Le bufale di Paolo Conte

Paolo Conte non dice tutta la verità

Una parte. Non è chiaro. Le cose non stanno come dice. Propriamente proprio come le dice lui. Uno che è nato ad Asti – per puro caso! – non è per forza un astigiano. Se ci mettiamo a correre appresso alle parole allora dovremmo ritenere che sia anche astioso, astigmatico, astemio, astenico e astice, crostaceo decapodo della famiglia dei nefropidi. Oh, dico dei nefropidi. Oppure astinente, a che cosa poi?

Le parole quando corrono dicono le bugie. E se le metti in musica ti cambiano il mondo. La realtà non è più quella. Ti viene il capogiro. Paoloconte si ostina a dire che è astigiano allo stesso modo in cui afferma – alla presenza di testimoni oculari, testimoni di nozze e testimoni di geova – quanto segue:

  1. a) sento fischiare sopra i tetti un aeroplano che se ne va,
  2. b) cerco un po’ d’Africa in giardino, tra l’oleandro e il baobab, come facevo da bambino.

Gli aeroplani fischiano? E allora, visto quello che vedono da lassù, perché non fanno anche le pernacchie? L’Africa in giardino? E i watussi e gli zulù dove stanno tra la cuccia del cane e le piantine dei pomodori?

Non sono metafore. Metafora è i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga, queste sono bubbole.

A Paoloconte da bambino queste fanfaluche erano consentite, facevano parte della sua personalità in crescita. Ciancie infantili. Adesso è grande, che caspita!

E’ nato lì, ad Asti. Ecco. Niente di più. Che non ci venisse a raccontare menzogne, chiacchiere. Avesse il contegno dei baffi che porta, incasellati tra il nasone e la bocca.

Nel ’37 la madre pensò che per una volta – almeno una volta – un figlio potesse essere partorito ad Asti, nulla di più. E il 6 gennaio la befana l’accontentò.

Paoloconte è di Grazzanise, figlio di Luigi da tutti conosciuto come O’Lluiggio e Carlotta chiamata zi’Tinuccia. Nel cuore dei Mazzoni – terra casertana di mozzarella e bufale – che circonda i flebili argini del Volturno nella sua discesa a mare. Il fiume parte compito e diligente dall’appenino molisano, comincia fare i capricci verso Capua e quando entra nel mazzonaro si sparpaglia, esce fuori di senno come i mazzonari al pungimento del zampano da malaria. Si butta nel circostante creando paludaggine varia e caramoni, acquitrinii e luoghi fangosi adatti ad  “ippopotami dagli occhi sanguigni e selvaggi come Goethe nel 1786 descrisse le bufale (bubalus bubalis)

Tutti i Conte, e sono tanti, si trovano tra Grazzanise ed Arnone e seguendo il corso fluviale arrivano alla foce – a Castelvolturno – dove Paoloconte ha allevato bufale, nella zona di Volpicella, tra pagliare (tenute rurali di allevamento) e strauli (slitte di legno) cariche di pascone (piantine di granturco) confrontandosi con il suo murenente, uomo di fiducia, cattivo ed ingiusto per mestiere, temuto da uomini, mezzuomini e animali della pagliara.

Si è laureato – il padre lo voleva avvocato al foro di Santa Maria  Capua Vetere – ma avendo in testa sempre strani motivetti musicali non gli riuscivano le arringhe.

La cosa era che i clienti erano contenti lo stesso. Quando il giudice – con un certo rammarico ed una ma forse due perle di sudore – comunicava l’ennesima sentenza di condanna i clienti eccitati chiedevano all’avvocato una canzone consolatoria ed il magistrato solerte il bis.

