Museo Maradona: i ricordi del Napoli più bello nel nome di Diego e Saverio Vignati

Museo Maradona, in Via Miano (Napoli) di Massimo Vignati - Photo Credit Gabriele

I Vignati non sono una famiglia qualunque. Papà Saverio (per gli amici “Silviuccio”) è stato per circa trent’anni il responsabile dello Stadio San Paolo, ed in particolare dello spogliatoio del Napoli, dai tempi di Canè a quelli di Diego, Mamma Lucia, cuoca ed inserviente di casa Maradona durante i sette anni di permanenza a Napoli dell’argentino, e Massimo, sesto di undici fratelli, che mi ha accolto, insieme ai suoi figlio Saverio e Diego (nomi non casuali), in una vecchia cantina del padre trasformata in una galleria di inestimabile valore affettivo, nella quale, in pochi metri quadri, è conservato un pezzo di storia del Napoli e il ricordo più bello di papà Saverio.

Massimo Vignati e i suoi figli nel Museo Maradona, in Via Miano (Napoli) di - Photo Credit Gabriele
Massimo Vignati e i suoi figli nel Museo Maradona, in Via Miano (Napoli) di – Photo Credit Gabriele

In quel di Miano, c’è un sottoscala che forse si può definire uno dei luoghi più “sacri” della città, la stessa che «a Maradona manca da morire perchè il suo sogno è vivere qui a Napoli ma sarebbe impossibile, purtroppo». Inizio così una conversazione lunga più di un’ora con Massimo Vignati, il quale mi racconta ogni particolare delle centinaia di cimeli, maglie e fotografie che ci circondano. «L’amicizia con la famiglia Maradona nasce dalla semplicità e l’umiltà di mio padre che si faceva amare da tutti nello spogliatoio, e anche dal ruolo che mia madre occupava a casa di Diego, il quale l’ha “consacrata” come “mamma napoletana”. Io invece da ragazzino mi divertivo a curare e spolverare gli innumerevoli trofei, palloni e magliette che Diego aveva appese su una parete di casa sua. Tutt’oggi – continua Massimo – mi sento con lui perché la nostra è un’amicizia vera, un legame forte sul quale non abbiamo mai pensato di speculare né tantomeno guadagnare».

Il contratto che sancisce il passaggio di Maradona dal Barcellona al Napoli, firmato dall’allora direttore generale Antonio Juliano, la panchina dove Diego sedeva nello spogliatoio del San Paolo, le sue prime scarpette, “Ciao”, la mascotte di Italia ’90 tenuta da Diego, in posa con Pelè in una foto ingiallita dal tempo, il divano di casa Maradona, la maglia del Barcellona, la 10 azzurra con dedica speciale, la fascia di capitano, le decine di gagliardetti scambiati con gli avversari,  i palloni ancora sporchi di storiche partite, le centinaia di fotografie di papà Saverio con i più grandi calciatori, e anche artisti, che transitavano al San Paolo. Regnano i colori intorno a noi, l’allegria dei ricordi più belli, l’emozione che trova espressione nella materia di cimeli dal valore inestimabile, tanto che «in vista del Mondiale in Qatar del 2022, alcuni sceicchi mi hanno offerto milioni pur di avere alcuni oggetti di Diego per poterli esporre in Qatar. Io ho rifiutato categoricamente perché il valore affettivo non è monetizzabile e non potrei mai venderli a nessuno. Ho dato però la mia disponibilità a creare una mostra in quell’occasione, dove presenzierò, ma si tratterà solo di uno spostamento momentaneo di questi oggetti». Ci sono cose che non si possono comprare, senza etichette di prezzo, né tantomeno vendibili al miglior offerente.

Oggi Massimo è presidente e fondatore del Club Napoli Saverio Silvio Vignati, attraverso il quale organizza e partecipa iniziative solidali, e tra questa ha portato avanti il progetto “Una goccia d’azzurro” in collaborazione con la Geco Pausilypon Onlus del dott. Giovanni Iannoni, appartenente al gruppo ospedaliero Santobono-Pausilipon, per sostenere i piccoli pazienti malati che sono ricoverati nella struttura ospedaliera. Lo scorso mese in ospedale è stata inaugurata una sala in memoria di Ciro Esposito e Saverio Silvio Vignati.

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Prima di andare via Massimo e sua madre ci aprono le porte di casa per offrirci un caffè che non possiamo proprio rifiutare. La ricchezza delle persone non si valuta in base alle cose che hanno ma alle emozioni che riescono a trasmettere.

di Fabio Corsaro
Foto di Gabriele Arenare

Tratto da Informare n° 152 Dicembre 2015

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!