Se le forze del bene si dividono è un assist alla camorra

Roberto Saviano divide, spacca la città. Non esistono vie di mezzo e compromessi tra chi gli punta il dito contro e chi, invece, considera i suoi libri un’occasione per alimentare il cambiamento di una società. Si sta delineando una terra di confine dalle cui sponde non ci si intende sporgere per cercare punti di incontro. Raccontare la camorra a Napoli significa essere miope al cambiamento che la città sta vivendo o consapevole dell’influenza delle realtà criminali nei quartieri napoletani? La risposta, in realtà, non dovrebbe essere univoca; per Saviano “quello che non funziona intorno a te lo puoi trasformare solo raccontandolo, non negandolo né tantomeno minimizzandolo”. C’è chi parla invece di infangamento e “sputtanapoli”, relativamente agli scritti, agli articoli, ai libri e alla produzione della serie tv “Gomorra” con cui Saviano campa ma con i quali non ha la pretesa di essere totalizzante. “È come se un pezzo di paese si sentisse in colpa pensando che le cose non siano solo così come sono raccontante nei miei libri. Questo è ovvio – afferma Saviano – ma in una parte della città ci sono ancora le stese e si spara con armi da guerra. È in nome delle meraviglie della nostra terra che si nutre la volontà di raccontare l’ombra e la contraddizione. C’è una specie di riflesso condizionato quando si parla di Napoli: Curzio Malaparte, ad esempio, scrisse un libro bellissimo sulla Napoli del secondo dopoguerra: “La pelle” che fu vietato. Addirittura il Comune fece un decreto per cui i librai non dovevano esporre questo libro. Persino Edoardo veniva accusato di guardare solo la Napoli dello scempio e della povertà”. Tuttavia, lo scrittore napoletano gioca spesso sul bello che non racconta, provocando e accendendo ulteriormente la polemica creatasi intorno al suo personaggio.

Che libri ed opere d’arte stimolino un dibattito culturale è sempre positivo ma nel caso di Roberto Saviano si stanno trasformando confronti produttivi in polemica spicciola. Si contesta più il contenuto dei suoi libri per il taglio che è stato loro conferito e meno sulle questioni per le quali entrano in merito. Basterebbe pensare che è tutta questione di metodo. La camorra la combatti coi libri e nei tribunali, con la cultura ed una sana società civile. Saviano è unicamente uno scrittore, un intellettuale, uno studioso che lo si vuole, e forse gli conviene, recintare in questo limbo tra realtà e narrazione criminale.

La produzione della serie televisiva Gomorra ha marcato ulteriormente quella linea di confine che ha indotto Saviano a esprimersi in merito: “Spesso mi chiedono dove sia la luce e la speranza in questa serie. Innanzitutto nel talento straordinario degli attori. Togliere la luce e il bene, non mettere il giudice o il giornalista, è una scelta artistica, non etica, perché costringe lo spettatore a porsi dal punto di vista dei criminali, stare dentro la testa di quel personaggio, capire quanto di lui c’è dentro di te e quanto di te in lui, riscontrando dinamiche di potere che si avvertono in ufficio, in famiglia, dinamiche umane che dentro il crime assumono una posizione più radicale. Non ti identifichi: anzi, quando tu inizi a tifare per uno di loro ad un certo punto fa un gesto talmente schifoso che perdi l’empatia”.

Saviano smentisce la possibilità di bistrattare Napoli, per lui si tratta esclusivamente di arte e spettacolo: “il mondo non pensa che Gomorra possa far implodere Napoli o l’Italia ma immediatamente si percepisce che è una realtà che si trova in Messico, in Argentina, negli USA, ovunque ci hanno proposto remake. Abbiamo reso la nostra terra un racconto universale, fatto di meccanismi, facce, violenza e la potenza nasce quando tu decidi di misurarti con te stesso. Noi facciamo vedere come funziona una piazza di spaccio: come si fa ad aprire, come si montano i pali, come si contano e dividono i soldi, come si frulla la roba. Tu quando fai vedere i meccanismi vedi la schifezza, vedi da vicino che la morte fa schifo e il modo infame in cui vive questa gente: case orrende, ansia perenne e pochi soldi”.

Conoscere è l’inizio per capire e trasformare ma le parti di questa sempre più marcata linea di confine sono troppo distanti nonostante il fine ultimo sia lo stesso per tutti: un controsenso, un vero e proprio paradosso, se si immagina la rete di forze che si creerebbe se si agisse in sintonia e si polemizzasse un po’ di meno.

Di Fabio Corsaro

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!