In quei lazzi musicali – che mescolavano, non tanto stranamente, tarantella, ragtime, blues ed accenni di rumba – partecipava tutto il foro sammaritano in udienza: pretori, giurati, avvocati, detenuti, clienti a piede libero, guardie, guardie scelte, guardie a caso e guardie scelte a caso, carabinieri, finanzieri, finanziatori di libere virtù, lenoni e prostitute, parroci curatori di anime e preti senz’anima, scatuozzi e scartiloffisti, pompieri e venditori di giuochi: “... babalù … timbuctù… dudù dudù …jamme jamme jà…rataratàtà…annìì annìì”. Una volta nello sforzo dell’applauso finale al procuratore della repubblica scappò una scoreggia e, per cortesia istituzionale, vi fu un altro applauso: Evviva il procuratore capo!. Un clima da guarachas come nei bordelli cubani di inizio novecento.

Insomma un avvocato pieno di clienti, un successo dell’insuccesso giudiziario per l’avvocato delle “cause da perdere”.

Astuti e raffinati criminologi arrivarono a teorizzare il “paolocontismo deviante” consistente nel comportamento, razionale e consapevole, tipico del mazzonaro casertano costituito da fatti omissivi e/o commissivi che realizzano fattispecie delittuose o contravvenzionali al solo fine di conferire procura ad avvocato del luogo che esegue canzoni strampalate ma godibili. In poche parole l’alto tasso di criminalità di questa zona è stato spiegato in questo modo.

Camorra e casalesi? Una congettura dei giornali di Asti. Come non dire astiosi?

Questi motivetti e le strane parole uscivano dalla bocca di Paoloconte senza alcuna intenzione. Lui, da avvocato, si difendeva: “Vostro onore il razzmatazz è preterintenzionale” e concludeva “da dara de tara ta tu tichi tichi blum blum zum zum rad rad. Una sigaretta accesa “cichi cichi da tudada”. Un sorso ad un bicchiere di anice “zugu zugu zuguta”.

Le maestranze della pagliara – senza sedizione – si assembravano  nel fango, attorno a lui camicia bianca e linda, giacca e pantaloni neri che, sotto il ginocchio, si afflosciavano sugli stivali verdi di gomma pvc come la zizza  di una pacchiana (il seno di una prosperosa contadina). Le parole uscivano ritmiche dalla bocca con l’effetto fumoso del fiato caldo – quasi il trucco di un prestigiatore – e si accomodavano nell’aria umida come le vere signore su soffici sofà. La gesticolazione di mani, braccia ed avambraccia accompagnavano le declinazioni e le inclinazioni della testa e quei baffi smorzavano a destra e sinistra, su e giù, come le eliche di uno SPAD S.XIII, aereoplano monoposto, nei cieli francesi della prima guerra mondiale.

Il murenente, ostentava sicurezza, mentre guardiani, cambianti,  saurari, massaro, vutteri, vitellari, uarzoni e soprascapoli, caposauri o streppari – con ‘nu stuozzo ‘e pane e cicoria alla bocca attorno ad una caurarara (pentolone) tenuta a bada dal curatino – non capivano i “chips, chips, da da da, du du” ma masticavano forte la cicoria imburrata avendo la sensazione della naturalezza di quei suoni che passavano tra le parole del racconto.

Quando tornavano a casa parlavano con le loro mogli con queste onomatopee. Marì, passami il pane? Paparà papparapè!”, Come sta tua madre? Tibo tibobo. Ed anche ai figli, quando li sgridavano: Zitto, finiscila e ascolta tua madre! Mamare mammu mammu mamuu!.

I litigi tra vicini di casa non vi dico. Totonno, tu la devi finire di scuitarmi… mami mami tutù tuù… il muro l’ho costruito prima io sul mio confine…. nene nene daz daz daz…” alchè Totonno non gliele mandava a dire “Giuà, io per l’auto ho schpeso cinquescentomilalire … da ra ra ri ri ri” e non riesco a parcheggiare ….ra ra ra…. il viale è troppo stritto tibo tibobo tibo tibobo”.

Le bufale? Avevano capito tutto.

