Laddove si spense l’umanità, il mio viaggio ad Auschwitz

Bastava un dito e un sussulto della mano di un medico delle SS a decidere il destino di una persona, verso una morte di asfissiante agonia o, ancor peggio, condannata a sopravvivere in un campo di concentramento, dove circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, avrebbero perso la vita.
II mio viaggio ad Auschwitz inizia da Cracovia durante una fredda giornata di metà aprile. L’impatto è immediato, lacerante: la Bahnrampe, la rampa dei treni dove arrivavano i convogli dei deportati, corre dall’orizzonte delle campagne circostanti fino ad oltrepassare l’ingresso del campo, che ci instilliamo nella mente con le immagini dei libri e i pixel del web. “Auschwitz” è un suono che rimbomba sempre forte nell’immaginario collettivo di una società che è cresciuta nell’intolleranza dell’apologia nazista ma che ancora conserva scorie di quell’ideologia. Oggi il campo di concentramento e di stermino Auschwitz-Birkenau è un patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’UNESCO, proprio in quel luogo dove le logiche umane e l’indulgenza verso il prossimo cessavano di esistere. Auschwitz non sarà mai un palliativo per la memoria, piuttosto il terreno più fertile, dove giacciono le ceneri dei corpi cremati, per alimentare le culture e le generazioni del domani a decontaminarsi dal germe razziale che tutt’oggi infetta la nostra società.
La morte deve avere la forma di un vagone lungo circa dieci metri, come quello che scaricava centinaia di anime, spesso esanimi, all’ingresso del campo, oppure delle macabre pozze di fango per liberarsi della “polvere” che si accumulava nei forni dopo le cremazioni; o ancora, dei giacigli di legno sovraffollati che caratterizzavano le camerate delle baracche dove si moriva quotidianamente di freddo o si finiva per infettarsi di qualche epidemia mortale.
Le rovine che si trovano nel campo sono la testimonianza della volontà nazista di eliminare le prove dello sterminio, inconfutabili però al cospetto di una storia segnata per sempre. Nei blocchi di mattoni rossi si conservano, invece, gli inganni che quella Germania tese e perpetrò nei confronti di ebrei, omosessuali, rom e disabili. Questi, ignari, come fossero dei semplici traslochi di residenza, caricavano le loro valige di cartone con rasoi, pennelli da barba, stoviglie o talled, lo scialle di preghiera della ritualità ebraica. Migliaia di questi oggetti sono conservati nei blocchi del campo, insieme alle altrettante paia di occhiali e scarpe delle vittime e con le tonnellate di capelli delle donne, raccolti dopo averle uccise nelle camere a gas.
Tra le tante teche di vetro in esposizione, alcune conservano quei granuli di colore bluastro impregnati di acido cianidrico e utilizzati per disperdere nelle false docce quel gas che portava alla morte migliaia di persone in una manciata di minuti. Le scatole di latta dello Zyklon B rientrano tra i più significativi simboli dell’Olocausto.
Non è insolito vedere fuori le camerate gente commossa o in preghiera. Ad Auschwitz inizi un viaggio nella storia che non finirà mai, che si percuoterà sulla tua coscienza, sulle continue domande che ti porrai senza mai ottenere risposte, sulla memoria, quella visiva sicuramente, sulla percezione di alcune dinamiche che regolano il nostro mondo e che creano nuove minacce non così diverse da quei campi di concentramento, laddove si spense, ancora una volta, questa strana cosa chiamata umanità.

Reportage a cura di Fabio Corsaro

Questo slideshow richiede JavaScript.

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!