Ordine degli architetti pianificatori paesaggisti conservatori della provincia di caserta

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L’ARCHITETTO, padrone della tecnica e fautore della bellezza, deve recuperare il suo ruolo sociale di operatore culturale, intuendo le trasformazioni del suo tempo. Quale regista del processo creativo e costruttivo, è responsabile dell’interpretazione e della risposta alle esigenze, materiali e immateriali, della contemporaneità. È responsabile della qualità del suo lavoro e delle ripercussioni dello stesso sulla collettività, qualunque sia la scala progettuale e l’ambito di intervento.
L’architetto non è un lusso evitabile.

IL PROGETTO architettonico è il procedimento logico-scientifico teso all’individuazione di forme, organizzazioni e azioni finalizzate alla creazione degli spazi e degli oggetti per le attività umane. È tra le più alte espressioni della complessità intellettiva dell’uomo per l’uomo. Esso risponde a necessità più o meno esplicite della committenza, ma, tale risposta, valida hic et nunc, non può prescindere da fattori ambientali né essere avulsa dal locus.
Il processo progettuale appartiene, soprattutto, alla sfera creativa, nella quale fantasia, sentimento, necessità e tecnica si fondono in elaborazioni grafico-descrittive. È pertanto il risultato di una serie di esigenze, contingenti e intellettuali. L’architettura si impone nella vita dell’uomo condizionandola. In tal senso, il progetto non sfugga al senso civico e non si allontani dall’idea che una buona architettura influenzi la società. Lacoerenza è il suo risultato vincente.

L’ETICA nella professione dell’architetto raccoglie i doveri e gli obblighi indirizzati al perseguimento di obiettivi collettivi, espletati attraverso la validità e la lealtà del proprio operato. La qualità e il merito, non i fatturati, diventino, pertanto, i fattori discriminanti per tutti i progetti e le gare pubbliche; il concorso ne regoli l’accesso.
Anche quando il problema è la sopravvivenza, il comportamento etico è una necessità sociale imprescindibile.

L’ESTETICA è obiettivo primario dell’architetto che deve produrre e diffondere la cultura del bello – il bello come luce del vero – sfatando l’idea che essa sia superflua e costosa.
L’estetica deriva dalla modulazione della luce, che disegna lo spazio e lo riempie di significato, dal giusto equilibrio delle parti e dei rapporti tra pieni e vuoti, dalla sua immanenza materiale, dalle condizioni di vita assicurate ai fruitori, dall’immediata riconoscibilità della sua identità. La sconfitta della bellezza è la sconfitta dell’architettura. La sua immagine corrotta e declinata in sistemi dom-ino, assunti come facile preda del veloce costruire, dichiara il fallimento di un tema cardine del linguaggio moderno, determinando la decadenza del gusto estetico e l’assenza dell’architetto. Occorre, pertanto, trasformare l’architettura dequalificata, tramutarla nel bello, enfatizzando gli elementi che la compongono e facendo in modo che una metamorfosi rispettosa si impadronisca dell’edilizia. L’intento è restituire agli elementi primari il loro decoro, sottolineando il concetto che, proprio nella loro semplicità, si cela la reale bellezza in verità e qualità. La bellezza non sia soltanto un valore per chi la crea, ma, soprattutto, per chi la vive.

LA PREESISTENZA è l’insieme di elementi appartenenti a epoche diverse che, per determinati motivi naturali e non, connotano il paesaggio, formando lo spazio. La loro specificità, il valore e l’immanenza universale innescano il mutuo dialogo tra le parti.
Compresa la sostanza di tale complessità, la preesistenza diventi, nel progetto, il piano d’appoggio da cui partire e distaccarsi, attraverso un lessico contemporaneo, che non sia imitazione, ma che si orienti verso la prosecuzione di una continuità spaziale e formale.
Affinché questo sia univocamente richiesto dalla committenza e proposto dagli architetti, si educhi a ciò che è stato sedimentato nella memoria collettiva, al suo rispetto e ai nuovi lessici: valea dire all’architettura.

