“Il regista scrive con la macchina da presa”

Due film da girare a Napoli, “Gesualdo da Venosa” e “I figli di Gomorra” questi i due titoli in mente a  Mimmo Calopresti, regista di 61 anni, documentarista e attore calabrese, ma torinese d’adozione.  .
Impaziente e carico d’entusiasmo per i due nuovi lavori che lo attendono. Non vede l’ora di tornare a Napoli per lavorare, lui stesso non capisce i suoi colleghi napoletani che fuggono dalla loro città quando invece ci si lavora meglio che altrove. Per Mimmo, Napoli è l’unica vera metropoli italiana.

In “Gesualdo da Venosa” si racconta la storia di un genio della musica e al contempo assassino, per aver ucciso platealmente la moglie Maria d’Avalos e il suo amante Fabrizio Carafa, esponendone poi i cadaveri sullo scalone del suo palazzo in piazza San Domenico Maggiore. Gesualdo è considerato il precursore della musica d’avanguardia, è un genio ancora oggi venerato, a cui è stato dedicato il più importante teatro di Avellino e il conservatorio di Potenza.

La storia ha ispirato anche altri registi come Bernardo Bertolucci e Werner Herzog. Di Gesualdo hanno scritto anche Torquato Tasso e Anatole France. E non si contano naturalmente i musicisti che si sono ispirati a lui o che gli hanno reso omaggio. Anche Franco Battiato ci ha scritto una canzone.

Mimmo Calopresti vede la vicenda di Gesualdo da Venosa come una storia punk, pienamente calata nel Cinquecento, vicenda a tinte fosche, mescolate a oscurantismo e libertinaggio. I protagonisti sono giovanissimi e hanno alle spalle diversi matrimoni e anche figli. Gesualdo uccide per vendicare l’offesa e la passa liscia, come accadeva regolarmente in Italia fino a una cinquantina d’anni fa: il delitto d’onore… quindi il genio, il potere, l’amour fou e anche il femminicidio. Sullo sfondo di una Napoli magnifica capitale. Storia immensa.

Il secondo progetto sarà un documentario, “I figli di Gomorra”. Il titolo è provvisorio. Racconterà i ragazzi dei Quartieri e della Sanità, che fanno i baristi, i garzoni, spesso hanno il proprio genitore in galera e forse avvertono il fascino dei soldi facili, della violenza, della camorra. Ma magari non fanno il passo definitivo, stanno con un piede dentro e uno fuori.

Per Mimmo Calopresti a Napoli non solo si lavora, ma si vive meglio che in altre città. A suo dire c’è un senso di comunità che altrove manca. È l’unico posto al mondo in cui la città si fa teatro della vita di tutti. Si va avanti insieme, tutti gli strati sociali, tutte le generazioni, si sta insieme senza divisioni né settarismi. Sul sindaco Luigi de Magistris dice che ha uno stile originale: non va confuso con i populisti alla Beppe Grillo, che invece trovo detestabili, riesce a tessere alleanze inedite, a sperimentare, a contenere le tensioni, a dialogare. Ha un linguaggio spesso demagogico, che però si accorda con la lingua barocca che è di tutta la città.

di Antonino Calopresti

calopresti.antonino@libero.it