La “Passione” di Jaufre Rudel di Blaia tra Libero Bovio, Teresa De Sio, Pino Daniele

Jaufre Rudel

«Teresa ti posso confidare una cosa?» Teresa mi fa un sorriso gne-gne. «Però solo a te», preciso. «Non lo devi dire a nessuno». Mi guarda ora tra il curioso e lo spazientito. «Me lo giuri? Va beh… va beh… ho capito….vado avanti». si era proprio spazientita.

E comincio a parlarle di cose notturne, diurne, diuturne, astri, cieli stellati sopra di me, leggi morali dentro di me, Kant, Bakunin, Leopardi, Schiller e poi arrivo al dunque.

Ci sono delle canzoni (o i testi di alcune canzoni) che sono talmente belle ma talmente belle che se dico bellissime qualcuno mi può rimprovare – ma non tu Teresa – di non aver detto «che sono più belle delle belle perchè sono belle belle belle belle e dire bellissime non è l’esatta misura anzi non è  il superlativo appropriato» e, quindi, sono talmente “belle belle belle belle” che ti perdi e non sai più di cosa stiano parlando… una donna… un’idea… un dio… una lotta… tu non lo sai perchè la donna può essere un idea o l’amore una lotta o il dio “solo” un’idea.

Battiato di chi o cosa parla ne “La cura”? Marco Luberti nel testo di “Margherita” di Cocciante? Ed ancora il catanese nel brano “E tivengo a cercare”?

Ecco “Passione” di Bovio rientra in questa tipologia questa “Passione” tu non sai per chi è? Perchè l’estasi in cui ti pone la lontananza o potremmo dire l’assenza (vedi non sappiamo di che stiamo parlando) ti fa perdere la cognizione del tempo e la profondità del sentimento che provi.

Un anno? ci pensi un anno? È incredulo l’uomo della passione. È passato tutto questo tempo.

Per capirci “Passione” deriva dal latino passio, derivato di passus, participio passato di pati “soffrire”.

Ed è un delirio di dolore e di sofferenza vero. Lui o Lei dice che “la croce non pesa” ma pesa e lo dice solo per non farla sentire in colpa (pensa un pò).

È un delirio che ti manda in uno stato surreale come puoi stare con una febbre a 42 su un letto zuppo di sudore:  “Te voglio, te penso, te chiammo, te veco, te sento, te sonno”. Sei in allucinazione ed hai un dolore nell’anima così forte che diventa fisico.

Anche la morte o la lontananza di un figlio o di una madre può alimentare questo “appassionamento” che il testo di Bovio descrive bene. Non ci si rassegna a quella “croce“, pesa tanto. La sua morte o la sua assenza è un veleno che ti entra nelle vene.

“La tua versione, Teresa, è la più particolare ed azzeccata, esalta questi sentimenti”. La versione più delirante – come è la passione – rispetto a tutte le altre interpretazioni di Mina, Murolo, Bruni, Sastri, Pavarotti.

La passione è un sentimento culturale.

Qualifica in modo definitivo il soggetto e l’appassionato determina a sua volta la tipologia della passione stessa cioè il sentimento. Il sentimento ed il soggetto vanno in mutuo soccorso, comune ardor. La passione dei napoletani è qualcosa di travolgente, ingenuo e illusorio ma è la “passione napoletana“. Ed è qualcosa di preciso. Non esiste la “Passione barese“, la “Passione veneziana” o la “Passione milanese“. Qui intendo la passione con le virgolette, per antonomasia. Turturro ha usato il termine per il titolo del più bel film musicale su Napoli “Passione” del 2010. Al pari di “Carosello Napoletano” di Ettore Giannini del 1954.

Poi ci sta la “Passione di Cristo” che è fisica e spirituale. Non a caso Mel Gibson usa questo sentimento per il suo film su Gesù di Nazareth (The Passion of the Christ, 2004).

Eppoi c’è la “Passione definitiva”. Quella del poeta e trovatore francese di lingua occitana Jaufre Rudel. S’innamorò di un’idea di donna (idea… donna… stiamo sempre là). Aveva sentito parlare di Melisenda, figlia del re Baldovino II di Gerusalemme, da alcuni pellegrini di Antiochia di Siria. Non la conosceva ma la sentiva: gli aveva preso la passione, E la passione ti porta al delirio come scrive Bovio. Jaufre compone e gli dedica versi e canzoni, si fa crociato (“comme pesa sta croce”) e parte per l’Oriente, si ammala e viene portato a Tripoli da Melisenda che lo aspetta sulla spiaggia fenicia dove lui – finalmente – la vede e la stringe fra le sue braccia. Il poeta tedesco Heine scrive che le sue ultime parole sarebbero state “Mia per la prima e per l’ultima volta, nella realtà”.

