Il Napoli con gli occhi di Pino

PinoDaniele_995px-660x330Della voce di Pino Daniele ne hai bisogno quando avverti la necessità di ritrovare la pace in questo mondo instabile. Ed è per questo che faticheremo a smettere di piangerlo. È per questo che ne avremo ancora bisogno per tanto, o forse per sempre. Dolcezza e nostalgia, speranza e verità, la poesia del napoletano mescolata alla concretezza dell’inglese: è la scuola di chi è stato allievo e maestro di se stesso, unico nel suo genere, icona di una città stropicciata da tante piaghe ma con l’«addore e mare» che ti inebria i sensi e non ti lascia più andar via. Pino Daniele ha raccontato Napoli nelle sue più ampie sfaccettature, celando dietro una gentile melodia le necessità e le angosce di una terra da sempre contraddittoria e mai compresa. Ma con che occhi Pino guarderebbe, attraverso le forme sublimi assunte con lui dalla nostra lingua (e non è l’italiano), un’“entità” con la quale i napoletani hanno un rapporto viscerale: il Napoli!? Si sa, la storia sportiva e culturale di questa città ce l’hanno insegnato: il calcio qui è emancipazione sociale, motivo di redenzione, orgoglio e sofferenza. Tra il Napoli e i napoletani c’è un sentimentalismo ingenuo e passionale, «un amore senza fine… in questo mondo». E le difficoltà esistono, come in qualsiasi storia d’amore, ma bisogna avere la pazienza e aspettare «che chiove, l’acqua te ‘nfonne e va. Tanto l’aria s’adda cagna’». Di esperienze il Napoli ne ha vissute tante, “toppandosi” il cuore con lo scudetto, alzando al cielo Coppe e sprofondando pure negli abissi più bui, quelli degli anni in cui i play-off per salire in B erano l’obiettivo della stagione, dove il fallimento di una squadra poteva comportare la caduta dal panorama dal calcio italiano di una grande piazza come Napoli. Eppure, anche nei momenti di timida rinascita, i tifosi c’erano, più di prima, con l’orgoglio nel DNA, per sostenere sempre quella maglia azzurra e «amarsi ancora, ma senza tempo».

A Napoli si vive tanto di ricordi, belli ovviamente: quelli di Diego, ad esempio. Maradona è un dono di pazzia e sentimento ad una città che vive di queste emozioni. È l’uomo che ha cambiato la vita a molti che l’hanno vissuto e che oggi vivono di nostalgia: «Ma io e te ci incontriamo nella mente e nessuno ci sente. Ci vuol talento per chiamarlo amore, se chiudi gli occhi ti scoppia il cuore». La squadra ed il suo popolo non hanno mai smesso di amarsi, «nonostante tutto, amarsi ancora se piango se rido amarsi ancora ai confini del mondo». E il Napoli di oggi? Le soddisfazioni non mancano, come spesso la rabbia e la perpetua sofferenza. Ormai conviviamo con questi sentimenti. La squadra ha grandi qualità ma se capita che incappa in qualche errore di troppo, non si lascia abbattere perchè «si se ‘ntosta ‘a nervatura metto tutti ‘nfaccia ‘o muro. Je so’ pazzo, je so’ pazzo». «E allora sì che vale ‘a pena e vivere e suffrì». E c’è gente che affida la propria gioia al tempo d’attesa che li divide dal momento di una partita, capaci di pensare «che male c’è, che c’è di male, se la mia vita ti appartiene ed è normale». A Napoli il calcio è liberazione d’ogni paura, esigenza di sentire i brividi sulla pelle e avvertire gonfio il cuore e un “forza Napoli” è capace di scuoterti tutto. Infondo, «a volte basta una parola per stare bene a metà, fra l’emozione e la paura d’amarsi in questa eternità».

Napoli e il Napoli sono astrazione e verità, prosa e poesia, forme e sostanza di uno stesso contenuto, espressione di un’essenza unica, sui generis, talentuosa, che potrebbe rappresentare un modello nel mondo. Napoli è la città vitruviana, la sola a dimostrare la quadratura del cerchio. Una città libera ma incatenata a certi steccati che non si staccano dagli stessi napoletani e dal pregiudizio dello straniero. «Terra mia, terra mia, tu sì chiena ‘e libertà». Napoli vive di emozioni, campa con le vene gonfie di passione ed è capace di far innamorare a prima vista un forestiero. «Io per lei ho due occhi da bambino». Ma Napoli è piena d’errori, bruttezze che proprio non le si addicono, a volte senza opportunità proprio per il suo popolo che la decanta così amorevolmente. Ma tu, fratello napoletano, «’o ssaje comme fa ‘o core a me, a me quann’ s’è annamurato. ma je nun m’arrenn’ ce voglio pruva’. Je no, je no. ‘O ssaje comme fa ‘o core, je no, je no, quann s’è sbagliato».

Fabio Corsaro

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!