Napoli – 28 Settembre 1943, la strage del Maranese

Quante storie nasconde questa città, in ogni piazza, in ogni vico e vicariello, qualcuna poco conosciuta, qualcuna ormai perduta

Tra queste c’è una storia che stava finendo nel dimenticatoio e che Francesco Ruotolo, consulente speciale alla Memoria della Terza Municipalità (Stella – San Carlo all’Arena), è riuscito a recuperare ed ha voluto raccontare in esclusiva ad Informare.

Giungiamo dapprima dinanzi l’ingresso della Porta Piccola del Bosco di Capodimonte ove pochi mesi fa Ruotolo nota un’epigrafe in marmo posta dal Comune di Napoli in occasione del 73° anniversario delle Quattro Giornate (27-30 settembre 1943). Questa targa racconta di un sacrificio di alcuni cittadini durante le Quattro Giornate, senza fare nomi ed identificando San Rocco come luogo dell’accaduto.
Parte così la sua ricerca. Percorrendo Via Miano, dopo 1 km e mezzo dall’epigrafe, arriviamo sull’omonimo Ponte, fatto saltare dai nazisti nella notte tra il 28 e il 29 settembre. Siamo in Via Miano 99, ultimo numero del quartiere Stella-San Carlo, oltrepassandolo comincia Miano. Da qui già si scorge su una collinetta Villa Manfredi, più conosciuta come il Maranese, alle cui spalle si estende una sconfinata tenuta agricola in un vasto triangolo tra Capodimonte, Miano e Piscinola. È qui che avvenne la vicenda, località Bellaria e non a San Rocco, come recita la targa, che si trova a due chilometri di distanza.

Percorriamo le sette rampe della collinetta e arriviamo all’imponente villa del Maranese, tutt’oggi abitata. Qui oltre 30 soldati italiani, calabresi e siciliani, reduci di guerra si nascosero dai nazisti.
Dai grandi finestroni ovali i bambini dai 5 ai 9 anni che vivevano nella villa di campagna, si affacciavano per vigilare l’eventuale arrivo delle truppe naziste, che cercavano gli oltre trenta giovani reduci di guerra, per lo più calabresi e siciliani, per catturarli e deportarli.

Così quando il 28 settembre arrivarono i soldati tedeschi, tutti, abitanti e ospiti, furono avvisati e riuscirono a mettersi in fuga, dileguandosi nella campagna. Tutti meno sei anziani, che data l’età non riuscirono a scappare. I sei furono presi e giustiziati insieme in quella terra. Sei, tra i tanti martiri delle Quattro Giornate.
Fu tale Mastrecchia a fare la spia, un fascista, un ladruncolo che fu colto in flagrante rubare delle mele nella tenuta agricola e che per vendetta segnalò ai nazisti la presenza dei trenta reduci. Ma anche la vendetta degli abitanti del Maranese non tardò ad arrivare: il Mastrecchia fu preso, portato nella tenuta e ucciso a bastonate.
All’ingresso del villino vediamo una porta chiusa, al cui interno si trova una piccola cappella. Ruotolo ci spiega che fu posta qui una targa che ricordava l’eccidio, ma dopo che l’allora papa Pio XII consigliò agli italiani di dimenticare le atrocità della guerra ed evitare di raccontare storie raccapriccianti, i proprietari del Maranese tolsero la targa e la posero all’interno della cappella per non vederla e perché bisognava cominciare a dimenticare. Ma noi, che non vogliamo dimenticare, apriamo (con non poca difficoltà) quella porta ed entriamo nella cappella, impolverata, piena di ragnatele, e scorgiamo la targhetta nascosta per troppo tempo. Una targa decisamente più esaustiva che sarebbe potuta essere utilizzata al posto di quella “generica” di Porta Piccola.

 

C’è una storia nella storia che va raccontata

Alla guida di quei bambini c’era Anna Marciano, una coraggiosa quanto graziosa fanciulla di appena 9 anni, la prima ad avvistare i tedeschi in avvicinamento e a dare l’allarme. Proprio Michele, il fratello di Anna, è stato a raccontare nei dettagli la strage del Maranese a Ruotolo.

Crescendo Anna inizia ad amare la scrittura ma, ostacolata dal padre, è costretta ad abbandonare la sua vocazione. Poi il suo difficile matrimonio, il trasferimento a Cecina (LI), dove trova un posto di lavoro stabile che gli consente di riunirsi ai suoi figli. Intanto diviene attivista nell’UDI (Unione Donne Italiane), convinta militante femminista scrive per “Noi Donne”, il settimanale alfiere dei diritti della donna, impegnandosi a distribuirlo su tutto il litorale livornese. In pensione ritorna più spesso a Napoli per riabbracciare le sue amiche di sempre e scrivere i ricordi fissati in un Diario, le cui ultime pagine scritte pochi giorni prima di finire narrano proprio la storia dell’eccidio del Maranese. Ed è emblematico che quelle siano state le sue ultime memorie, per troppo tempo nascoste da Anna. Il 3 ottobre del 2013, l’ultimo episodio della sua vita: quel suo bagno fuori stagione, quando il mare le diede l’ultimo abbraccio portandola via per sempre. Ma Anna con la sua vita sempre in difesa dei più deboli da vera partigiana e femminista ha lasciato a tutti una storia, la Sua storia, che merita di essere ricordata e onorata.

di Fulvio Mele
Reportage fotografico a cura di Gabriele Arenare

About fulvio mele

Fulvio Mele: Ventenne Giornalista Pubblicista da Marzo 2016 e Vicedirettore di Informare da Giugno dello stesso anno. Diplomatosi al Liceo Scientifico R. Caccioppoli di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II. Entra nell'associazione "Officina Volturno" nell'agosto 2013. Esordisce come giornalista nel mensile di ottobre 2013, scrivendo una rubrica sui libri, "Leggi che ti passa". "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta entrandoci dentro, aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha ; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"