Giravano attorno alla chiostra umana correndo senza piegare le ginocchia come ballerine ètoile alla prima all’Opéra de Paris, gnursì, madame et monsieur. Giri larghi sempre più stretti – come un giostra – fino ad annusare i baffi dell’avvocato attraverso un meato nel capannello. Le parole di Paoloconte avevano il prodigio: accelleravano il mestruo bufalino. Ed era tutto un odore di luzzo, letame, fieno, latte e sensualità.

Le bufale?

Mammiferi erbivori di colore scuro? Solo un’ipotesi stravagante.

Ippopotami dagli occhi sanguigni e selvaggi? Indubbiamente favole di un viaggiatore tedesco.

Le bufale non sono neanche bugie come dice certa stampa, ma ballerine ètoile alla prima all’Opéra de Paris, Gnursì, madame et monsieur.

La mattina, prima di andare al pascolo, le bufale aspettavano, la “chiama” dei loro nomi situazionali e futuristi fatti da desideri, insulti, minacce, constatazioni e consigli proprio come le frasi bislacche e la gazzarra dei suoni delle canzoni di Paoloconte.

Il sindaco Rocco Scotellaro, maestro elementare per vocazione e poeta per dovere civico, diceva all’avvocato bufararo che i nomi delle bufale erano un “poema della povertà”. E la povertà va meritata.

Paoloconte – nello spiazzale fangoso della pagliara di Vulpicella – spiegava in un arringa musicale che il nome non è per tutti. Il nome è per la “chiama” e va dato solo alle bufale che fanno latte. E per diventare bufala c’è ne vuole, altro che bugie. Un apprendistato formato dallo stato di vitello – fino a 4 mesi di vita -, asseccaticcio – fino ad un anno – ed annutolo – quando, per l’appunto, hanno compiuto l’anno.  Diventando bufale solo con l’ingravidamento verso i due anni circa. Solo in quel momento gli si da il nome. Gnursì, madame et monsieur, hanno meritato la povertà.

Un assunto, una regola a metà tra jazz e sociologia che se applicata al genere umano avrebbe effetti educativi ed armonici non di poco conto. Una rivoluzione del sistema. Nasci, cresci, pasci, mangi, bevi e dormi e ti chiamano Uh oppure Oh o Ciapataz, Cuccù, Du-du, Pucci, Mao mao … vivi la vita e quando sei pronto per “fare il latte”, quando diventi te stesso allora hai il nome Pasquale, Francesco, Antonio, Saverio.

La “chiama” parte come una cantilena dove il vuttero lancia al largo nell’aria umida dei mazzoni l’appello all’anima della bufala, solo il nome ma in alcuni casi anche il cognome con la cosiddetta a vutata, con il nome detto all’inizio e ripetuto alla fine dell’anima come un’anafora. Un’anafora, il principio della poesia.

Paoloconte è meticoloso e precisa “Charmamente – rivolgendosi al murenente appassionato di profumi e chiamandolo con il suo soprannome, solo lui può pronunciarlo, è il padrone – mi raccomando! Al ritmo di una milonga.”. E spiega. Ed inizia un’altra storia. Alle bufale piace. E una musica popolare del Rio de la Plata – pure lì ci sta o luzzo, i caramoni e gli acquitrini paludosi. E’ una musica che ricorda ma non è candombe, né tango, né habanera. Non lo è. Non vi confondete – ciaina ciaina dudà duà -. Una musica che vive nell’incertezza di genere come il Rio de la Plata, incerto di essere fiume – come il Volturno – o golfo –  come quello Persico. Un golfo dove l’Oceano Atlantico si ficca per arbitrare la disputa tra le incertezze degli uruguagi e quelle degli argentini, un passo avanti ed uno indietro, litigando su chi è in assoluto il più grande tra Di Stefano Laulhè e Schiaffino Juan Alberto, tra chi è stato il magnifico alla Copa America del 1956 – largentino Sivori o luruguaiano CotorraMìguez Anton – e chi ha segnato più goal al Sudamericano dell’anno dopo tra Humberto Dionisio Maschio Bonassi e Javier Ambrois, ma sopratutto sulla incerta nazionalità di Carlos Gardel, nato a Tacuarembò e cresciuto a Buenos Aires – zazzarazzà … zazzarazzà – Ma voi non perdete tempo ed ascoltate l’armonica di Hugo Dìaz nella milonga del Salice Piangente (El Lloron)”.

