LA VIGNA DEL VENTAGLIO E IL PALLAGRELLO

E’ nota a molti l’abilità che ebbe Ferdinando IV di Borbone nel valorizzare il territorio. Ne è testimonianza la realtà di San Leucio che prevedeva non soltanto un nuovo ordinamento sociale e l’innovativa produzione industriale della seta, ma anche una valorizzazione agricola e forestale. Oltre a rimboschire e ad incentivare l’ allevamento, Ferdinando IV promosse nuove colture e diede maggior impulso a quelle tipiche della zona, come ulivi e vite, facendo diventare San Leucio anche un’ azienda agraria modello. E’ in quest’ ottica che il Re commissionò a Vanvitelli una vigna spettacolare tra il Belvedere e la cascata del parco, nella zona tra il casino di San Silvestro e quel capanno di sosta per i reali, che riuscisse a sfruttare al meglio la morfologia del terreno collinare:l’ architetto creo un vigneto dall’ insolita forma di un ventaglio con 9 raggi, quindi 10 settori, che partivano da un cancelletto di accesso, abbellito da un roseto. In ogni settore della cosiddetta “vigna a ventaglio” veniva coltivato un tipo d’uva diverso ed un cippo in travertino di Bellona, posto all’inizio, recava inciso, sotto la corona borbonica, il nome del vino che essa produceva: Lipari rosso, Delfino bianco, Procopio, Piedimonte rosso, Piedimonte bianco, Lipari bianco, Siracusa bianco, Terranova tosso, Corigliano rosso e Siracusa rosso. Un totale di ben 10.000 viti, coltivate basse, che davano circa 80 barili di vino, in parte anche venduto ed inoltre, qualche anno dopo (1790), fu impiantata un’ulteriore vigna detta la “Zibibbo” dal nome della varietà importata da Calabria e Sicilia. 
Tutti vitigni eccellenti del Regno, ma Ferdinando di Borbone prediligeva i Piedimonte, ricavati da uve “Pallarella” per la forma sferica dell’acino. Tali vini erano, secondo Ferdinando IV, così buoni da dover essere sempre presenti nei menù reali insieme ai migliori vini francesi e ne era così orgoglioso che ne faceva dono speciale ai reali e diplomatici di tutta Europa. In un Dizionario geografico del ‘700 si legge «I vini di questa contrada sono eccellenti così bianchi come rossi, e sono de’ migliori del Regno così per loro qualità, e natura, come per la grata sensazione che risvegliano nel palato. Vanno sotto il nome di Pallarelli, e sono stimatissimi ne’ pranzi». Poco produttivo, molto delicato, il Pallagrello fu messo da parte all’inizio del ‘ 900 in favore di piante più resistenti e maggiormente produttive, fino alla “riscoperta” ad opera di Peppe Mancini negli anni ‘90 che ha fatto rivivere tale vino col nome di Pallagrello, derivato dal settecentesco nome dell’uva.
Pallagrello bianco e Pallagrello nero sono uno dei rari casi di uve della stessa varietà a bacca sia bianca che rossa. I grappoli sono serrati, piccoli, del peso massimo di 150 grammi, con acini perfettamente sferici. Il Pallagrello bianco si vendemmia a inizio settembre, il Pallagrello nero è invece un’uva di “terza epoca”: si vendemmia infatti fra metà e fine ottobre.

                                                                                                                                                                          di Antonino Calopresti