La vita di Augusto Di Meo, quando lo Stato manca di onere e rispetto

Riproponiamo l’intervista ad Augusto Di Meo che intervistammo nel mese di ottobre 2014 e approfittiamo per augurare un buon compleanno ad un uomo che ha deciso di guardare in faccia la camorra e avere il coraggio di denunciarla.

Fabio Corsaro

Partirei col chiederle che uomo era don Peppe Diana, cosa ha avuto di diverso nella sua semplicità oltre ad essere stato un simbolo della lotta alla camorra. Ci può narrare nei dettagli cosa accadde quella mattina del 19 marzo del 1994?IMG_6605

Ti posso raccontare un aneddoto relativo al suo impegno nell’ambito della parrocchia di San Nicola a Casal di Principe. Spesso mi telefonava e mi chiedeva di portare la macchina fotografica perché aveva organizzato il palo della cuccagna e poi c’è una fagiolata per stare tutti quanti insieme, tra parrocchiani e cittadini. Là trovavo persone che stavano in quel rione e molte delle quali erano “pericolose”, quindi delinquenti. E chiedevo a Peppino (Don Peppe Diana ndr) cosa ci facessero quei signori lì. E lui mi rispondeva: “Lasciali stare. Loro stasera mangiano, berranno un po’ di vinello e stasera non fanno male a nessuno…” . Aveva chiara la percezione del territorio. Questi erano segnali forti: nella sua idea li voleva salvare e per molti casi ci è anche riuscito, nonostante non fosse facile. Questo è un episodio chiave per farti capire chi fosse don Peppe Diana. Era una persona speciale, solare, che guardava oltre quello che era il modo di fare del tempo.

Ci può narrare nei dettagli cosa accadde quella mattina del 19 marzo del 1994?

Io arrivai la mattina che erano circa le 7 in parrocchia per fare gli auguri a don Peppe. C’era tra noi un’amicizia profonda, siamo anche stati in Thailandia insieme. La situazione era tranquilla, andai nello studio di don Peppe e restai con lui per una ventina di minuti e parlammo del programma della serata: c’era una messa vispertina nel tardo pomeriggio e la sera c’era un buffet. A parte gli auguri, questo fu l’oggetto del nostro discorso. Le ultime parole furono quando gli domandai che cosa avremmo potuto fare dopo che era stata da poco uccisa un’altra persona che però pareva non appartenesse a quelle dinamiche malavitose. Lui disse: “Bisogna pregare”. Uscì dallo studio per avviarsi a dire messa mentre io gli chiesi di aspettare perché mi stavo allacciando la scarpa. Si fermò sotto una porticina che dava accesso alla chiesa e io ero dietro a lui, mentre un uomo con i capelli lunghi che era lì e disse: “Chi è don Peppe?”. Non sentii Peppino rispondere perché evidentemente fece un cenno di adesione. Fu un attimo tra il chiedere e sparare: gli sparò 5 colpi in faccia in rapida successione. Al momento non mi sembrava vero. Dopo capii anche che non fu scelta una data a caso per ammazzarlo perché avevamo avuto l’anno prima don Puglisi nella giornata del suo compleanno. Quindi IMG_6603anche questo era una prepotenza della camorra che si sentiva forte. Lui cadde con la testa a terra in una pozza di sangue. Io alzai gli occhi e vidi questa persona che si mese la pistola nella cinghia. Sentii poi una sgommata e la macchina dei camorristi ripartì. Da quel momento la mia vita è cambiata. Uscii fuori la Chiesa e realizzai subito ciò che dovevo fare: denunciare. Nessuna persona avrebbe testimoniato all’epoca, né denunciato. Infatti il killer era a viso scoperto perché la camorra non temeva qualcuno che potesse denunciare. La mia è stata una storia di impegno civile, l’avrei fatto per chiunque. In Caserma, il ragazzo che mi ascoltò rimase sconvolto perché avevo avuto il coraggio di recarmi da lui e testimoniare. Questo testimoniare fu notevole perché io detti una descrizione dell’assassino precisa, chiara. Nella prima fase del processo, la camorra, avendo capito di averla fatta grossa sparando un sacerdote in chiesa, cominciarono a gettare fango sulla figura di don Peppe, come quando il “Corriere di Caserta” intitolò “Don Peppe era un camorrista”, che egli aveva le donne, un borsone di armi. S’era rotto qualcosa e il giocattolo della delinquenza non funzionava più. Io poi non sono più riuscito a restare sul territorio anche per tutelare soprattutto la mia famiglia.

