Strategia del terrore, l’infamia dei mandanti e l’ignoranza degli esecutori

Terrorismo Barcellona

La matrice dell’attentato a Barcellona e di tutti gli attacchi terroristici di questi ultimi anni è senza dubbio l’odio, un sentimento che per essere coltivato ha bisogno di terreno fertile. Gli Stati predatori hanno concimato a piene mani il terreno di coltura degli estremismi per indebolire e distruggere i princìpi su cui fonda l’Europa. A fronte di un arretramento territoriale e di una disgregazione dell’autoproclamatosi Stato Islamico, le cosiddette “cellule dormienti”, rispondendo alle farneticanti incitazioni jihadiste da parte del Califfato, o Daesh come viene attualmente denominato, hanno eseguito la loro sentenza di morte in una città che non rappresenta solo una nazione, ma è metafora della cultura occidentale, simbolo di un’Europa che con i trattati di Parigi del 10 febbraio 1947, ha ripudiato la guerra quando, è bene ricordarlo, le nazioni firmatarie  si impegnarono a prendere tutte le misure necessarie per garantire alle persone al di sotto della loro giurisdizione, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, il godimento dei diritti umani  e delle libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione, di stampa e pubblicazione, di culto, di opinione politica e di pubblica riunione.

Alla strategia del terrore, figlia dell’infamia dei mandanti e dell’ignoranza  degli esecutori,  bisogna rispondere tutelando la grandezza della nostra cultura la memoria della nostra dimensione europea ed esprimere una nuova coscienza di cittadinanza planetaria che investa in maniera sempre più capillare le politiche educative e formative. Perché le vittime di Barcellona avevano 35 nazionalità diverse e sono oggi più che mai il simbolo di una vocazione all’accoglienza, al dialogo, all’inclusione necessaria per uno svolgimento naturale della storia. Bisogna rileggere il passato per comprendere il presente e salvare il futuro.

Più dialogo e scambio in materia di sicurezza e di contrasto ai traffici illegali, meno rappresaglie politico-economiche tra gli Stati Europei e una maggiore incidenza dell’ONU e dell’UNESCO sono la risposta alla minaccia che mira alla destabilizzazione dello “status quo” attuale. È necessario fare sistema e combattere con strategie adeguate, strutturate e incisive. Non basta esprimere solidarietà e alzare di un punto lo stato di allerta. Per chi ha il compito di decidere le sorti degli altri è questo il tempo di cominciare a parlare un linguaggio comune partendo dai costrutti dell’educazione alla Pace.
È un’emergenza educativa planetaria, una sfida epocale che chiama in causa una novella Paiedia che intervenga per avviare quel processo attraverso il quale la nostra società globalizzata giunga a possedere gli strumenti per affrontare criticamente i conflitti, osservandoli con la dovuta distanza emotiva e con consapevolezza critica.
Le stragi del terrorismo di matrice jihadista non è neanche più giusto definirle “islamiche”, perché culturalmente  gli attori del terrorismo  sono lontanissimi dai precetti della religione che usano invece come alibi per innescare rancorosi sentimenti di odio diffuso che viene spesso impropriamente descritto come uno scontro di civiltà. La nostra è un’eredità culturale  intrisa di  modelli pensanti, siamo progenie di filosofi, umanisti, animatori di saperi letterari, scientifici ed artistici che non può cadere nella trappola di una fazione minoritaria di incoscienti che potrà essere arginata solo non cedendo al ricatto della paura.
La sfida del terzo millennio è proprio questa, non cadere in facili giudizi, ma informarsi, approfondire, capire le strategie dei destabilizzatori per non essere facili prede di sentimenti che non rappresentano affatto la nostra storia millenaria.

di Angela Mallardo

Tratto da Informare n° 173 Settembre 2017

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