Il riscatto è possibile

La tendenza a mitizzare certi luoghi, strutture e popoli, o comunità, tiene l’uomo alle corde di un pregiudizio, tra l’incoscienza e l’ignoranza di come certi sistemi funzionino al di là del loro carattere superficiale. Il carcere è un luogo di pena dove il crimine incontra la sua coscienza, che prende voce nel silenzio di un lento scorrere del tempo per far fronte agli errori commessi, quando questi diventano pentimenti sinceri, e ad una considerazione nichilista della vita. Guardare negli occhi chi sconta una pena perché ha scelto di delinquere non è semplice: lo abbiamo fatto noi della redazione di Informare e dell’Associazione Officina Volturno con i reclusi della casa circondariale di Arienzo, in Provincia di Caserta, in un confronto che ha lasciato tracce di importanti riflessioni, condivise reciprocamente con i detenuti.

La struttura, diretta dalla dott.ssa Mariarosaria Casaburo, fu aperta nel 1995 come istituto femminile; successivamente, nel 1999, dopo una breve chiusura durata qualche mese, venne riaperto come casa circondariale maschile. L’impianto è dotato di una palestra, due aule, una biblioteca ed un locale di culto, adibito anche a sala polivalente, all’interno della quale si svolgono vari corsi, eventi e laboratori. I detenuti presenti sono 71, dislocati in 52 stanze di detenzione. Gli agenti di polizia penitenziaria operanti sono 63, guidati dal Comandante Francesco Serpico; gli educatori in servizio, invece, sono 3, Mariarosaria Romano e Francesca Pacelli, e la professoressa Anna Carfora, mentre lo staff medico è composto da un incaricato e 3 medici “SIAS” (Servizio Integrativo di Assistenza Sanitaria) che solitamente sono lo psichiatra, il chirurgo (per le diagnosi) e il dentista.

Invitati ed accolti dalla dott.ssa Marianna Adanti, direttrice in missione ed in sostituzione della Casaburo, e dal cappellano dell’Istituto Don Sergio, quella che abbiamo vissuto è stata un’esperienza che ci ha messi di fronte a persone comuni, deviate sulla strada della delinquenza; che sia causato dalla crescita in un contesto familiare particolare, per mancanza di opportunità o per assenza di riferimenti ed esempi positivi, il comportamento antisociale è ingiustificabile, anche se è comune da parte dei reclusi la ricerca determinata di un alibi per motivare le proprie azioni.

Quello che abbiamo provato a trasmettere sono quei valori che costituiscono le fondamenta del nostro operato associativo e giornalistico, grazie ai quali le realtà di cui facciamo parte riescono ad essere riferimenti di legalità, trasparenza e collaborazione sociale, a partire dai giovani.

La reazione dei presenti è stata partecipativa sulla base di un confronto che ha suscitato sempre più interesse, culminato nell’impegno di organizzare ulteriori incontri, richiesti proprio dai detenuti. Leggere negli occhi di alcuni di loro il desiderio di un riscatto sociale ci incoraggia a credere che, anche chi ha sbagliato, possa riuscire ad integrarsi nella società con un approccio alla vita diverso. In fondo, l’uomo non è ciò che è stato ma ciò che spera di essere.

di Fabio Corsaro

corsarofabio@gmail.com

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Nell’ambito della nostra visita alla casa circondariale di Arienzo (CE), dopo l’incontro con i detenuti, abbiamo avuto la possibilità di intervistare due figure centrali nella direzione del carcere: il cappellano Don Sergio Cristo, sacerdote della diocesi di Acerra, e la dott.ssa Marianna Adanti.

  • Don Sergio, da quanto tempo è il cappellano di questo istituto penitenziario? E’ la sua prima esperienza in quest’ambito?

“Da 5 anni. Si, è la prima esperienza. Appena laureato in teologia sono stato mandato dal Vescovo di Acerra, Monsignor Rinaldi, a studiare a Roma alla specializzazione di teologia pastorale sanitaria. È stata l’esperienza più bella della mia vita come cappellano. Ho dato tanto, ma ho ricevuto tantissimo.”

  • Cosa sente di aver imparato tramite questa esperienza? Come ha cambiato la sua vita?

“Ho imparato a essere uomo, prete, fratello, amico. Il Signore dice “Chi dona, riceve 10.000 volte in più”, ed è così. Ho un rapporto con i detenuti che va al di là del mio essere prete, e dico sempre loro una frase di Madre Teresa di Calcutta: “Ognuno di noi è un angelo con una sola ala”. L’empatia è fondamentale: cerco di immedesimarmi nel problema del detenuto come fosse il mio. Ho sempre detto loro di non sentirsi giudicati, perché ad esempio il giudice o il magistrato possono valutare il reato, ma non sanno cosa c’è dietro: una persona con un vissuto, una storia, un’esperienza di vita.”