Come spiega l’indifferenza dello Stato nei suoi confronti? Che interessi c’erano secondo lei, ricordando anche che oggi, l’Onorevole Pecorella è presidente della commissione d’inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Quelli dovrebbero essere i suoi maggiori nemici in passato li ha difesi in sedi processuali i loro capi.

Per quanto riguarda il mio allontanamento, era dovuto al fatto che non c’era una legge per i testimoni di giustizia. Quindi erano considerati tutti collaboratori di giustizia ma i testimoni sono persone diverse che spesso si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Io credo di essermi trovato invece nel posto giusto al momento giusto. Ho dato un contributo importante. Quella mattina c’era un sacco di gente in Chiesa e se tutti avessero denunciato allora avremmo fatto da esempio ad un popolo che sarebbe potuto cambiare. Le prime persone che si sono allontanate sono state gli amici che mi ritenevano “pazzo” per aver denunciato. Bisognava avere il coraggio di avere paura, sapere i rischi che si corrono e metterli in conto. Non mi potevo tirare indietro né nel nome di don Peppe, né nel nome del mio popolo.

Ritornato a Casale dopo un periodo turbolento e delicato, l’omertà in città esiste ancora o riesce a notare dei cambiamenti dopo 20 anni?

Assolutamente sì. Forse perché i giovani vogliono vivere una realtà diversa. All’epoca IMG_6588c’era una sorta di coprifuoco. Oggi invece le piazze sono piene di gente e manifestazioni. Casale è il nome di un popolo non di un clan. Quello  che ho fatto io è una cosa normale. E non mi considero affatto un eroe. Ho voluto dare anche un esempio concreto per altre persone. Se l’ho fatto io lo può fare chiunque. E per questo sono rammaricato perché le istituzioni che dovrebbero tutelare i soggetti che fanno il proprio dovere sono state assenti con me. Io dovrei sentirmi forte per le istituzioni che ti legittimano. Ho ricevuto un telegramma di riconoscimento dal Presidente della Repubblica ed è un gesto che, seppur minimo, fa piacere perché non si è stati dimenticati del tutto.

Mi chiedo se fosse troppo facile farsi vivi dopo 20 anni dall’accaduto…

Hai ragione, però meglio tardi che mai. L’importanza delle istituzioni ai testimoni di giustizia è fondamentale anche per far capire ad altre persone che se si denuncia non si rimane soli. Io per esempio ho contratto un mutuo con Equitalia e tuttora accompagno mia moglie alle 4 del mattino in stazione per insegnare a Roma e ritorna a casa dopo le 20 e mi sta aiutando economicamente. Com’è possibile che neanche spostare la moglie di questo testimone in un luogo vicino casa è stato fatto? Non perché volessi approfittarne, ma per darti una sorta di riconoscimento che anche alla vista di chi ti vede serve a dare uno stimolo in più per essere dalla parte della giustizia.

Lo scorso anno citò a giudizio il Ministero degli Interni perché lei rivendica ancora i diritti in qualità di testimone di giustizia. Quali sono stati gli sviluppi e qual è la situazione attuale tra Augusto Di Meo e lo Stato.

Il giudice ha preso ancora 80 giorni di tempo e sono oltre 2 anni che abbiamo fatto questa richiesta risarcitoria. Stanno studiando questi documenti. Non c’è stato nessuno che si fosse interessato alla mia persona e a quelle della mia famiglia. Ho una disfunzione cardiaca e pressoria dovuta anche a questa storia perché se rimango qua sul territorio e sento parlare di cose che a me non piacciono su Don Peppe perché non sono vere, allora io reagisco e mi portano ad avere dei problemi. È una storia che a me ha cambiato la vita.

Non teme che “qualcuno” possa entrare in questa sua attività a San Cipriano?

Certo. È una cosa che la tieni in conto. Se fossi forte, legittimato dalle istituzioni, il peso della paura sarebbe decisamente minore.

IMG_6606In qualità di fotografo le faccio 2 domande: qual è la fotografia sua e di don diana che ricorda con più felicità? Se potesse scattare una foto al suo passato, al suo presente e al suo futuro, quali saranno le differenze?

La fotografia più bella con don Diana credo sia stata l’ultimo, il 9 marzo a casa mia al compleanno di mia figlia. Credo di aver perso tanto in questa storia sia professionalmente che umanamente. La fotografia di oggi è la speranza di poter trasmettere un messaggio di positività, di andare avanti e di costruire nel nome di don Peppe una società migliore.

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!