Rischio sismico ed erosione dei litorali

Il geologo Franco Ortolani fa il punto della situazione

Abbiamo intervistato il prof. Franco Ortolani in merito a tematiche ambientali verso cui attualmente c’è forte attenzione, primo fra tutti il fenomeno dei terremoti che sta da tempo interessando l’appennino centrale.

Professore, cosa sta accadendo in termini tecnico-scientifici, al centro Italia ? I terremoti possono essere previsti in qualche modo ?
Dalla pianura padana a Reggio Calabria, lungo l’appennino, si concentra la fascia territoriale entro cui avvengono le deformazioni causate dal movimento tra continente europeo e continente africano. Sono due grandi masse che si spostano e la fascia d’urto è nel centro dell’Appennino. La fascia è larga 20/30 km e lunga oltre 1.200 km e si possono avere movimenti compressivi oppure distensivi. La crosta al di sotto di noi, nei primi 10/15 km, è interessata da queste continue deformazioni. È stato così per centinaia di migliaia di anni e lo sarà finché i due continenti non cambieranno tipo di assestamento. Questa zona di deformazione è segmentata da fratture crostali perpendicolari che individuano frammenti di 20/30 km. A causa dell’energia tettonica, le rocce si deformano finché non si crea la rottura. Questa zona di rottura innesca così un riassestamento delle zone contigue. Grazie a questa segmentazione, in Italia i terremoti di magnitudo 8 e 9 che si hanno ad esempio in Giappone non possono avvenire. Parlando dell’Italia centrale, il primo spostamento del 24 agosto ha innescato un riassestamento. Purtroppo i terremoti non possono essere previsti, anche perché non ci sono stati investimenti in ricerca su questo.

Ritiene che questa serie di scosse, nella fattispecie, siano anomale o rientrino in una serie normale, rispetto alla situazione che si sta verificando ?
Rispetto alla situazione è normale, rispetto alla nostra conoscenza può sembrare anomalo.

Si può affermare scientificamente che in questi tronconi di 20 km può essere calcolata una magnitudo massima di 7 – 7,5 ?
Sì, dai grandi studi cominciati dopo il terremoto del 1980, si è potuto appurare questo. Quindi se queste faglie perpendicolari all’Appennino continuano ad avere un ruolo non si dovrebbero avere terremoti più forti. Comunque, si potrebbero muovere anche contemporaneamente due faglie oppure un tratto e poi quello vicino, ma ciò non è prevedibile. In Irpinia dopo il terremoto sono stati fatti interventi nei centri abitati, mentre in zone come Matese e Beneventano, dove non ci sono stati terremoti recenti, non è stato fatto nulla.

Parliamo dei Campi Flegrei e del “Deep Drilling Project”, che vede il coinvolgimento anche dell’Osservatorio Vesuviano: cosa ne pensa ?
Dietro tale progetto c’è quello internazionale della realizzazione di centrali geotermiche e in questo caso della centrale geotermica di Agnano. Fare una perforazione di quel tipo per acquisire dei dati è alquanto discutibile. Si, queste centrali ci sono in tutto il mondo, ma non in zone tanto popolate come la zona flegrea, anzi. In Islanda, Cile e USA esse sono poste in zone assolutamente deserte.

I rischi derivanti dalla realizzazione di una centrale del genere nei Campi Flegrei quali sarebbero ?
Il primo effetto sarebbe connesso alla generazione di nuova sismicità. I fluidi che si estraggono da circa 1.000 metri di profondità sono ricchi di elementi pericolosi per la salute umana. Sarebbero estratti, utilizzati e ripompati giù e questo fluido re-immesso in profondità andrebbe a spostare quello che c’è, con conseguenze imprevedibili. Ad Agnano un incidente sarebbe devastante e questo progetto costituirebbe una sperimentazione, non sarebbe supportato da tecniche consolidate. Niente in contrario all’energia geotermica, ma bisogna tener conto del territorio. A Ischia, dove si vive di turismo, non è pensabile fare una cosa del genere.

Fino al 1984 nei Campi Flegrei ci sono stati importanti movimenti di sollevamento, e dall’84 al 2005 il contrario. Cosa dobbiamo aspettarci in futuro ? Potrebbe verificarsi un effetto domino con conseguenze anche sul Vesuvio ?
Le aree sono comunque separate. Vi sono tre caldere separate: quella dei campi flegrei, quella di Ischia e quella del Vesuvio. Studiammo i fenomeni dell’83-85 vedendo l’incidenza del tipo di substrato, rilevammo i dati e notammo che la terra, man mano che si sollevava, si allontanava, si apriva. Il professore di scienze delle costruzioni Luciano Nunziante vide che la deformazione indotta da questo movimento del suolo portava la struttura al limite del collasso: sarebbe bastato un terremoto di magnitudo 4 per farli collassare. Per Pozzuoli ci vuole una legge anti bradisismo, che includa soprattutto le fondazioni.

