Castel Volturno, le zie di Via Pergola

Castel Volturno le zie di Via Pergola

Castel Volturno – In questa via chiamata Pergola, formata da enormi basole di pietra lavica a forma rettangolare, dalla primavera inoltrata fino ai primi accenni di aria autunnale, dal tardo pomeriggio fino al buio della notte, le donne mettevano le sedie. Le arrocchiavano come le stelle in una canzone di Ferdinando Russo. Dalla cucina o da una parvenza di soggiorno ed in alcuni casi dalle stanze da letto dei piani superiori si spostavano le sedie. La vita era su quella strada.

Una strada creata da un gigante chiamato zi Rafele ‘o Luongo prelevando la lava dalle pendici del Vesuvio, lastra per lastra. Lui lo poteva fare. Alto 3 metri, con una larghezza di 150 cm di spalle, nero come la pece ed un sorriso commovente che intimidiva il sudore della fronte. L’apertura della mano tra la punta del pollice e quella dell’indice era di mezzo metro. Lo chiamavano ‘o luongo per pudore, per trattenere con dolcezza la sua forza ma era un gigante vero nato turco selgiuchide in un grammo di terra tra il Punjab e l’Anatolia al servizio dei sultani Toghrul Beg e Alp Arslan e portato qui da una bava di vento. Una serie di drappelli, nella strada. Tante dogane.

Non te lo chiedevano ma ti dovevi fermare e dire la destinazione: prendere le sigarette a papà, la carne per la cena, la mamma aveva dimenticato l’olio per l’insalata, il medico perché il nonno aveva dei capogiri e l’esorcismo di zia Ninetta non era riuscito. Sissignore il malocchio era venuto fuori con il segno della croce ed i cerchi d’olio nell’acqua ma ‘o malecape non era passato. Il lasciapassare non era mai negato. «E va, fa ampressa, fai presto pecché mammete t’aspetta. Nun perdere tiempo». In alcuni casi quando la cosa era routine il primo bivacco avvertiva i successivi e tu li passavi scambiandoti un sorriso di rispettoso saluto. Accennato.

Quando la cosa era dibattuta dovevi dare spiegazioni a tutti. Tante fermate quante quelle di Gesù. La luce pubblica dall’alto illuminava la strada ma non i volti. Si chiacchierava, pettegolezzi privati a geometria variabile a seconda di chi era presente o no, critiche pubbliche all’amministrazione e qui le voci si potevano alterare ma fino ad un certo punto. Quale punto? Il punto televisivo. La televisione veniva portata fino all’uscio con lo schermo rivolto all’esterno: varietà, film western, sceneggiati, teatro. Il silenzio. Parlava la televisione. E la via pergola una galleria d’arte popolare.

I bambini seduti per terra provavano l’estasi del caldo del blocco vulcanico incamerato nel corso della giornata temperato all’umidità della sera e lì su quelle sedie zia Custodia e zi’Ntunino, zi’Aniello, zio Ernesto e zia Assunta, zia Mafarda e zio Luigi ‘o barbiere (che però faceva l’elettricità, produceva proprio l’energia, era l’uomo luce, ma in realtà lavorava alla RAI con il nome di Andreabarbato), zio Castrese e zia Cristina, zia Tittinella e zio Mario, zia Nunziata, zia Margarita, zia Rusaria, zio Giacomo, zia Maculata, zio Tore ‘o muntagnuolo comunista, zio Peppe o’ giurnalaio (pare che fosse proprio Peppino De Filippo in incognito ma la cosa non è stata mai accertata), e zia Lilina, zio Michele ‘o vicesindaco (con la variante di Compamichè in quanto aveva battezzato e cresimato il 53,45% dei paesani viventi e morenti), zia Alfunzina, zia Matalena e zi’ Emilio, zio Vernardo con zi’ Assunta e zia Carulina con Lumbardo, zia Gesummia con i suoi occhi belli, zia Francesca ‘a veneziana (avendo sposato un affascinante chioggiotto) e poi nei casi di nomi diffusi la regola sintattico-anagrafica era l’appartenenza matrimoniale come zia Maria ‘e Modesto (Maria, la moglie di Modesto), zia Maria ‘e Roberto (Maria, la moglie di Roberto) e Zia Mariagrazia non aveva bisogno di appartenenze: trasformava il calore delle basule in pane e freselle con la perentorietà delle sue guardate.

Al morire dei parlottii le televisioni, elettrodomestici con vita propria, cominciavano a spegnersi ad una ad una, piano. piano, un silenzio quieto… silenzio… più silenzio… sottovoce anche l’anima a quell’ora. Zia Clarice, il popolo incarnato in un corpo ed in una voce, cominciava un “La la la la… La la la la” era il richiamo al suono del violino di uno zingaro dei vicoli, e comprensibilmente le assopite e gli scapuzzianti cominciavano in coro un valzer per le figlie della zingara sinti Theresia Seible e per l’inutile fuga dell’ebreo Hans Bonarewitz a Mauthausen:

“Conducimi alla tua bellezza con un violino infuocato. Conducimi oltre il panico finché non sarò al sicuro. Sollevami come un ramoscello d’ulivo e sii la colomba che mi riporta a casa. Conducimi fin dove finisce l’amore”

Ballava anche il gigante in questo sogno di Leonard Cohen.

“La la la la… La la la la… Conducimi ai figli che chiedono di nascere. Conducimi oltre il drappo che i nostri baci hanno consunto. Ora innalza una tenda che ci protegga, anche se ogni filo è spezzato. Conducimi fin dove finisce l’amore. La la la la… La la la la….”

Ma tutti questi zii e zie vanno spiegati.

L’usanza di chiamare zio una persona diversa dal fratello o sorella di uno dei genitori deriva dalla cultura berbero-araba e sta per “uomo o donna meritevole di rispetto perché vicina a sè e alla propria famiglia”. Allo stesso modo deriva dal latino e dallo spagnolo sostituire l’appellativo italiano di cortesia SIGNOR o SIGNORA con DON o DONNA che nel parlato perde la D: On Giuá, On Vicié, Onna Cuncé. In alcuni casi perde anche la N come O’ Mario ma al femminile le conserva entrambe Onna Maria. E perché questo? Perché, è risaputo, che le donne sono precise e non buttano via niente neanche le “enne” che gli dà la grammatica.

di Vincenzo Russo Traetto