Si sente qualcosa della “sceneggiata napoletana” ma è molto di più o di meno o perlomeno di accostato. Infatti il cavaliere Odo de Milly – che era presente avendolo trascinato sull’arenile libico – gli avrebbe sentito sussurrare all’orecchio della principessa le parole che quasi mille anni dopo Bovio riportò nella famosa canzone:

Cchiù luntana mme staje,
Cchiù vicina te sento.
Chisà a chistu mumento
Tu a che pienze? Che faje?
Tu mm’hê miso ‘int’ ‘e vvene
‘Nu veleno ca è doce.
Nun mme pesa ‘sta croce
Ca trascino pe’ tte!

È il tema dell’amor de lonh letteralmente “l’amore lontano”. L’amore è qualcosa di irragiungibile, nell’amor cortese l’amante si affina spiritualmente e intellettualmente cercandolo. La donna è una visione: una madonna nei cieli o rinchiusa in un castello o lontana nell’altra parte del mondo.

L’anelito è la didattica dell’amore, la passione la sua sintassi.

La passione è compagna di strada, è l’ardore che va utilizzato con cognizione di cose fisiche, sentimentali e religiose.

L’appassionato di Bovio è delirante – per la sofferenza della pena d’amore – ed ubriaco – perchè il vino allevia – arriva a fare un voto alla “Madonna della neve” affinchè lo guarisca da quella febbre d’amore (per chi o per cosa? una donna…. un idea… un dio… una lotta… ) offrendo oro e perle.

Aggio fatto ‘nu vuto
 Madonna d’ ‘a Neve:
Si mme passa ‘sta freve,
Oro e pperle lle dò!

E dobbiamo dire che la “Madonna della neve” ha una chiesa dedicata sulla riviera di Chiaia poco prima di svoltare l’angolo che porta su alla alla salita di San Filippo. La madre della passione cristiana è raffigurata in un quadro sull’altare in piedi, senza bambino, col manto azzurro e le mani giunte tra quattro angeli. La tela fu trafugata in occasione dei restauri del terremoto del 1980 e ricomparse nel santuario alcuni anni dopo, nel 1985. Misteriosamente.

Si racconta che quando i ladri seppero che la Madonna oltre alla parentela con il figlio di Dio – cosa evidente – era anche quella della canzone di Libero Bovio – cosa non immediatamente evidente – si affrettarono a rimetterla al suo posto.

Un particolare per chi ama Pino Daniele. Vi è un passaggio molto indovinato sulla solitudine individuale sui “pensamenti tra se e se” quando dice

…E cammino, cammino,
Ma nun saccio addò vaco!
I’ stò sempe ‘mbriaco
E nun bevo maje vino…

che ricorda un passaggio della canzone “Cammina Cammina” (da Terra Mia, 1977) quando fa

….e cammina o vicchiariello
…E cammina, cammina vicino ò puorto
e chiagnenno aspetta a’ morte 
sotta a’ luna nun parla nisciuno 
sotta a’ luna nisciuno vo’ sentì…

Insomma Teresa che ti devo dire? Una delle canzoni napoletane più famose di tutti i tempi, scritta da uno dei 4 moschettieri della canzone classica napoletana Libero Bovio – gli altri tre sono Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo ed E. A. Mario – per la Piedigrotta del 1934 con le musiche di Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente, cantata da Vittorio Parisi, uno degli ultimi a cantare senza microfono.

 

 

La canzone classica napoletana, quella che oggi conosciamo, nasce a cavallo tra il 1800 e il 1900 – in pieno romanticismo e senza disperdere le tematiche dei trovatori e dei trovieri della Francia medievale – grazie al contributo di poeti veri che si dedicarono al genere: la poesia musicata. Un carattere che porta al superamento di villanelle e tarantelle o canzoni operistiche dei secoli precedenti. Quindi il contributo dei grandi poeti è stato fondamentale.

È il caso di precisare che i termini di trovatore e trovieri è connesso al termine tardo-latino “tropare” con il quale si indica “l’arte di inventare rime su una melodia già esistente o, al contrario, di rivestire un testo poetico con una nuova melodia”: trovatore, trovieri, autori classici della canzone napoletana, cantautori del XX secolo.

La canzone napoletana classica è in anticipo di almeno un secolo rispetto alla canzone leggera del novecento. Sia in quella italiana che in quella internazionale. In quella italiana questo avviene solo dalla fine degli anni 50 con la scuola genovese grazie alle imitazioni dei “francesi” come Jacques Brel o George Brassens o degli “americani” Bob Dylan e Leonard Cohen (grandissimo).

Accanto a quei 4, e tenendo da parte Ferdinando Russo e Vincenzo Russo, va posto Pino Daniele, il nostro “Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan” che si unisce ai moschettieri quasi un secolo dopo.

«Teresa, tu canti appassionata assai i versi di Libero Bovio – un capolavoro -, la musica di Tagliaferri e Valente – una meraviglia – ma la “Passione” di Jaufre Rudel di Blaia è un miracolo. E mo’ nun fa gne-gne».

di Vincenzo Russo Traetto