La Terra tra i 3 Fuochi: Allarmismo, Sciacallaggio e Negazionismo.

La Campania, la Puglia e la Catalogna rappresentano i 3 grandi poli agroalimentati europei, ecco perché l’impatto della Terra dei Fuochi è stato devastante.

La prima ondata di allarmismo che ha interessato la Campania è l’allarme diossina, seguita a ruota dalle immagini di Napoli sommersa dai rifiuti e poi le rivelazioni dei pentiti, che, pur essendo già note da anni, solo dal 2013 hanno invaso i media.

Nell’era della globalizzazione, il colpo inferto dall’allarmismo all’economia può essere mortale. Quando si sente parlare di mucca pazza e polli affetti da aviaria, si scatena il panico complessivo, un panico alimentato spesso da pseudo scoop ed il settore, di volta in volta colpito, subisce danni, spesso, irreparabili.

Nel caso della Regione Campania, uno dei prodotti che ha maggiormente risentito degli effetti dell’allarmismo è la mozzarella, che, di colpo diventa l’emblema negativo della Campania, nonostante le migliaia di test fatti dall’istituto Zooprofilattico di Portici e dalle Asl sul territorio certifichino il contrario.

Se guardiamo il decreto ministeriale, notiamo che solo in 15 ettari ricadenti in 57 comuni degli 88 considerati a rischio è stato proibita la coltivazione.

Poca cosa, eppure si è registrato nei primi mesi del 2014 un calo del 40 per cento, per non parlare dell’export. Ma non finisce qui. Dalla mozzarella si è passati all’acqua avvelenata, la pizza cangerogena perché cotta a legna ed anche il caffè non se l’è passata bene.

Ma chi ci guadagna dalle campagne allarmiste? Gli sciacalli.

Gli sciacalli sono animali che si nutrono di carcasse animali ed in questo caso sono rappresentati da quelle industrie del Nord che, pur vivendo in zone inquinate come, se non peggio delle nostre, solo per tutelare i loro interessi economici, tacciono. E, nel pieno dell’impatto mediatico della Terra dei Fuochi lanciano campagne pubblicitarie a favore dei loro marchi, a dir loro, sani, in quanto prodotti lontano dai “nostri veleni”. Ne sono un esempio due note marche, una che produce pomodoro in bottiglia, l’altra che produce riso. Tralasciando il particolare che la maggior parte dei rifiuti interrati in Campania provengono proprio dalle aziende del Nord, resta il fatto che i loro prodotti sono comunque coltivati in aree inquinate, la Pianura Padana, in particolare è risultata la zona più inquinata d’Europa, secondo uno studio della Commissione Europea.

Di chi è la colpa di tutto questo? Del negazionismo.

Coloro che negano il problema sono i veri colpevoli. Il negazionismo è fratello gemello dell’omertà. La popolazione ha il sacrosanto diritto di essere informata sui gravi rischi che corre, sia per quanto concerne la propria salute e sia riguardo i prodotti che si portano sulla tavola. Ma occorre farlo in modo responsabile. Non si può passare dal dire che i prodotti campani sono nocivi per la salute e poi sostenere che invece è tutto salubre. Come non si può negare a tutti i costi un nesso tra l’aumento di patologie ed i fattori ambientali.

Per infondere sicurezza alla popolazione bisogna procedere con una seria campagna di informazione e sensibilizzazione,  fornendo, innanzitutto una mappatura completa dei siti inquinati i quali dovranno essere destinati esclusivamente alla coltura no food.

La campagna di sensibilizzazione deve servire anche a chiarire la differenza tra Terra dei Fuochi e rifiuti tossici.

Il rifiuto tossico interrato è nocivo, inoltre rilascia il percolato nei terreni e può arrivare ad inquinare anche la falda acquifera con i relativi danni che ne derivano.

L’appellativo Terra dei fuochi trae invece origine dalla pericolosissima abitudine di bruciare i rifiuti. Pericolosa perché, quando si brucia, ogni rifiuto diventa tossico, anche quello che potenzialmente sarebbe innocuo.

Un rifiuto disperso nell’ambiente, nel tempo tende a decomporsi in composti meno inquinanti, grazie all’azione di batteri o altri microrganismi. Il livello di biodegradabilità dipende dal tipo di rifiuto. Un fazzoletto di carta può impiegare 4 settimane mentre una pila impiega milioni di anni. Una volta bruciato, anche un fazzolettino che in quattro settimane si sarebbe decomposto, diventa un rifiuto tossico a causa della combustione.

Per  i rifiuti interrati, stabiliti i siti, le zone a rischio vanno perimetrate e si impone  l’obbligo di coltivare solo prodotti non destinati al consumo alimentare, così facendo si limita il danno al comparto agricolo, salvando la fetta di economia che è sana. Con i rifiuti interrati ce la possiamo prendere con la camorra, con la politica e con gli imprenditori che hanno fatto affari sporchi sulla nostra pelle e magari anche con quei contadini che per pochi spiccioli hanno rovinato i loro terreni portandosi la morte a casa.

Bruciare i rifiuti invece distrugge anche l’economia sana perché la combustione rilascia sostanze tossiche che, attraverso l’aria ed il vento, si depositano dappertutto, sull’insalata che mangiamo, sull’erba di cui si nutrono le mucche che poi producono il latte.

E qui, se qualcuno si riconosce in questa pratica, deve incolpare innanzitutto se stesso.

In Campania continua ad aumentare l’incidenza di patologie, tumorali e non, ed anche il semplice cittadino che, continua a depositare rifiuti dove le pare o peggio ancora, a bruciarli, si deve sentire colpevole e corresponsabile delle tante vittime della Terra dei Fuochi.

Mina Iazzetta

Info: minaiazzetta@libero.it