L’Isis a casa nostra

Negli ultimi tempi siamo sempre più costretti a prendere atto della morte di uomini e donne innocenti in seguito ad atti terroristici. Solo nell’ultimo anno abbiamo registrato un copioso elenco di connazionali che, trovandosi lontani dalla loro Patria, per motivi diversi, subiscono efferate violenze “simbolicamente” usate per lanciare messaggi contro un particolare credo religioso, una scelta di vita, un lavoro o altri assurdi motivi semplicemente perché occidentali-occidentalizzanti.

Qui si inserisce il terrorismo islamico che lega insieme i destini di tanti connazionali che all’estero c’erano andati per studiare, come Valeria Solesin ammazzata al Bataclan, o per conoscere, come i turisti del Museo del Bardo a Tunisi – Giuseppina Biella, Francesco Caldara, Orazio Conte, Antonella Sesino – abbattuti dalle raffiche di kalashnikov, o come Giulio Regeni, ricercatore in quell’Egitto che amava, stritolato nei meccanismi perversi della guerra al jihadismo. O per lavorare, come le ultime vittime della strage di Dakha.
Ciascuno di loro con almeno un sogno da realizzare, una vita da costruire, una famiglia da raggiungere. Ciascuno di loro, strappato crudelmente alla vita, agli affetti, agli amici ma non ai ricordi. Quei ricordi che continuano a mantenerli vivi e a far trovare la forza di contrastare l’odio e la violenza che li ha travolti.
Delle oltre venti vittime dell’ultimo tragico evento, almeno nove non conoscevano il Corano, non indossavano il velo, erano italiani e per questo sono stati sgozzati.
Ad ognuno di questi nostri fratelli, va il pensiero e la preghiera di tanti, a ciascuno dei familiari il sostegno e la solidarietà della comunità alla quale appartenevano.
Tra le vittime, imprenditori tessili o collegati al settore che si trovavano lì per lavoro.

Una foto combinata delle 9 vittime italiane della strage di Dacca, da sinistra e dall'alto in basso: Cristian Rossi, Vincenzo D'Allestro, Maria Riboli; Nadia Benedetti, Simona Monti, Marco Tondat; Adele Puglisi, Claudio Cappello, Claudia D'Antona. ANSA/FACEBOOK - LINKEDIN +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ HO - NO SALES - EDITORIAL USE ONLY++ ANSA/RED
Una foto combinata delle 9 vittime italiane della strage di Dacca, da sinistra e dall’alto in basso: Cristian Rossi, Vincenzo D’Allestro, Maria Riboli; Nadia Benedetti, Simona Monti, Marco Tondat; Adele Puglisi, Claudio Cappello, Claudia D’Antona.

 

Simona Monti, 33 anni, si era laureata in lingue e civiltà orientali, veniva da Magliano Dabina e lavorava in un’azienda di Dakha da meno di un anno. Prima era stata in Francia, in Cina, in Perù. Aspettava un bambino che avrebbe voluto far nascere in Italia. La sua vita somiglia a quella di moltissimi giovani figli del nostro Paese, costretti ad esplorare il mondo per trovare occasioni di lavoro.

Marco Tondat era friulano di Spilimbergo (Pordenone), sarebbe tornato presto a casa dalla sua bimba di 6 anni per portarla in vacanza. Aveva 39 anni e anche nel suo caso si era trasferito solo un anno fa, perché in patria ormai non c’erano prospettive.
Friulano pure Cristian Rossi, 47 anni, che dopo anni da dipendente quando l’azienda è finita in fallimento si era messo in proprio. Alle porte di Udine dove era nato, sono rimaste le sue gemelline di 3 anni.

Claudia Maria D’Antona era torinese e la morte l’aveva vista da vicino quando aveva 23 anni quando, 13 febbraio 1983, come volontaria della Croce Verde si trovò di fronte alle 64 vittime dell’incendio del Cinema Statuto. Insieme al marito, che si è salvato, è stata in India e da vent’anni gestivano un’attività in Bangladesh. Si erano sposati solo due anni fa e finanziavano un’associazione che porta chirurghi plastici a Dacca per curare le donne sfregiate con l’acido.

Adele Puglisi, catanese di 54 anni, doveva tornare in Sicilia in questi giorni. Ha lavorato in tutta l’Asia e aveva fiducia negli uomini e nella convivenza: dopo la strage del Bataclan aveva scritto sul suo profilo Facebook che il titolo di Libero (“Bastardi islamici”) era vergognoso.

Nadia Benedetti, manager di 52 anni, era nata a Viterbo e giovedì sera era stata lei ad organizzare la cena al Holey Artisan Bakery, prenotando un tavolo per sei. Il capannone dove il padre aveva avviato la sua impresa, alla periferia nord della città dei papi, è vuoto da anni. Quella che un tempo è stata una piccola zona industriale, oggi è un simbolo della crisi, con i cancelli delle aziende chiusi e gli stabilimenti ormai fatiscenti. Così Nadia era andata a continuare la tradizione di famiglia in un altro continente.

Claudio Cappelli lascia in Brianza la moglie e una bambina di 6 anni. Anche lui piccolo imprenditore tessile, era sposato con la figlia del patron della Beretta Salumi, un marchio storico di quel territorio.

