Il Nuovo Braccio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nuovo Braccio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Quando si dice che Napoli è una città ricca di sorprese, è vero. Non molti sanno che non solo la città tramanda ricchezze ma esiste una storia più recente che risale ad ottant’anni fa e che nessuno conosce. C’è un pezzo di Napoli “del mondo” di cui molti non sono a conoscenza. Sull’area di un’antica necropoli della greca Neapolis si estende una struttura dalle dimensioni mastodontiche. Un capolavoro architettonico, uno dei palazzi monumentali più belli di Napoli: il Museo Archeologico Nazionale. Si articola su cinque livelli per circa 60.000 mq ed è il contenitore di un’incommensurabile raccolta di reperti archeologici. Della stessa struttura, i sottotetti ed i sotterranei sono adibiti a depositi. Nonostante ciò, lo spazio non bastava e negli anni 30 viene edificato un nuovo braccio. Questo, a causa della necessità di dare sfogo all’incalcolabile quantità di reperti archeologici provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano.

Le origini

Il “nuovo braccio”, una stecca di cinque metri di profondità per ottanta metri di larghezza, fu costruito a ridosso del terrapieno su cui insiste l’Istituto Paolo Colosimo di Via Santa Teresa degli Scalzi. Con una facciata figlia del suo tempo e chiuso negli altri lati, emergeva su due livelli molto alti. Con gli anni però si spensero i riflettori e l’edificio viene completamente sovrastato dalla vegetazione che dal terrapieno inondò la struttura rendendola parte di un quadro spettrale. I tentativi di recupero della struttura sono stati vari. Da un principio degli anni ‘90, si cominciò nel 2005 con un ampliamento. Questo, fu fatto conquistando terreno avanzando nel terrapieno. Si fermò tutto nel 2008. La struttura rimane sconosciuta al pubblico fino a quando nel 2014 un nuovo progetto, fatto da un R.T.P. (Raggruppamento Temporaneo di Professionisti), formato dallo studio associato DAZ Architetti e dall’architetto Giuseppe Capuozzo, prende in consegna la riqualificazione della struttura. Nel 2015 i progettisti non solo ereditano un oggetto già esistente ma insieme ad esso le sue criticità. Un contributo importante è stato dato anche dal nuovo Direttore del MANN, Paolo Giulierini. Il Direttore acquisisce il progetto e gli fornisce un impulso di accelerazione.

 

Vecchio Braccio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Vecchio Braccio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

I dettagli tecnici

La nuova stesura della progettazione ha “dovuto” prevedere il mantenimento della facciata storica (alla quale attraverso delle indagini sulla stratificazione sono stati restituiti i colori originali). Questa nota ha reso impossibile sconvolgere il primo impatto visivo con la struttura. Entrando all’interno, invece, ci si accorge di come l’architettura, la tecnica e la tecnologia si fondano tra di loro per realizzare un “contenitore” all’avanguardia che perfettamente rispecchia l’idea di un polo museale moderno, attento alle esigenze degli addetti ai lavori e dei visitatori. Il tutto, con un’unica visione d’insieme che è quella di salvaguardare la storia archeologica del mondo e di metterla al servizio delle persone. Il Nuovo Braccio (questa volta nuovo per davvero) è articolato su 4 livelli e con copertura attrezzata. La stessa fungerà da spazio sociale destinato anche all’utilizzo da parte dei frequentatori dell’istituto Paolo Colosimo. È stato fatto uno sforzo architettonico volto a massimizzare il rendimento e contenere i costi cercando di sfruttare la preesistenza in maniera ottimale. Guardando la planimetria dall’alto, ci si accorge chiaramente dell’esercizio di sottrazione effettuato creando due pozzi di luce grandi abbastanza da formare due corti interne. Una che arriva al suolo, l’altra che si ferma fino alla copertura (vetrata) del primo piano. Importante è stato il trattamento degli impalcati metallici che fungono da struttura portante. Oltre al trattamento ignifugo, si è dovuto affrontare il tema dei macroscopici fenomeni della dilatazione termica. Si è dovuto gestire la coesistenza tra elementi fissi (come i pavimenti) ed elementi soggetti a dilatazione termica. In un edificio che richiede anche la massima impermeabilizzazione, lo sforzo tecnico è stato esemplare.