IL PAESAGGIO assolve una funzione strategica vitale: è fonte di risorse, è produttività, è casa e habitat per l’uomo. L’uso dissennato del territorio induce a una nuova consapevolezza. Che si faccia riferimento a un paesaggio immateriale, di tipo percettivo-sensoriale, o a un paesaggio reale, dai caratteri fisico-ambientali, è indubbio che esso sia materia viva, ha propri ritmi ed equilibri che influenzano la qualità della vita dei luoghi e che sono influenzati dall’interazione umana. L’architetto deve considerare discipline plurali per poter leggere le caratteristiche dei molteplici paesaggi e intervenire, contemperando le necessità di trasformazione con quelle di tutela. Tale acquisizione, affiancata da una valida programmazione territoriale, sia la base dell’intervento progettuale, rivolto alla ricerca dell’equilibrio armonico tra uomo e natura.

LA CITTÀ è un organismo pulsante costituito da relazioni, flussi ed entropie: una realtà mobile, in continuo divenire. Essa si deforma e si conforma, propagandosi sotto la spinta vitale di informazioni, di relazioni e di interconnessioni che si instaurano al suo interno e si espandono all’esterno. Tessuto materiale della realtà immateriale, la città si trasforma e si adatta ai modi di vivere e fruire lo spazio e ne induce di nuovi. Tali trasformazioni agiscono sull’idea di città, intesa come entità individuale, favorendo la fusione tra realtà un tempo separate e lontane, e tendendo alla formazione di entità urbane policentriche e multiculturali. L’architetto è chiamato a esplicitarne l’essenza, recuperando ciò che è stato cancellato e ricercando nuove forme che assecondino e accolgano le sempre mutevoli esigenze di spazio e di relazioni. Smetta l’architettura di esibire esclusivamente se stessa! La sua bellezza, slegata dal contesto, è una manifestazione vacua, estranea o, addirittura, ostile.

LA SOSTENIBILITÀ – abuso verbale degli ultimi anni – nasce dall’esigenza di garantire alle generazioni future gli stessi diritti di quelle attuali, presentandosi come fenomeno globale e in tal senso va indagata, analizzata e poi assimilata. Ogni comunità ha una sua storia, una sua evoluzione culturale che nel tempo si è espressa anche attraverso le architetture dei luoghi. L’architettura non può rientrare nella logica degli standard internazionali, trasformando gli edifici in prodotti dell’immagine, creando città derubate e denudate della propria identità. Le conseguenze dell’attività edilizia richiedono un adeguamento del modello produttivo e l’adozione di strategie che tengano conto di un uso consapevole di risorse, tecniche, riciclo e riuso dei materiali. In tale accezione, l’architettura accolga la sfida dei mutamenti in atto, senza dimenticare di preservare la continuità e servendosi delle tecnologie come mezzo e non come fine della ricerca
architettonica.

LA MULTICULTURALITÀ è dialogo tra forme, linguaggi, luoghi, funzioni e si sviluppa nella capacità della città di gestire sia le relazioni primarie sia le relazioni transitorie.
L’architetto, pertanto, è chiamato a riflettere sui contenuti sociali e collettivi della propria cultura, considerando anche le espressioni eteroctone. È questa la risposta per far coincidere l’architettura con la realtà dei luoghi e permettere la creazione di nuovi strumenti espressivi e modalità di ragionamento, che vedano l’uomo e non solo le forme, al centro dello spazio urbano: luogo concavo di confronto e incontro. La programmazione e la progettazione urbana puntino a un’organizzazione armonica degli spazi e delle persone che li vivono, e considerino la diversità una delle risorse più grandi da cui attingere per favorire l’evoluzione e la crescita multiculturale.

LA CONTEMPORANEITÀ è compresenza nello stesso tempo e nello stesso luogo di elementi e realtà diverse. In un’epoca in cui l’architettura ha perso il suo carattere di firmitas temporale, per diventare un bene di consumo suscettibile al continuo cambiamento, la contemporaneità esprime più che mai la sua natura instabile e magmatica. Il recupero del duplice ruolo dell’architettura, intesa come espressione del suo tempo e luogo costruito per resistere nel futuro, diventi il fine dell’architetto e della collettività. Colmando la tradizionale distanza che esiste tra ricerca architettonica e costruzione reale del paesaggio, l’architetto si riappropri della sua responsabilità di autore contemporaneo e ritrovi il rigore teorico.