Alla ricerca dell’affascinante Regno di Libuse, il non-luogo dove tutto è possibile, anche i sogni

Mondragone – Martedì 9 agosto alle ore 19,00 nella Sala Convegni del Museo Civico “Biagio Greco” in via Genova 2, il prof. Gianfranco Mazzeo e la prof.ssa Sabrina Mazzeo, con il patrocinio morale del Comune di Mondragone, presenteranno il romanzo di Antonello Garribba “Il regno di Libuse” e l’esordiente editore Alfredo Garribba. Interverranno il Sindaco di Mondragone, dott. Giovanni Schiappa, e l’Assessore alle Attività Culturali, dott.ssa Lucia Smirne.

L’autore, Antonello Garribba, classe 1974, laureato in Lettere all’Università di Bari, è nato nel capoluogo pugliese dove vive e svolge la funzione di responsabile di una comunità per minori. L’editore Alfredo Garribba, barese anche lui, in rapporto di omonimia con l’autore non per caso ma perché fratello del medesimo, laureato in Filosofia presso lo stesso ateneo cittadino, è titolare della citata piccola realtà imprenditoriale. Quest’ultima, appena nata, si propone nel circuito nazionale dell’editoria con l’intento di offrire nuove occasioni di visibilità ai giovani scrittori che, per molteplici ragioni, languono, esclusi dal circuito tradizionale. La coraggiosa politica editoriale che intende seguire l’imprenditore barese è finalizzata ad attrarre un pubblico di “nicchia”, interessato alle novità e all’originalità, che egli ritiene di poter fidelizzare.

Alla base c’è sicuramente l’entusiasmo di concretizzare un “sodalizio virtuoso” tra autori, editore e distributori che sia efficace ed efficiente, cioè tale da rendere più accessibile l’ingresso nel mercato editoriale. La speranza è quella di crescere, investendo sul talento e le peculiarità di contenuti nuovi, che, attraverso il reciproco successo, assicurerebbero un impegno crescente nella sfida.

Per quanto attiene il romanzo “Nel regno di Libuse”, quest’ultimo ha come scenario Praga, la città particolarmente amata dall’autore, dove il protagonista è alla ricerca tormentata di risposte, quelle indispensabili per guarire dall’insoddisfazione di una vita che egli sente realizzata solo a metà. La capitale della Repubblica Ceca è rappresentata con un alone di mistero, come se poggiasse ancor prima che sulle fondamenta di pietra, sul mito.

Secondo la leggenda, Libuše era una veggente e il mito narra che sia stata la più giovane ed anche la più saggia delle figlie del mitico condottiero ceco Krok, la quale fondò Praga nell’anno 730 e ne profetizzò la fondazione dal suo castello di Libušín. Secondo la trecentesca leggenda di Dalimil, proprio su questo colle sulla Moldava, in una posizione spettacolare e carica di romanticismo, la principessa Libuše scelse in sposo il contadino Přemysl. A capo di una tribù di origini slave, i due un giorno passeggiavano e la donna ebbe una visione estatica: tutto all’intorno sembrò fermarsi, perfino il canto degli uccelli e le fronde degli alberi. Libuše profetizzò allora quanto segue “Urbem conspicio fama quae siderea tanget…”:

“Vedo una città
che sarà illustre nel mondo
e la cui gloria raggiunge le stelle.
Questo luogo è celato nelle profondità dei boschi,
a nord lo protegge la valle del Brusnice,
a sud una grande montagna rocciosa.
La Moldava si apre la strada sotto le sue pendici.
Costruite questa città, ve l’ordino,
là dove io vi indicherò.
Sulla Moldava, sotto Petřín,
un falegname fabbrichi con il figlio una soglia;
e per questa soglia chiamate la città Praga.
I popoli, seppur forti come leoni,
curveranno la testa davanti a questa soglia
per averla salva.
Così la mia città
avrà lode e gloria” 

