Intervista (impossibile) ad Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

“Trent’anni fa e più, proprio lui passeggiava per questi corridoi”, questo è stato il mio primo pensiero quando sono entrato nel Teatro San Ferdinando, il Suo teatro. Mi giro intorno e vedo locandine, abiti di scena e fotografie, tutte hanno qualcosa in comune, tutte ricordano una battuta o un pensiero che, ormai, viene citato a memoria, quasi come se fosse una frase idiomatica del nostro dialetto. Non c’è nessuno, qualche funzionario sarà impegnato a prendersi un caffè mentre su in direzione saranno affaccendati tra mille carte e fogli.

Ne devo approfittare. Mi guardo intorno e, facendo attenzione, mi dirigo verso i camerini, piano piano, accompagnato dal silenzio assordante del teatro vuoto. Girati i palchetti sono prossimo al palcoscenico, se chiudo gli occhi mi sembra di ascoltare le urla della prova generale, le donne che girano i camerini in cerca del trucco, con i costumi messi così, alla rinfusa. «Ragazzo cosa ci fai qui dietro?», mi gelo, tra le tante voci questa la riconosco. «Sto parlando con te, sei un giornalista?», mi giro, lo vedo, resto di ghiaccio. «Seguimi nel mio camerino, qui c’è troppa confusione!». Riesco solo a seguire i suoi passi, mi accompagna davanti ad una porta con su scritto “DIRETTORE”, la apre e mi fa entrare. «Forza, veloce che ho le prove!», ho sempre immaginato di fargli mille domande, adesso rimango muto. Colgo l’occasione, mi siedo, faccio un respiro profondo e incomincio…

Maestro, ricorda ancora il suo debutto? «Avevo quattro anni – mi risponde – ricordo che indossavo un vestitino da cinese. Ero a Roma, al teatro Valli, e fui lanciato sulla scena all’ultimo momento! La gavetta teatrale è fondamentale e ti forma. Quando diventai più grande iniziai a recitare nel teatro Rossini, pensi che il mio camerino era scavato in una montagna. Le lascio immaginare l’umidità che c’era. I costumi che cambiavo erano perennemente bagnati e così, a causa dei colpi di freddo, la mia voce da squillante divenne afona. Voce che ancora oggi rappresenta la mia caratteristica recitativa». 

Più volte lei ha parlato dell’importanza della gestualità napoletana, cosa ne pensa? Mi guarda, sorride e gentilmente mi dice «Provi ad immaginare di essere seduto ad un tavolo con un turco, uno spagnolo, un francese e un tedesco. Come comunicherebbe con questi personaggi? Ovviamente tramite i gesti. È così è successo per Napoli e i Napoletani, i quali avevano la necessità di esprimersi con i popoli conquistatori senza dover usare la parola».

Un odore si sente nell’aria, una fragranza che ricorda i vecchi bassi dei vicoli stretti, è un odore inconfondibile, è il caffè. «Ne vuole un po’?» mi chiede. «Non posso rifiutare» e me ne versa un po’. Ne sorseggia un po’ e mi dice «Ah, che rimane a noi altri napoletani se ci togliamo pure il caffè? Ma che rimane a tutti senza il caffè? Forza, riprendiamo».

Come nasce in lei una storia? «Sono sempre stato un ottimo osservatore. Io scruto, ricerco e mi incuriosisco. A queste si aggiungono l’esperienza e un’idea. Ne basta una sola, poi ci si deve lavorare!»

Cos’è il teatro? Si ferma, posa il caffè e mi spiega «Lo sforzo disperato che un uomo fa nel tentativo di dare un senso alla propria vita. Nasce con l’umanità che continuamente ci dà modelli sempre nuovi da cui vengono tratti i personaggi. Il teatro dialettale, nel caso specifico, è un modo per mostrare le manchevolezze e trovare un modo per risolverle al meglio. Richiede molta pratica e tanto sacrificio, la mia è stata una vita di gelo, nel vero senso della parola, ma così si fa il teatro e così ho fatto. Ricorda, soprattutto, che finchè ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico, questo sta a significare che non finirà mai».

Maestro, in conclusione, quando passerà “a’ nuttata”?… Un battito di palpebre, mi giro, riapro gli occhi e mi ritrovo avvolto dal silenzio, seduto in platea a fissare il palcoscenico. È stato un sogno? Mi alzo e cerco l’uscita. Nel corridoio c’è un inserviente, quando passo gli dico «buonasera» e lui educatamente mi risponde. «Salutatemi il senatore!» gli dico scherzando. L’inserviente alza la testa, mostra i suoi baffetti e mi risponde «Non chiamatemi senatore, ho passato tutta la vita a diventare Eduardo

di Savio De Marco

Tratto da Informare n° 140 Dicembre 2014

About Salvatore De Marco

Salvatore De Marco nato il 18/10/1992 a Napoli. Tutti lo conoscono come Savio De Marco. Diplomato al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Napoli. Laureando presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II in Scienze Politiche. Ama l’arte, la filosofia e la scrittura e il teatro, appassionato di cinema e fumetti. Coordinatore e Regista di una compagnia amatoriale teatrale “Pazzianne & Redenne” formata totalmente da giovani. Milita in un’associazione culturale “ViviQuartiere Napoli” attiva nella riqualificazione del nostro territorio.