 

Raggruppamento Temporaneo dei Professionisti
Raggruppamento Temporaneo dei Professionisti

 

Gli Ambienti

La suddivisione degli spazi è stata gestita in maniera tale da favorire l’efficienza nello svolgimento delle funzioni in base alle proprie destinazioni d’uso. Uno degli elementi più importanti, come ambiente “scientifico” della struttura, è il laboratorio di restauro. Animato da 20 addetti, è destinato ad ospitare una quantità infinita di opere. Se si pensa al bagaglio di reperti ancora da restaurare ed a quelli già restaurati, ma negli anni soggetti a monitoraggi, il lavoro è realmente infinito per generazioni. La stessa attenzione è stata riposta nella realizzazione di una fototeca e di una biblioteca. Ogni opera, trattata e non, troverà posto nei depositi. Questi, disposti all’ultimo piano dell’edificio, saranno di tipo semplice o speciale, a seconda dei reperti da ospitare. Un deposito in questi contesti va ad inserirsi negli spazi tecnologicamente avanzati. Un deposito speciale ha il compito non solo di custodire materialmente l’opera, bensì di proteggerla curando climatizzazione, illuminazione e di tenere sotto serrato controllo l’azione di agenti contaminanti.  Affiancato ai centri di lavoro, trova spazio una sezione didattica, importante polo “mondiale” di formazione sul restauro archeologico. Centro di insegnamento e sperimentazione di nuove tecniche e tecnologie. Nell’ottica della conservazione archeologica è importante stimolare e favorire la cooperazione globale. A tal proposito e nella visione futura della stabilizzazione in quei luoghi che oggi si prestano ad essere teatri di guerre e distruzioni, ogni studioso avrà bisogno di un luogo come quello previsto. Il museo però non è solo un luogo del restauro e della conservazione. Quest’immagine asettica confina al di fuori una fetta di platea molto vasta. È importante guardare un museo non solo come luogo di una cultura settorializzata ma come luogo di aggregazione culturale in senso più ampio. Questo è possibile attraverso la previsione di servizi di indotto, che saranno oggetto del nuovo appalto già programmato per i prossimi 2 anni, con la realizzazione di un bar, un ristorante stellato, un auditorium su due livelli, una sala conferenze e spazi comuni attrezzati. In questo modo, la chiave di lettura nell’ospitare una struttura museale di questa portata, diventa per la città che la ospita, una scommessa. La scommessa di rendere non solo un servizio, ma un’esperienza.

 

 

Conclusioni

Affrontando determinate tematiche viene quasi da pensare di essere in altre dimensioni. Se si guarda al museo come luogo dell’arte, della conservazione, della storia, del passare del tempo, dell’antico, si perde la percezione di quello che invece è o potrebbe diventare nel presente. Nello specifico della città di Napoli, con le centinaia di migliaia di visitatori annuali del Museo Archeologico Nazionale e degli altri Musei, si potrebbe fare molto di più affinché i luoghi della cultura diventino centri di attrazione. Come? Rendendoli appetibili, includendoli in discorsi più ampi. La “trasformazione” del Braccio Nuovo, è un esempio di quello che si può fare e che si deve continuare a fare. A breve saranno aperti e fruibili, grazie al lavoro del R.T.P. (composto da Studio Daz Architetti ed arch. Giuseppe Capuozzo) il laboratorio di restauro, la fototeca, la biblioteca e la copertura attrezzata. La rimanente parte del progetto, denominato II lotto, vedrà il completamento nel 2019. Tanto è il lavoro frutto dell’incontro presieduto dagli arch. Giuseppe Capuozzo, Alex Zaske e Daniela Antonini, referenti del gruppo di lavoro composta da Maria Rosaria Infantino, Danilo Capozzo, Giacomo Visconti, P. I. Vincenzo Gianfrancesco, anch’essi architetti, e dagli ingegneri Michele Giustino e Gennaro De Rosa.

di Raffaele Gala

Tratto da Informare n° 175 Novembre 2017