San Luca, testa e cuore di “mamma ‘ndrangheta”

San Luca Calabria

Nel paesino calabrese nessuno si presenta alle elezioni da 5 anni

Il paesino si chiama San Luca. Provincia di Reggio Calabria. Meno di 4 mila anime. Lo trovi alle falde dell’Aspromonte. Se dovessi spiegare a qualcuno di che cosa campa la gente perbene di questo posto, direi, se non conoscessi bene ogni remoto anfratto di questa terra, che sono perlopiù contadini, pastori e soprattutto operai della forestale. Quando non si parlava di ‘ndrangheta e lo Stato centrale pur di non parlarne inondava di denaro questa e altre regioni del Sud, le società regionali che gestivano gli operai che curavano la montagna più inaccessibile d’Italia erano le più importanti agenzie di collocamento al lavoro. Carrozzoni della politica, strumenti per procurarsi consenso ed occupare le istituzioni locali, piegandole talvolta ad interessi privati o criminali. Fino al 2010 solo a San Luca c’erano 1009 operai forestali. Che cosa facessero, quale fosse il loro utilizzo, non è dato sapere. A fine mese, però, portavano a casa uno stipendio. Ora gli operai assunti sono 250.

Il datore di lavoro si chiama Calabria Verde, una sorta di agenzia regionale che si occupa di ambiente. La crisi economica morde sulla carne viva dei calabresi. E allora chi si fa carico di far mangiare tutte le famiglie dell’Aspromonte, della Piana e della Locride? Ci pensa Mamma ‘ndrangheta, questo è il nomignolo poco edificante affibbiato a San Luca. Questo paesino tranquillo, dove non si vota da 5 anni perché nessuno si presenta alle elezioni, per gli inquirenti è la testa e il cuore dell’organizzazione mafiosa più potente economicamente, militarmente e politicamente del Vecchio continente. Nulla accade nei cinque continenti e in Italia, dove è presente la ‘ndrangheta, se non lo decide la cupola della mafia calabrese che si riunisce ogni anno, a inizio settembre, in occasione della festa della Madonna di Polsi, sull’Aspromonte. Nel Santuario di Polsi.

Luogo inaccessibile dove arrivano a piedi migliaia di pellegrini devoti ogni inizio settembre per l’adorazione della Madonna di Polsi. La chiamano, con una punta di blasfemia, anche la Madonna della ‘ndrangheta. È qui, in questo luogo sacro, dicono gli inquirenti, che è nata la ‘ndrangheta del terzo Millennio. Quella risorta dalle ceneri della organizzazione mafiosa che negli anni ’70 lucrava con l’industria dei sequestri di persona. Quando l’Aspromonte era (lo è ancora) un santuario inaccessibile, inviolabile, usato per nascondere i sequestrati, gestirli. Sequestri miliardari quelli della cosiddetta “Anonima di San Luca”. Tra gli anni ’70 e gli anni ’90, questa società criminale “Anonima” , dal rapimento del miliardario americano Paul Getty a Roma a quello del giovane Cesare Casella a Pavia, ha gestito con successo decine di sequestri miliardari. Una industria, quella dei rapimenti, che a San Luca ha fruttato all’organizzazione mafiosa più di 250 miliardi di vecchie lire dal 1970 al 1990.

Poi con le norme sul blocco dei beni delle famiglie dei sequestrati, gli affari della mafia calabrese cambiarono direzione. I boss cominciarono a dedicarsi alla droga. Sono i calabresi che mettono assieme in poco tempo somme incredibili che investono in acquisto di cocaina che frutta loro milioni di euro. Sono loro che la fanno arrivare nel vecchio continente. La immagazzinano tra Gioia Tauro (il Porto è fondamentale per i business di ‘ndrangheta), la Piana, l’Aspromonte e la Locride. La coca viene tagliata con altre sostanze dai chimici dell’organizzazione e venduta all’ingrosso alle altre mafie e al dettaglio sui mercati dei calabresi nel nord Italia. A proposito di cocaina: ricordate bene questo nome. Rocco Morabito. Fissatelo nella vostra mente. Ha 51 anni. Da 21 è latitante. Figura nell’elenco dei most wanted del Viminale (al numero 1), eppure tutti sanno chi è il mafioso Matteo Messina Denaro, il camorrista Marco Di Lauro, pochi conoscono il pedigree criminale di Rocco Morabito detto u’ Tamunga, perché ama le auto Munga. Natali ad Africo (Reggio Calabria), feudo della cosca di Peppe Morabito, ’u Tiradrittu, con il quale è imparentato pur facendo parte di un altro ramo dei Morabito.

A giudicare da quello che dicono gli inquirenti, che non riescono ad acciuffarlo, è tra i più potenti narcotrafficanti al mondo. Inonda di cocaina metropoli come Milano e ha rapporti di amicizia diretti e consolidati con Ismael Zambada García, detto El Mayo del Cartello Sinaloa (Messico), Rafael Caro Quintero sempre Cartello Sinaloa (Messico), José Adán Salazar Umaña, detto el Diablo del Cartello Texis (El Salvador), Dario Antonio Úsuga del cartello dei Los Urabeños (Colombia). Rocco Morabito è assieme a questi uomini nella cupola dei signori della droga del mondo. Sono loro che decidono prezzi, mercati e produzioni della cocaina su scala mondiale. Parliamo di un affare globale, da miliardi di dollari.

di Paolo Chiariello (Caporedattore SkyTG24)