Il recupero dei Regi Lagni, un’occasione mancata

Dalle antiche paludi del Clanio alle «paludi burocratiche» dell’Italia di oggi. Questa, in estrema sintesi, la parabola dei Regi Lagni, la cui storia è stata al centro di un incontro che si è tenuto lo scorso 7 aprile a Salerno, a cui ha partecipato, tra gli altri, il Commissario straordinario Arpac Stefano Sorvino. Occasione per discutere dell’attuale degrado degli alvei di epoca borbonica è stata la presentazione di un volume scritto da Alfonso De Nardo. Ingegnere, De Nardo è stato Commissario del Consorzio di bonifica del Basso Volturno. Questo libro dunque nasce, per sua stessa ammissione, dalla sua esperienza personale. “Storie di lagni” – questo il titolo del volume – svela, nella scrittura dell’autore che si definisce un «tecnico-burocrate», una vena ironica che del resto può esprimersi facilmente nel raccontare i paradossi di un territorio che fu la Campania Felix degli antichi.

«La storia dei Regi Lagni – ha ricordato De Nardo – è fondamentalmente la storia di una parabola, di cui sono protagoniste indiscusse le acque». Punto zero della parabola è l’antica valle del Clanio, paludosa e in alcune aree invivibile. A partire da questa distesa acquitrinosa, le opere idrauliche costruite dapprima in epoca vicereale, e poi in epoca borbonica, furono in grado di creare un fertilissimo giardino descritto da innumerevoli viaggiatori, Goethe tra tutti. Dal punto più alto di questa parabola, tra Settecento e Ottocento, si precipita nel secondo dopoguerra agli anni dell’urbanizzazione selvaggia e si ritorna al punto zero di oggi. L’area che contiene il reticolo di alvei coincide oggi, pressappoco, con quella che rischia di passare alla storia come la “Terra dei fuochi”: una vasta area pianeggiante occupata in buona parte dall’affollata area metropolitana che si dispiega tra Napoli e Caserta. Eclissato, almeno per ora, il miraggio di riqualificare questa pianura secondo il modello del recupero del bacino della Ruhr in Germania, le cronache dei roghi di rifiuti e degli sversamenti tossici l’hanno resa famigerata agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e non solo. Significativo dunque il sottotitolo dell’opera: “Dalla Campania Felix alla Terra dei fuochi. Contributi alla storia della non trasformazione di un non territorio’”. Il neocommissario Arpac, che è stato tra l’altro segretario generale dell’Autorità di bacino della Campania Centrale, ha parlato di «trasformazione negativa, di processo di degrado, piuttosto che di “non trasformazione”.

La moltiplicazione dei manufatti costruiti sul territorio, a partire soprattutto dagli anni Sessanta, ha provocato una impermeabilizzazione crescente del suolo, senza che si provvedesse a potenziare in maniera adeguata le infrastrutture idrauliche». Però la radice del problema è da cercare nell’urbanizzazione incontrollata di tutta l’area, con poteri pubblici incapaci di governare lo sviluppo del territorio.

«Oggi è estremamente difficile progettare e realizzare interventi organici di risanamento e riqualificazione» ha osservato Sorvino. «Il policentrismo e la frammentazione delle competenze istituzionali creano spesso un groviglio inestricabile, a cui si aggiunge l’asfissia finanziaria di cui soffrono alcuni soggetti attuatori, ad esempio i Consorzi di bonifica, che attualmente sono diventati protagonisti più virtuali che reali della difesa del territorio». Anche qualora, con finanziamenti straordinari, si riuscisse a eseguire un progetto di risanamento, risulterebbe comunque difficile assicurare, successivamente, la necessaria manutenzione delle opere realizzate. Nel corso dell’affollato dibattito, che si è svolto nel Palazzo della Provincia, sono intervenuti i docenti universitari Paolo Villani (ingegnere idraulico) e Alessandro Dal Piaz (urbanista), oltre ai giornalisti Edoardo Scotti e Massimiliano Amato, con un saluto iniziale del vicepresidente della Provincia Luca Cerretani.

Parlando di opere realizzate senza programmare la successiva manutenzione, è facile citare la celebre griglia realizzata alla foce del canale principale dei lagni: trattiene i rifiuti presenti in acqua, ma dopo un po’ si intasa perdendo la sua funzione di filtro. Se pensiamo al groviglio delle competenze e alla paralisi istituzionale, viene in mente il caso dell’alveo dei Camaldoli: sono disponibili fondi per la risistemazione dell’alveo, ma è impossibile spenderli per l’opposizione della Soprintendenza. E così via. Nel libro sono raccontati molte di queste vicende, che in alcuni casi diventano emblemi perfetti dell’Italia che non funziona.

di Luigi Mosca | info@arpacampania.it

Fonte Arpa Campania