L’impiegato, i contratti e le retribuzioni a giugno 2017

impiegato

L’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni), attraverso l’unità organizzativa “Studi e analisi compatibilità”, ha avuto l’accortezza di segnalarci lo stato della contrattazione e delle retribuzioni del lavoro dipendente sia nel settore privato che nel comparto pubblico.

Che possiamo dire? È già un buon segno di educazione. Minimo minimo. Ed in piena estate fa bene. Grazie, signora ARAN! Ma veniamo al contenuto.

Alla fine di giugno 2017 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano 7,6 milioni di dipendenti e corrispondono al 55,8% del monte retributivo osservato. Complessivamente i contratti in attesa di rinnovo a fine giugno sono 35 relativi a circa 5,3 milioni di dipendenti (41,3%) e in diminuzione rispetto al mese precedente (42,3%).

La signora ARAN ci dice che, a parte chi non lavora, più del 40% di chi lavora non ha il contratto ovvero ha una retribuzione ed una tutela giuridica ferma a contratti collettivi non scadenti ma scaduti e che operano per il principio di ultrattività, cioè in assenza di fonti negoziali previste per il tempo interessato. Un principio di garanzia presidio dei diritti economici e sociali del lavoro che opera per i contratti quali fonti di diritto a termine.

Sempre la signora ARAN ci fa sapere – ma quanto è simpatica – che l’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 65,5 mesi vale a dire più di 5 anni. Un’attesa media che se calcolata sul totale dei dipendenti (cioè con contratti vigenti) è di 27,0 mesi, in crescita rispetto a un anno prima (25,5).

Madame ARAN (occorre lusingarla anche con appellativi stranieri, per esempio se gli parlate di soft law o spending review è possibile che vi fa l’occhiolino) ci segnala che, sempre a giugno, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è invariato rispetto al mese precedente e aumenta dello 0,3% nei confronti di giugno 2016, un anno prima. Complessivamente, nei primi sei mesi del 2017 la retribuzione oraria media è cresciuta dello 0,4% rispetto al corrispondente periodo del 2016.

Ma vi sono differenze a secondo degli ambiti produttivi. Con riferimento ai principali macro settori, a giugno le retribuzioni contrattuali orarie registrano:

  1. Un incremento tendenziale dello 0,5% per i dipendenti del settore privato (0,4% nell’industria e 0,5% nei servizi privati)
  2. Un incremento nullo per quelli della pubblica amministrazione.

Avete capito nullo. I settori che presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono:

  1. Estrazioni minerali e legno, carta e stampa (entrambi 1,7%);
  2. Energia e petroli (1,5%);
  3. Energia elettrica e gas (entrambi 1,5%).

Si registrano variazioni nulle nei settori del commercio, dei pubblici esercizi e alberghi, dei servizi di informazione e comunicazione; delle telecomunicazioni e, come abbiamo detto, in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Si registra una variazione negativa nel settore dell’acqua e servizi di smaltimento rifiuti (-1,5%).

La mia valutazione è che gli interventi e l’attenzione rivolto a flessibilizzare il mercato del lavoro ha tolto energia agli interventi per renderlo competitivo.

I lavoratori sono famiglie che devono avere sicurezze per la programmazione del futuro.

Non lascia indifferente l’invarianza delle retribuzioni dei lavoratori della PA per altro con contratti fermi al 2009. 8 anni: oltre alla media del sistema.

Ma occorre fare una riflessione sull’immagine del pubblico dipendente nella pubblica opinione e sull’importanza di avere efficienza e professionalità nell’unica azienda che produce tutele dei diritti dei cittadini “con retribuzioni adeguate e con contratti per produrre non per stare fermi”.

Troppa attenzione da parte degli ultimi governi ai sistemi di nomina dei dirigenti (troppa demagogia finché non ci sarà una netta distinzione tra politica e amministrazione), poca sui sistemi di valutazione dei dipendenti e su quello di definizione degli obiettivi da raggiungere.

Il sistema dei fondi contrattuali è troppo complesso ed insieme al sistema di valutazione produce burocrazia e poco merito.

Insomma le retribuzioni basse ed immutabili sembrano quasi la “giusta condanna” dei dipendenti pubblici.

La privatizzazione del pubblico impiego (1993) e la decontrattualizzazione di alcuni ambito (2009) non ha prodotto i risultati attesi.

Ma attenzione prendendone atto di quanto ci ha detto la sinora ARAN per il mese di giugno ed in attesa del nuovo contratto collettivo e dei nuovi principi di sistema di valutazione evitiamo di fare quello che ha fatto l’impiegato in questa gustosa chanson (le lingue sono importanti) di Murolo degli anni 50: il rimedio potrebbe essere peggiore del male di un basso stipendio. I testi furono musicati da Salvatore Mazzocco che alcuni anni più tardi compose con Martucci il capolavoro indifferentemente.

 

 

L’IMPIEGATO (1957)

Sono un uomo veramente sfortunato,
Sono nato impiegato con soltanto 30.000 lire al mese
Dite un po’ comm’aggià fa?
Quando prendo lo stipendio vi assicuro
Che è assai duro il mio destino
Fra le tante trattenute, tasse, quinto e contributo non mi resta niente più
AAA AAA
Come faccio chi lo sa?
AAA AAA
Nu cunziglo mi dovete dare
AAA AAA…

di Vincenzo Russo Traetto