Quando i messi reali andarono nel punto indicato dalla loro regina, videro che un contadino e suo figlio stavano tagliando un albero con una sega perché intendevano farne una soglia, che in ceco si dice prah, per questo la futura città che lì sorse prese il nome di Praha (Praga in italiano). Libuše vedeva nel futuro ma anche nelle profondità della terra, così era capace di indicare giacimenti d’oro e d’argento che si trovavano nelle vene metallifere dei monti della regione. Quest’aura di città prodigiosa, Praga non l’ha mai persa, merito o colpa anche dei personaggi che l’hanno animata nel corso dei secoli: artisti, scienziati, astronomi, musicisti, poeti, maghi, alchimisti, sapienti ma anche “apprendisti stregoni”. L’autore ha scritto: “dove cercare il regno di Libuse? In qualche luogo a metà strada tra il sogno e la realtà, o forse all’interno di ognuno di noi. Qui talvolta, riposa recondito, il desiderio di compiere un viaggio quale metafora di un’esplorazione, orientata a individuare l’altra identità, quella a noi sconosciuta”. Perché proprio Praga? Non è solo per amore verso questa città che è il luogo nel quale si dipana il viaggio fisico e interiore del protagonista, ma essa stessa è l’emblema dell’assenza di identità. Una città colma di contraddizioni, variegata di etnie, religioni, culture e architetture sovrapposte, è una capitale misteriosa, mistica, che ancora e continuamente attrae anche chi la conosce. Proprio per questo solo qui si realizza l’alchimia tra quell’uomo insoddisfatto e quel luogo urbano, due centri di forza, due monadi che si attraggono comunicandosi le reciproche instabilità. Un po’ come accade all’uomo di Leopardi che si contraddistingue per quel desiderio di felicità non finita, non colmabile da piaceri che s’incontrano nella vita reale. La grandezza dell’uomo autentico consiste nel non recedere da quel desiderio. Chi vive con autenticità la propria esistenza non può fare a meno di cercare la felicità. Voler bene e volere il proprio bene coincidono, è solo quando si decide di rinunciare al proprio bene che si smette anche di domandare. L’uomo che percepisce meno il disagio dell’insoddisfazione è colui che si ferma all’illusione, all’apparenza e sceglie di accontentarsi desiderando poco e rinuncia così alla propria felicità. Da sempre l’uomo si è interrogato sulla propria natura bidimensionale, quella natura caratterizzata anche da una parte invisibile che, per gli autori epici quali Omero e Virgilio era assimilata ad un “soffio” che abbandona il corpo nel momento della morte. L’insoddisfazione è la dimostrazione dell’eternità dell’anima, ciò spiega l’atteggiamento primitivo dell’uomo di ricercare oltre il cielo un Dio in cui confidare e a cui aspirare. Si dovrebbe aver rispetto di tale intimo sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di quella tristezza che deriva da un moto mai esausto. L’insoddisfazione è il sentimento che evidenzia in maniera netta lo “spessore” umano, l’aspirazione all’infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda alla proprio interiorità. All’entrata del tempio di Delfi c’è scritto: “Conosci te stesso”, è l’invito che Socrate faceva sempre a tutti. Per ritrovare se stessi bisogna prima capire chi siamo veramente. Conosciamo davvero chi siamo? Diceva Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non è vedere nuovi mondi ma cambiare occhi.” Quando parliamo di viaggi, il nostro pensiero vola verso luoghi lontani ed esotici, viaggiare per il mondo è un’esperienza bellissima ma non è tutto. Esiste un altro tipo di viaggio al quale raramente volgiamo la nostra attenzione, è l’introspezione, dove un mondo molto più vasto di quello che c’è fuori aspetta di essere scoperto e valorizzato. È nel mondo interiore che risiede la nostra vera natura e, con essa, la possibilità di essere felici. Se non andremo a conoscerlo, vivremo solo a metà. Questo è ciò che percepiamo dietro, o forse anche davanti le parole di Antonello Garribba, senz’altro “Nel regno di Libuse” c’è un non-luogo dove si sostanzia molto…anche i sogni.

Mina Iazzetta

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