Loro lo guardano. Non lo capiscono ma lo guardano, eppure è tutto naturale, si sente che è tutto naturale. “Stiamo qui per governare la mandria, mungere le bufale e questo ci parla di posti così lontani che forse non esistono dudù … chips … chips … nene nene daz daz daz…”, pensa Castrese mentre l’annutolo gli raspa il palmo della mano destra con una leccata e Charmamente gli spiffera all’orecchio: “Ho trovato il posto meno umido della pagliara dove mettere il pianoforte: ‘o pesolo de tammarice

Alla “chiama” del vuttero le bufale arrivavano in fila ordinata per la mungitura, con questo leggero passo di milonga per farsi toccare le mammelle come l’ètoile tutte le sere all’Opéra de Paris:

  • Anema disperata
  • Core ‘grato
  • ‘A Principessa
  • ‘A Regina d’o sole
  • A cchiù pulite ten’a rogna
  • Chelle che faje è tutto perdute
  • ‘A Politica
  • Uocchi’argiento
  • ‘A malatia… ‘a malatia tiene sempre sta malatia (hai sempre questa malattia)
  • Ndrillo ‘e campana
  • Senza ordine
  • Tutto lusso
  • Cap’e vipera
  • ‘O professore
  • ‘E fatte tuoje
  • ‘O Bbene… ‘o bbene mio si tu
  • ‘A rosa
  • ‘A banda
  • ‘A gioia
  • ‘A lengua
  • ‘O ricco padrone
  • Chi cumanne… chi cumanne nun sure (chi comanda non suda, questa è la preferita di Rocco Scotellaro)
  • ‘O Luzzo (il fango)
  • ‘A Repubblica
  • ‘O Pagliaccio
  • ‘O Spione… saje purtà sule spia
  • .. siente ca te conto (senti che ti racconto)
  • ‘O Rusecatore (il rosicone)
  • ‘O calantomo (il galantuomo)
  • ‘A ‘Nfam… ‘a nfam ‘e natura
  • ‘A Vittoria
  • Nun te sazie mai
  • ‘A Colpa… ‘a colpa è a toja e nun è a mia
  • Tutte fernisce
  • ‘A Tavola… ‘a tavola nun fa ‘o scustumato
  • Staje sempe malato
  • ‘O Tiempo… ‘o tiempo vaca ‘a perdere ‘o tiempo
  • Vatte cunfesse… vatte cunfesse che si dannata (vai a confessarti che sei dannata)
  • Ddoje sorelle… ddoje sorelle vanno aunite (due sorelle vanno messe insieme)
  • .. curre ‘a Canciello (corri a Cancello, un paese)
  • Alzamiento (una che si lamenta)
  • ‘O Poverommo
  • ‘A Svizzera è lontana
  • Maletiempo
  • Duorme allerta (dormi in piedi)
  • ‘A fatica
  • ‘A mmiria… ‘a mmiria te fa parlà (l’invidia ti fa parlare)
  • Tutt’e ssere… tutt’e sere tiene che fa (tutte le sere hai da fare)
  • ‘Ngielo… ‘ngielo po stà (può stare in cielo)
  • Quanno primmo… quanno primmo t’hossiento (quando prima te lo senti)
  • Te fatte cogliere… te fatte cogliere ‘i juorno (ti sei fatta sorprendere di giorno)
  • ‘A nutizia… ‘a nutizia toje nun è bbona (la tua notizia non è buona)
  • ‘Addo vaje… ‘addo vaje te faje cunoscere (dove vai ti fai conoscere)
  • Cagne sistema (cambia modo di fare)
  • ‘A brutta… quanno si brutta
  • ‘A chi vatte … ‘a chi vattte e a chi apprummitte (a chi picchi e a chi prometti)
  • ’A signora… ‘a signora cuntente a tutti (la signora accontenta a tutti)
  • ‘U giureo… ’u giureo ‘ncasa li chiuve (il giudeo batte i chiodi)