Dalla Lombardia veniva pure Maria Riboli, 34 anni, bergamasca di Alzano Lombardo, che è partita per una trasferta a Dacca salutando la sua bimba di soli 3 anni.

Infine Vincenzo D’Allestro, 46 anni, nostro conterraneo. Era nato in Svizzera, figlio di immigrati del casertano, dove ha sempre profuso il suo impegno e le sue passioni con grande partecipazione in numerose manifestazioni locali ed in cucina.
Dopo l’esperienza nella piccola fabbrica tessile del suocero, Vincenzo aveva deciso di puntare più in alto, perciò la scelta di trasferimento ad Acerra un anno fa e il desiderio, condiviso con la moglie Maria Assunta di investire nel settore. Entrambi erano a Dakha, lei però ha fatto rientro a casa qualche giorno prima. La famiglia D’Allestro risiede a Piedimonte Matese, cittadina del Matese dove si attende il rientro della salma, in seguito alle celebrazioni dei funerali di Stato, per gli ultimi saluti nel comune di appartenenza con i vescovi delle due diocesi di Alife e di Acerra.
Solo l’amore costruisce un mondo migliore e con esso l’esercizio della cultura che ci apre ad orizzonti di pace e di condivisione – dichiara Mons. Di Cerbo, vescovo della diocesi di Alife-Caiazzo – e a quanti scelgono queste strade, impiegando competenze e professionalità nel lavoro all’estero, dico ‘grazie’.  A Vincenzo, alla moglie, e agli altri 8 coraggiosi italiani, e a quanti lavorano in condizioni di pericolo, dico ‘grazie’, con simpatia, per l’esemplarita’ di quelle scelte che li spingono a migliorarsi, ad investire la loro creatività con entusiasmo, mitezza, professionalità”

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L’Isis sempre più vicina a casa nostra. Preoccupazioni della intelligence italiana

Alla perdita di terreno in Siria, Iraq e Libia, lo Stato Islamico risponde rilanciando la strategia di attacchi terroristici in tutto il mondo. Nell’ultimo anno, Istanbul, Parigi, Orlando, Baghdad e Dakha. Domani potrebbe essere ovunque ci siano interessi occidentali da colpire.
Sembrava un pericolo lontano ma ci rendiamo conto che è sempre più vicino, ci tocca sempre più a casa nostra.
La preoccupazione è alta anche nell’intelligence italiana. Accresciuta dall’imprevedibilità della minaccia jihadista, che sempre più spesso sceglie ‘soft target’, obiettivi difficilmente difendibili, come può essere un museo, una discoteca, un ristorante ed è portata avanti da piccole cellule o addirittura da solitari difficili da intercettare.
Senza contare che, se è già complicato prevenire il rischio in Italia, lo è ancora di più quando si tratta di difendere connazionali in Paesi cosiddetti “a rischio”, come il Bangladesh.
Lo scorso 21 maggio il portavoce dell’Isis Abu Muhammad al Adnani aveva esortato i militanti a fare del Ramadan, iniziato lo scorso 6 giugno, “un mese di calamità dappertutto per i miscredenti. La più piccola azione che farete nella loro terra è migliore e più duratura di quella che potreste dare se voi foste con noi”. Un appello in linea con l’analisi degli 007 sull’evoluzione della minaccia dello Stato Islamico. Nell’ultimo anno il Califfato – sotto i bombardamenti della coalizione internazionale – ha perso metà del territorio che aveva occupato nel cosiddetto ‘Siraq’, Siria ed Iraq. Inoltre, il tentativo di sfondamento in Libia è fallito e la roccaforte nera di Sirte è sotto assedio dalle milizie libiche. Si stima infine un dimezzamento delle fonti di finanziamento, fondamentali per mantenere l’esercito di foreign fighters accorsi da mezzo mondo nell’area. Tutto ciò – è la valutazione dei servizi – ha determinato un cambio di strategia da parte dei seguaci di al Baghdadi, con l’invito ad una sorta di jihad globale contro i “miscredenti” in tutto il mondo, sfruttando una propaganda ossessiva sul web.
I frutti di tanta propaganda sono sotto i nostri occhi e ci rimandano alle storie dei due tecnici dell’azienda Bonatti rapiti e uccisi in Libia tre mesi fa; a quella di Cesare Tavella, il cooperante assassinato nello scorso settembre mentre faceva jogging, sempre a Dacca, sempre dall’Isis; a quella di tutti gli uomini e le donne che hanno avuto la sventura di incrociare tali menti scellerate.

 

Annamaria La Penna

annamarialapenna@gmail.com

About Annamaria La Penna

Pedagogista, si occupa di educazione, formazione e ricerca universitaria prevalentemente nell'educazione degli adulti e del Life Long Learning. Assistente Sociale, mediatrice familiare e consulente tecnico esperto in servizio sociale forense, è impegnata nei servizi e nelle politiche sociali dal 2001. Ha collaborato con alcune testate, tra cui Viewpoint, magazine di promozione culturale umbro (dove nasce e si forma) fino a giungere nel 2016 nella grande famiglia di Informare, dove ricopre il ruolo di caporedattore e direttore organizzativo. Iscritta agli Ordini professionali degli Assistenti Sociali e dei Giornalisti Pubblicisti della Campania. Obiettivo personale e professionale: con passione e dedizione, continuare a migliorare in qualsiasi cosa faccia.