Tammurriata nera: la canzone perfetta

Tammuriata nera

Sono sempre stato persuaso che possa esistere la canzone perfetta, non l’unica canzone perfetta, ma una tra tante che, mescolando ritmo e parole, calore e colore, crudezza e poesia, realtà e fantasia, gioia e dolore, pianto e riso ti cambia il modo di vedere le cose. Tammuriata Nera è tutto questo. É una canzone perfetta. Lo è nella costruzione, nella composizione musicale e letteraria e nella esecuzione.

Questa “Tammurriata”, come Ciro, di cui racconta, nasce incoscientemente a metà, per completarsi nella sua identità dopo aver attraversato l’infanzia e l’adolescenza, dopo le risatine e le offese. Ciro è nato niro, ma è “napulitano chiu ‘e me ed è meglie ‘e te” e la sua vita lo chiarirà.

La madre “nunn’è ‘na zoccola”, è una donna di coraggio e d’amore, e Ciro lo capirà. Sì, quello sguardo che la condusse tra le braccia del soldato afroamericano dai denti bianchi come le lenzuola e dalla pelle nera come il tizzone spento, era amore, anche se le lenzuola non erano così bianche e il tizzone ardeva ancora. E chi lo dice che l’amore è casto? Quella era passione e sensualità. E chi lo dice che fu un momento sudato nella controra o un timoroso appuntamento a tarda notte? Era stata una storia lunga un giorno. Le promesse non furono fatte. Ma tutto fu vero. Anche il diritto di non cercarsi.

Questa nuova generazione di “neri a metà” cresciuti musicalmente dallo swing di Renato Carosone e Fred Buscaglione, dalle melodie della nuova canzone italiana di Domenico Modugno e dalle fioriture mediorientali di Sergio Bruni segnerà principalmente con il blues ed il rytm’n’blues di James Senese e Mario Musella, una nuova canzone napoletana.

“Tammuriata Nera” viene scritta nel 1945 da due principi della canzone napoletana Edoardo Nicolardi l’autore, tra l’altro, di Voce ‘e notte ed E.A. Mario, autore de La canzone del piave, uno dei “Quattro Moschettieri” della canzone classica napoletana, insieme a Di Giacomo, Bovio e Murolo. La canterà Vera Nandi, poi Murolo e Carosone, ma è l’interpretazione arabeggiante di Sergio Bruni che svezza “Tammurriata Nera” e la depone nella fantasia geniale ed istintiva di Eugenio Pragliola, detto Cu ‘e Lente per i grandi occhiali che indossava che la completa con la seconda parte, quella che inizia con le “segnurine” di Capodichino che fanno l’amore con i marocchini (i saraceni di “Michelemmà”).

E così si fondono la ricercatezza linguistica e la complessa sceneggiatura dell’intellettuale borghese del ’45 con l’istinto e l’immediatezza del cantore popolare di strada del ’65. Ascoltandola, alla fine degli anni sessanta, nell’arrangiamento di Roberto De Simone e nell’esecuzione della NCCP (Nuova Compagnia di Canto Popolare) le due parti sono inscindibili, si completano, l’una ha bisogno dell’altra.

Nella versione definitiva della NCCP la tammorra e le nacchere hanno un ritmo tribale, una pulsazione binaria in battere e levare che richiama l’Africa ed il Medioriente, il luogo da cui gli schiavi sono stati presi e portati nel nuovo mondo, influenzando, a loro volta, lo sviluppo della musica occidentale con il blues (dolore), il jazz ed il rock’n’roll (ribellione) nel Nord America e con la samba e la bossanova in Sud America.

….Ndùmmè Ndùmmè Ndùmmè: quel ritmo è inquietante e minaccioso, ci avverte che sta succedendo qualche cosa o forse è già successo. Il “negro” ha fatto un giro lungo, dal continente africano a quello americano, ed è tornato ed è successo qualche cosa ma non si riesce a trovare una spiegazione. Anzi la spiegazione non la cerchiamo perché “’o criature niro” non lo accettiamo, anche se gli dai un nome da bambino bianco noi non lo accettiamo e lo rifiutiamo.

E qui arriva il passo topico.

La comprensione e l’amore della cultura napoletana, la grande tolleranza di questa città temperata da millenni di storia. Il parolano dice: “Embè parlammo, pecché, si raggiunammo, chistu fatto nce ‘o spiegammo!”

In un secolo in cui l’intolleranza ed il totalitarismo nega l’uomo, il parolano (Napoli) parla di discussione e di confronto riconoscendo il diritto a tutti a far parte di una comunità, anche a chi ha la pelle nera.

Insomma una canzone perfetta come la trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Uno, due e tre? Uno, due e tre! Ma allora se la perfezione è di tre e le parti di Tammuriata Nera sono due, quella di Nicolardi/Mario del ’45 e di Pragnola del ’65, manca la terza parte per chiudere questa perfezione, manca quella del 2000, quella che parla di barconi tra l’Africa e l’Europa, quelli che partono pieni e arrivano vuoti.

Chi la scrive questa parte?
“Embè parlammo, pecché, si raggiunammo, chistu fatto nce ‘o spiegammo!”

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 159 Luglio 2016