  • Chi campa… chi campa vere sta massaria (chi vive vede questa masseria)
  • Chist’at’anne… chist’anne t’arriva a fa (Quest’altro anno ti arrivano le cose da fare)
  • ’O Generale…’o generale ha perdut’a guerra (il generale ha perso la guerra)
  • ’O ‘nturzo… ’o nturzo t’è lassato ‘n canna (il nocciolo, ti è rimasto in gola)
  • Mai che fa… nun ce stai mai che fa (non c’è mai niente da fare)
  • ‘A casa mia… a casa mia tutta uarnita (la casa mia è tutta ornata)
  • ‘E Bbreghe… amm’arrivate mane ‘e ‘bbreghe (gli ebrei, siamo capitati in mano agli ebrei)
  • Chi t’arrobbe… chi t’arrobbe bene te vò (chi ti ruba ti vuole bene)
  • ‘E cane… pure ‘e cane stanne amare (i cani, pure i cani sono tristi)
  • ‘O Manicomio… ‘o manicomio sta ccà (il manicomio è qui)
  • -‘A cuccagna… sta cuccagna pure firnisce (pure questa cuccagna finisce)
  • ‘A Puvarella…
  • Tantu bene… tantu bene pure firnisce (tutto questo bene pure finisce)
  • Chiangne… chiangne che hai ragione (piangi, piangi che ne hai ragione)
  • ‘A femmena… a femmena fa cumme vole (la donna fa quello che vuole)
  • Manèila… manéila ‘nmpiett ca ce sta (palpala sul seno che le ci sta)
  • A lu frie… a lu frie se sente l’addore (del friggere si sente l’odore)
  • Traditore… si state sempe nu traditore (sei smpre stato un traditore)
  • ‘U sposo mio… ‘u sposo mio nun me lassa (il mio sposo non mi lascia)
  • ‘A fera… (la fiera)
  • Da nu tiempo… da nu tiempo nun te veche cchiù. (da un certo tempo non ti vedo)
  • Allerchì… quanno te viesti fai allerchi (quando ti vesti sembri Arlecchino)
  • ‘N guollo a nui … n’guollo a nuje campano tutti (addosso a noi campano tutti)
  • O’Spedale … va ‘o spedale pe te curà (vai all’ospedale per curarti)
  • Mala lenga… ‘a mala lenga t’ è rimasta (la cattiva lingua ti è rimasta)
  • ‘O padrone… ‘o padrone fa cumme vole (il padrone fa come vuole)
  • Fatti crere… fatti crere ca sì buone (fatti credere che sei buono)
  • Nzuppurtable… sti vicini so nzuppurtable (questi vicini sono insopportabili)
  • Si nun sparte… si nun sparte guaragna cchiù poco (se non si divide si guadagna meno)
  • Tutte contro… tutte contro e Dio ‘n favore (tutti contro e Dio con me)
  • Sagli ‘n coppe… sagli ‘n coppe che t’aggia parlà (sali su che ti devo parlare)
  • Quann è auste… quanne è auste facimme ‘e cunti (quando è agosto facciamo i conti)
  • Tutti l’usi… tutti l’usi sò finiti (tutti gli usi sono finiti)
  • ‘N coppe a paglia… ’ncoppe a paglia s’adda murì (sulla paglia si deve morire)

Bufala è l’anagramma di fabula che in latino significa balla,  chiacchiera, diceria, fandonia, panzana, pispola: le bufale di Paoloconte sono tutte ètoile dell’Opéra tattà ratàtà!

di Vincenzo Russo Traetto

Questo articolo è dedicato a Luigi Di Bello, un amico sconosciuto con sensibilità e idee diverse dalle mie ma, come me, profondamente orgoglioso di questa terra e parimenti sofferente per le sue ferite.