LETTERA APERTA A PEPPE BARRA

downloadGentile Peppe Barra,

la sua intervista al “Corriere del Mezzogiorno” ha un solo merito: aver riportato al centro del dibattito cittadino il tema dell’immigrazione.

Dei concetti espressi invece non condivido nulla ma le scrivo ritenendo utile confrontarsi e sforzarsi di comprendere le rispettive argomentazioni.

 

Prima questione: la dicotomia NOI – LORO.

Lei da per scontato che la popolazione globale si divida in napoletani e non-napoletani.

Ma è proprio sicuro che nel 2014, in un mondo sempre più interconnesso, caratterizzato dalla facilità e dalla velocità di comunicazione grazie ad internet e dalla riduzione delle distanze per via dei voli aerei low cost, il senso di appartenenza ad una comunità, sia da ricercare esclusivamente nel paese di origine segnato sul proprio passaporto?

Non la sfiora nemmeno l’idea che, ad esempio, dopo la sua intervista, io che pure sono un napoletano da generazioni come lei, non voglia identificarmi in un “NOI” all’interno del quale mi ritroverei con Peppe Barra? Non ci starei comodo, mi sentirei a disagio nonostante sulle nostre carte d’identità il luogo di nascita è lo stesso. Per questo, tanto per cominciare, le chiedo di specificare che non parla in mio nome quando parla di “NOI”.

Preferisco invece sentirmi appartenente ad una ideale comunità multiculturale, multireligiosa, multietnica all’interno della quale il minimo comune denominatore sia la condivisione di principi quali l’uguaglianza, l’accoglienza, la solidarietà.

 

Si dirà che il mio è il solito ragionamento “buonista” che non risolve i problemi concreti che lei elenca nella sua intervista. A mio avviso non si tratta di essere buoni ma di essere giusti.

E’ giusto generalizzare alcune degenerazioni (come quando fa riferimento ai cingalesi che si ubriacano e poi si accoltellano), ed etnicizzarle, gettando uno stigma su una intera comunità?

E’ giusto che le persone perbene di quella comunità debbano essere giudicate allo stesso modo dei loro connazionali violenti? Non si tratta dell’identico atteggiamento di chi considera tutti i napoletani ladri o camorristi? Non sono forse analoghi ragionamenti che indignano la Napoli onesta?

 

Sarebbe ora di profondersi in uno sforzo culturale, un cambio di mentalità che ci porti in primis a considerare cittadini con pari dignità, diritti e doveri, tutti coloro che vivono nello stesso luogo (perché si può provare quanto si vuole a considerare i migranti un corpo estraneo ma poi di fatto – anche se a qualcuno può non piacere – dobbiamo convivere tutti insieme ed è meglio farlo nel migliore dei modi) ed in secondo luogo a valutare le persone per i loro comportamenti e non pregiudizialmente, per la loro provenienza geografica.

 

Seconda questione: lei definisce fenomeni complessi il razzismo, la xenofobia, l’immigrazione.

Concordo e proprio per questo mi aspettavo una teorizzazione alta (in un senso o nell’altro).

Lei invece si è avvitato su una serie di concetti banali nei quali si attribuisce carattere prioritario al disturbo al suo riposo  arrecato dai vicini di casa cingalesi ed al mancato saluto da parte di alcuni di essi.

Il suo è un disagio legittimo e che va rispettato ma da un artista di spessore ci si aspetta che quella complessità del fenomeno sia sviscerata. Ed invece quando l’intervistatore le fa notare che i migranti scappano dalla povertà e dalla guerra lei risponde “e noi che ci azzecchiamo?”.

Ho interpretato quella risposta come una fuga dalla parte più difficile del dibattito.

Proviamo a tornarci sulle questioni più delicate; posso chiederle cosa pensa del colonialismo militare prima, economico e commerciale poi dei paesi occidentali? Delle guerre esportatrici di democrazia? Delle multinazionali che delocalizzano le proprie fabbriche in estremo Oriente e negano i diritti più elementari dei lavoratori (in molti casi bambini) stranieri?

Non sono forse questi gli elementi di complessità che impediscono di esprimere dei giudizi tranchant sul fenomeno migratorio?

 

Trovo infine disonesto intellettualmente il doppiopesismo che la porta ad affermare che “gli immigrati in Italia causano solo danni” mentre “i meridionali emigrati in America si sono comportati bene”, esaltando (giustamente, sia chiaro) lo straordinario contributo dei nostri connazionali allo sviluppo degli States ma liquidando la mafia italo-americana come un fenomeno incidentale.

E poi quella battuta intrisa di livore “gli immigrati deturpano, sporcano, sviliscono Napoli” come se non si sapesse che le responsabilità del decadimento della nostra città, sono da attribuire principalmente a ragioni storiche (a lei ben note), alla cappa asfissiante della criminalità organizzata, ad una classe dirigente fallimentare che negli ultimi decenni ha sperimentato le peggiori forme di clientelismo, ad una buona parte di quell’usurato mondo della cultura che non ha più niente da comunicare, insomma a “nemici interni” della città.

 

Mi consenta un’ultima domanda, la formulo a lei, quale rappresentante della categoria.

Perché i razzisti sono sempre così preoccupati di sottolineare che loro non lo sono?

Teorizzare l’esistenza di popoli buoni e popoli cattivi (lei cita i rumeni ed i magrebini) è razzista, punto.

 

Saluti,

Francesco Esposito