce lo accarezza e lo vedo. Vedo precisamente quella forma del viso che nasconde il ricordo di una vecchia scazzottata, storta come la comicità della vita quotidiana che si nasconde dietro un piccolo sguardo, una piccola risata. «Ma lei…» e vengo subito interrotto da una voce calda, con una lieve cadenza. «Abbassi la voce, non si faccia sentire. Mi segua». Ci allontaniamo quanto basta per poter parlare, disperdendoci in un dedalo di vicoli e traverse, fermandoci davanti alla luce fioca di una delle tante edicole votive. «Sa – mi dice – è il mio impegno di ogni sera, almeno quando sto a Napoli. Questo è il mio quartiere, a lui devo i miei natali e la mia crescita. È giusto che appena mi è possibile, sia io ad aiutare lui». Un attimo di silenzio lo rubo per guardarlo: è proprio lui, il Principe. «Quella è una storia lunga» sorride, come se mi avesse letto nel pensiero. «Nasco povero, figlio di N/N e avevo bisogno della mia rivalsa. L’ho ricercata e l’ho ottenuta». Non posso non approfittare di questa inaspettata disponibilità, al contrario di quanto si dice in giro del suo carattere. Ho la domanda pronta, sto per fargliela e… «Lo so, si sta chiedendo perché le sto parlando. Vuole così? Glielo dico. Non ho un bel carattere e gli altri non mi piacciono, intendo le persone, mentre sto sereno solo con i miei cani. Lei mi sembra un giovanotto per bene e poi mi ha colto in flagrante». Mille sfumature che partono dal teatro, fino ad arrivare al cinema, alla poesia. Me lo deve spiegare, devo capire. «Non parli, già so cosa mia vuole chiedere. A prescindere dall’ambito io amo recitare, lo faccio da sempre, sin da quando, appena bambino, recitavo la messa nella camera di mia madre improvvisandomi prete. Il teatro è stato il primo amore, poi è arrivato il cinema. Di quest’ultimo non mi va di parlarne, lì il protagonista è l’altro – fa una smorfia alludendo al suo celebre alter ego – quello con la bombetta non mi piace e, soprattutto, le sembrerà strano, non mi fa ridere. La poesia, invece, nasce da un’esigenza di comunicare che, forse, nella vita quotidiana non riesco ad esprimere. Per questo scrivo».

Peccato che per rendere immortale qualcuno bisogna aspettare che questo muoia, che lasci in eredità ricordi cementati e intangibili. Lo guardo sarcastico, con l’angolo del sorriso inarcato ed esprimo consenso; lui non mi ricambia, è impassibile e malinconico. «So cosa sta pensando, ma cosa si aspettava?» inarca le spalle, «Io, da parte mia, non mi aspettavo nulla. Se uno è innamorato di una donna non è detto che questa lo ricambi, o che almeno lo faccia immediatamente. Così è con la mia città. Almeno io appartengo ad una generazione che con facce, smorfie e bombette ha portato in giro una vera rivoluzione culturale, concreta, fatta di persone che vivevano d’arte. Il paradosso è che l’arte, oggi, sembri degradi gli artisti, ai quali viene concessa un’effimera denuncia vista e rivista. Cosa vuole farci, amico mio? È il prezzo del progresso che paga il mondo, la città, un quartiere. Ecco, il mio quartiere sembrerebbe un discorso interessante ma è evidente che la cultura non è ancora così forte da frenare i colpi di rivoltella, anche se piano piano qualcosa si sta muovendo. Finchè sarà così non mi interessa di essere ricordato, il museo possono risparmiarselo».

Milioni di pensieri mi oltrepassano la testa, avrei domande da fare e opinioni da chiedere. Lui se ne accorge, ma questa volta devo essere più veloce. Intanto ha cambiato espressione, alza gli occhi e con un sorriso beffardo esclama «Si fermi giovanotto, che qui ogni limite ha una pazienza!».

La risata mi fa chiudere gli occhi, mentre un raggio di sole attraversa il vicolo. Mi asciugo le lacrime e mi accorgo di trovarmi da solo di fronte all’edicola votiva.

Possibile sia stato tutto un sogno? Mentre torno ripercorro il tragitto fatto di notte, finchè non giungo sotto quel balcone scarno sulla salita “delle sconocchie”. Un grido di felicità interrompe i miei pensieri, una signora ha aperto il basso e ha trovato il sacchetto che qualcuno gli ha lasciato durante la notte.

Un nuovo giorno è nato nel quartiere Sanità.

di Savio De Marco

About Salvatore De Marco

Salvatore De Marco nato il 18/10/1992 a Napoli. Tutti lo conoscono come Savio De Marco. Diplomato al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Napoli. Laureando presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II in Scienze Politiche. Ama l’arte, la filosofia e la scrittura e il teatro, appassionato di cinema e fumetti. Coordinatore e Regista di una compagnia amatoriale teatrale “Pazzianne & Redenne” formata totalmente da giovani. Milita in un’associazione culturale “ViviQuartiere Napoli” attiva nella riqualificazione del nostro territorio.