Società, politica e cultura: la storia delle colonie

Architettura Colonia

Dallassistenzialismo alla propaganda

Sembra lontano il tempo in cui medici, insegnanti e religiosi, si cimentarono nella realizzazione del progetto “socio-sanitario” dedicato all’infanzia ed alla fanciullezza delle colonie ottocentesche. Nate nella prima metà dell’800, volevano essere il luogo in cui i fanciulli potessero sfuggire al caos dell’industrializzazione. In seguito al proliferare di malattie come la tubercolosi, molte colonie venivano definite con il nome di “ospizi curativi”, nei quali i bambini venivano sottoposti a trattamenti sanitari. Solo in Italia, nel 1919 congiuntamente dal Ministero dell’interno e dal Ministero dell’Istruzione, viene menzionata una distinzione definitiva tra la Colonia e l’Ospizio. La prima come luogo di prevenzione affidata ad uno stile di vita sano. Il secondo come luogo di cura.  Durante il ventennio fascista la situazione mutò. È indubbio che il regime nei suoi primi anni abbia visto nelle colonie la vera prima forma di manipolazione delle masse. La gestione delle colonie passa dai privati nelle mani del fascio: non a caso si prediligevano l’educazione e la disciplina di tipo militare. Le strutture passarono da un centinaio nel 1926 a circa quattromila nel 1936. Gli ospiti aumentarono da decine di migliaia a centinaia di migliaia e furono divise tra “colonie montane e colonie marine. Si percepisce “lo scopo” oltre “la funzione”.

Al di là dell’architettura

Prima che agli educatori, per forgiare i giovani fascisti italiani, il compito più importante fu affidato agli architetti. L’architettura aveva il compito di plasmare il paesaggio urbano realizzando luoghi in cui in ogni angolo, in ogni dettaglio, in ogni ambiente si potesse percepire il sunto di un concetto politico-sociale-culturale. Dalle facciate agli ambienti interni, dalle cucine alle camerate per finire agli spazi aperti, ogni cosa era razionale, semplice e di tipico richiamo alla severità ed all’ordine. Per materiali, colori e motivi, qualunque sia l’edificio e se pur differente nella forma plastica, resta in ognuno identica ed indelebile la sua essenza.

Esempi oggi

Migliaia sono stati gli esperimenti architettonici per tutta la penisola. Forse il più grande scheletro di cemento abbandonato è quello della “Colonia Marittima Costanzo Ciano”, costruita nel 1937 e progettata da Mario Loreti. Altri, invece, furono abbattuti. Per la mole e la superficie occupata alcune di queste strutture sono state convertite in strutture alberghiere come la “Colonia Marina Fiat Edoardo Agnelli”, progettata da Vittorio Bottino nel 1935. Altro sempio interessante può è la “Colonia Marina XXVIII ottobre” progettata da Clemente Busiri Vici nel 1932. Questa, ricevette enorme interesse da parte della critica; fu un primo esempio di Futurismo Italiano e negli anni 80 venne destinata al “Centro Internazionale Giovani”. La “Colonia Montana IX Maggio” di Torino invece, figlia di Gino levi Montalcini, prese vita nel 1938 ma nel 2006 fu trasformata nel “Villaggio Olimpico” per le olimpiadi invernali. 

Conclusioni

Quando ci si affaccia alla scoperta di un periodo storico, gli elementi che vengono fuori sono svariati. Quella Italiana è una delle storie più ricche del mondo. Dall’inizio dell’era industriale abbiamo assistito a trasformazioni in ogni campo e il tema delle colonie è un esempio lampante. Storia, cultura, società, politica, architettura, arte, sanità e psicologia tutte racchiuse in un unico elemento. Pensate con scopi nobili, trasformate in fabbriche di coscienze, abbandonate come materia senz’anima. Da quando lo Stato ha deciso di spogliarsi di quelli che erano i patrimoni inutili, molte di queste strutture sono finite nel dimenticatoio, trascinandosi dietro la storia loro e di chi le ha vissute. Dimenticare è impossibile ma ridestinare (ove possibile) è necessario. Abbattere per restituire alla natura lo spazio che le appartiene, ristrutturare gli edifici più moderni per scopi commerciali e sociali. Per case popolari, ospedali o scuole. Ridare vita ad architetture in letargo latente.

di Raffaele Gala

Tratto da Informare n° 174 Ottobre 2017