L’ultima domanda riguarda l’erosione costiera del Litorale Domitio. Qual è la situazione ? E cosa si sta facendo in termini di prevenzione ambientale, in tutti i settori ?
Dal 1999 sono stati fatti studi e pubblicazioni al riguardo e ciò che si sta verificando sul litorale si sta verificando anche sul lato adriatico a in altre parti del Mediterraneo. Ci si chiede se la causa sia l’attività umana o un’evoluzione naturale in cui l’uomo si inserisce. Individuata la causa, si possono proporre rimedi conoscendo i limiti che si avranno nei risultati. Ricostruendo l’evoluzione delle aree archeologiche lungo la costa, ci rendemmo conto che negli ultimi 2.500 anni nelle pianure costiere e sul litorale sono intervenute diverse modificazioni sostanziali, tutte nello stesso intervallo di tempo di 150/200 anni. Ricostruimmo quindi un’evoluzione ciclica dell’ambiente climatico: ogni 1.000 anni, a partire da 2.500 anni fa si sono succeduti periodi molto piovosi, dopo 500 anni periodi che lo erano molto meno. Negli ultimi secoli la morfologia del Volturno è cambiata non poco: si nota, dalle carte a disposizione, che c’è stato un aumento della terra emersa di 500 metri ogni 50 anni. Fino al 1950 circa abbiamo un periodo di tranquillità, dopodiché si vede che la spiaggia va in sofferenza: il mare sposta più sabbia di quella che ne arriva. E la terra comincia ad arretrare. L’uomo nel frattempo inizia i suoi interventi: briglie, dighe ecc… Questa fase erosiva si fermerà in conseguenza di condizioni climatiche e di interventi effettuati dall’uomo. La spiaggia del Volturno, per far sì che non ci sia erosione, necessita di 100-200 mila metri cubi annui di sedimenti. Attualmente ne arriva un decimo! Ci vorrebbero piogge continue, o un intervento diretto dell’uomo, fatto con criterio, perché di certo la tendenza del litorale è quella di finire sempre più in acqua. Facendo scogliere sommerse si diminuirebbe un po’ la violenza del moto ondoso, ma il problema non si risolverebbe. Oltretutto a queste barriere va fatta manutenzione. Insomma, i problemi sono di ampia portata e difficile risoluzione anche perché l’ignoranza diffusa sulle conoscenze ambientali gioca un ruolo non trascurabile. La prevenzione purtroppo è qualcosa di scarsamente applicato in Italia.

di Valeria Vitale

 

A rischio il serbatoio naturale di acqua potabile dei Monti della Maddalena

“La Regione Campania e la Basilicata blocchino subito le attività petrolifere sui Monti della Maddalena, risorsa idropotabile strategica per i cittadini di oggi e di domani”. E’ il grido d’allarme che il Geologo Franco ORTOLANI indirizza alle istituzioni campane e lucane per scongiurare il potenziale pericolo di inquinamento di questo importantissimo acquifero naturale fondamentale per l’approvvigionamento di acqua potabile e per l’irrigazione del Vallo di Diano, della Val d’Agri e della Piana del Sele. Il Ministero dell’Ambiente , infatti, in questi giorni sta esaminando l’ ISTANZA DI PERMESSO DI RICERCA DI IDROCARBURI IN TERRAFERMA “MONTE CAVALLO”, avanzata dalla Compagnia Petrolifera SHELL che ricade proprio sul serbatoio idrogeologico naturale costituito dai Monti della Maddalena che si trovano al confine tra la Campania e la Basilicata e che sono costituiti da rocce fratturate e carsificate con cavità sotterranee ed inghiottitoi dove l’acqua piovana e quella derivante dallo scioglimento della neve si infiltra e cade direttamente in falda alimentando le sorgenti naturali con 4.000 litri di acqua potabile al secondo. “La stessa ENI-SCUOLA, grande multinazionale del petrolio” – ci informa il Professor ORTOLANI – “parla della delicatezza di questi serbatoi e che la tutela dell’acqua potabile è incompatibile con un’attività del genere al di sopra di essi. Si provi ad immaginare cosa comporterebbe l’accidentale rottura di un tubo o di un oleodotto in questo serbatoio dove l’inquinante andrebbe direttamente in falda”. I comuni interessati da questo permesso di ricerca petrolifera, a differenza dello Stato, hanno ben compreso il pericolo, pertanto, stanno portando avanti una serie di iniziative tese alla tutela di questo bene prezioso proponendo l’istituzione del Santuario dell’Acqua Potabile dei Monti della Maddalena, sarebbe il caso che anche le istituzioni sovracomunali intervengano per costringere lo Stato a cancellare per sempre il permesso MONTE CAVALLO. Siamo di fronte ad una compagnia petrolifera che difende un proprio interesse privato ed una struttura pubblica che dovrebbe intervenire per tutelare un bene prezioso come l’acqua potabile. “Se tutto è talmente semplice che lo capirebbe anche un bambino allora perché si continua su questa strada?”, conclude con amarezza il Geologo.

di Girolama (Mina) Iazzetta

 

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