  • Parliamo della prioritaria questione della rieducazione e del reinserimento di queste persone nella società civile: come migliorare questo aspetto, purtroppo ad oggi carente?

“La società deve cambiare. Il carcere dev’essere un luogo rieducativo, di riscatto. Loro devono saper girare pagina, e avere la capacità di scrivere la loro vita daccapo, facendo esperienza di ciò che hanno vissuto. La società ha un grande compito, che Papa Francesco ci sta facendo comprendere: dobbiamo ‘uscire fuori’, e finirla di etichettare le persone. Se ogni persona tende la propria mano all’altro, la società sarà diversa.”

 

  • Dottoressa Adanti, può dirci da quando svolge questa mansione?

“E’ dal ‘97 che sono nell’amministrazione penitenziaria. Feci il concorso per scelta: sentivo la spinta di fare un lavoro diverso, che avesse un senso. E questo ce l’ha, all’interno e per l’esterno. Ci ho creduto e ho svolto con fedeltà il mio compito istituzionale. Abbiamo tanti intoppi burocratici, ma con l’impegno riusciamo a realizzare progetti, attività ed eventi, dando esecuzione piena al principio della Carta Costituzionale per cui le pene non devono essere afflittive ma tendere alla rieducazione del condannato.”

  • Da donna, cosa sente di dire? Secondo Lei, la sensibilità femminile è importante in questo lavoro?

“Si, molto. All’inizio, sia io che le mie colleghe abbiamo avuto difficoltà nell’approccio col carcere, essendo un ambiente maschile e maschilista. Dal ’97 ad oggi però le cose sono migliorate. Credo che una donna in questo ruolo renda meglio, che abbia una marcia in più, senza voler screditare gli uomini. C’è ancora la convinzione, specie al sud, che dirigere un penitenziario sia un lavoro da uomini, se lo svolge una donna si resta perplessi. La maggior parte dei direttori e dei vice oggi sono di sesso femminile. La sensibilità della donna su certe tematiche è tangibile, e in un ambiente come questo viene avvertita.”

  • Applicate, come di dovere, il principio della Carta Costituzionale secondo cui la pena detentiva non dev’essere afflittiva ma volta a rieducare il condannato: si può fare di più in tal senso? Cosa pensa del loro reinserimento in società?

“Noi facciamo tanto per loro, e il problema non è qui dentro, è l’esterno che ha e dà “l’etichetta”. Sono consapevole delle difficoltà che incontrano una volta fuori, ma cerco comunque di spronarli positivamente al riguardo.”

  • In quali altre case circondariali ha lavorato? Come definisce quella di Arienzo rispetto alle altre?

“Ho lavorato a Santa Maria Capua Vetere, poi all’OPG di Aversa, Torino ‘Le Vallette’, Poggioreale, Arienzo e Benevento. Questi Istituti sono differenti, anche a seconda della tipologia di reato. Arienzo è una realtà più piccola, una ‘custodia aperta’, le stanze di detenzione sono aperte per 8 ore al giorno. Inoltre i detenuti vengono non solo sorvegliati dai poliziotti ma anche osservati per essere compresi nella loro personalità, in osservanza alle nuove direttive europee che ci hanno ‘costretti’ a trovare un nuovo modus operandi.”

  • Può spiegarci proprio la giornata-tipo di un detenuto ad Arienzo?

“La mattina c’è la conta dei detenuti, la colazione, poi apriamo le stanze di detenzione, e sono liberi di incontrarsi in aree comuni. Ognuno di loro ha un percorso trattamentale: c’è chi va a scuola, chi fa ceramica, chi teatro. Tali attività sono tenute dagli educatori ma anche dalla polizia penitenziaria, e da chi viene a tenere i corsi. Dopo pranzo possono stare 2 ore all’aperto, per poi tornare negli spazi comuni, e fare palestra in una piccola saletta o guardare la tv. Infine ci sono momenti, che seguono più che altro il calendario delle festività, in cui i detenuti incontrano le loro famiglie.”

  • A livello umano, cosa le danno questi ragazzi?

“Danno tante emozioni, ma il distacco è fondamentale per lavorare al meglio, come il rispetto dei ruoli. La ‘missione’ è rieducarli. Penso che oggi il vostro messaggio positivo sia stato recepito e vi ringrazio per essere venuti.”

di Valeria Vitale

valeriavitale18@gmail.com

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!