Il Napoli, quello bello

Luís Vinícius de Menezes

Paulo Lima Amaral di Rio de Janeiro è stato il primo, e con buoni risultati; dopo di lui un altro brasiliano: Luís Vinícius de Menezes di Belo Horizonte. Non stiamo parlando di samba o bossanova. Qui la musica è un’altra, è quella che si gioca con i piedi. Lo strumento è un pallone che viene tramato ed ordito da 11 galantuomini in mutande.

Amaral fu il primo a far giocare una squadra a zona nel campionato di serie A, con i difensori che non rincorrevano più l’attaccante avversario come avveniva con la “difesa a uomo”. Nella stagione calcistica 1962/1963, la Giuve ottenne il 2° posto dietro alla Grandeinter di Herrera, che poi vinse tutto, e conquistò la Coppa delle Alpi che, insieme alla Coppa dei Campioni, rappresentava uno dei più importanti tornei europei, disputato tra squadre italiane e svizzere.

Un risultato di grande spessore tecnico e sportivo, considerando che l’anno prima i bianconeri di Carletto Parola non erano andati oltre un mediocre 12° posto. Mediocre per ogni squadra che non abbia obiettivi di salvezza, non solo per la vecchia signora. Ma ricordatevi di Parola perché insieme alla curiosità della difesa a zona è uno dei tanti elementi che lega la storia di Davide (Napoli) e Golia (Juve) nel campionato 2016/2017.

La dirigenza juventina – Vittorio Catella, presidente, e Giampiero Boniperti, direttore sportivo – prese questo brasiliano che, secondo gli ambienti ben informati, era il vero allenatore del Brasile bicampeon del 1958 e del 1962, anche se ufficialmente figurava come preparatore atletico.  Si mormorò che impose rigore atletico e tattico ai fuoriclasse brasiliani. Il segreto della difesa a zona nasce, dunque, da un concetto semplice: se tu hai Gylmar dos Santos Neves in porta, due terzini che si chiamano Dejalma dos Santos e Nílton dos Santos e poi due difensori centrali come Hilderaldo Luiz Bellini ed Orlando Peçanha de Carvalho, non puoi metterli a marcare gli attaccanti avversari. E Pelè? Companatico. La forza era una difesa che costruiva e non distruggeva guadagnando 30/40 metri di campo.

Il progetto fallì perché la dirigenza non riuscì a difendere Amaral dalle critiche dei grandi giornalisti dell’epoca e dalle intemperanze dello spogliatoio. E chissà cosa sarebbe successo se il carioca avesse avuto sostegno.

Rispetto a questa parentesi, 10 anni dopo ‘O Lione vuole riannodare il filo tagliato al suo connazionale. Arriva a Napoli per il campionato 1973/1974, su scelta del presidente Ferlaino e del direttore sportivo Franco Janich, ed ottiene in sequenza un 3°, un 2° posto nell’anno 1974/1975 eguagliando il miglior piazzamento nella storia della società con il Napoli di Sivori ed Altafini allenato da Pesaola, e nell’ultimo anno 1975/1976, quando fu esonerato, come Amaral, un 5° posto in campionato e la seconda Coppa Italia. La terza arrivò con il Napoli di Maradona.

Era un tifoso del Napoli ed aveva solo 5 campionati alle spalle in serie C e B con Internapoli, Ternana e Brindisi come Maurizio Sarri, cuore azzurro e lunga militanza nelle serie inferiori salvo un anno con l’Empoli in serie A.

Vinicio pur essendo un galantuomo dice una buscia. Non fa riferimento al modello perdente juventino di Amaral ma a quello vincente dell’Ajax di Rinus Michels. Ma è chiaro, come Davide, vuole sfidare e vincere Golia, vendicare la mortificazione del calcio bello, battere la Juventus di Parola ma anche l’idea di calcio catenacciaro degli anni sessanta delle due milanesi di Herrera e Rocco. “Ma chiste è sceme?” Quella di Bruscolotti non è una domanda: è una richiesta di conforto al capitano Juliano. Insigne dice più o meno la stessa cosa ma Hamsik, Koulibaly, Callejon ed Albiol dopo averlo guardato per qualche secondo si guardano tra di loro e poi di nuovo lo scrutano. Il capitano gli si avvicina e guardandolo negli occhi, fisso, in silenzio: “Lorenzo, ma che hai detto? non è ne italiano, nè slovacco nè senegalese”. Ma accettano Sarri e così anche Higuain. Ah si, altro elemento comune. Vi è anche qui un cuore ingrato. Altafini che segna il gol del 2 a 1 a Torino nella determinante Giuve-Napoli, e Higuain che lascia il Napoli per chella là.

Nella stagione più significativa del calcio brasilianolandese di Vinicio, il Napoli è la squadra che in assoluto gioca il calcio più bello con giocatori non eccelsi, trovati o ritrovati. Forse nella sfida significativa contro la Giuve è stato determinante l’uscita a vuoto di Carmignani, con palo e poi tiro di Josè, ma in tutto il campionato è un Napoli che imposta la partita, con personalità e trama di gioco.

La coppia di terzini è Bruscolotti a destra e il grande Pogliana a sinistra. La coppia di difensori in linea è Burgnich e La Palma. A centrocampo Orlandini, Juliano e Ciccio Esposito. In attacco il tornante Peppiniello Massa a destra ed il pazzo Braglia a sinistra, capace di galoppate di 90 metri che ribaltano la partita e di errori elementari sottorete. Il centravanti è Sergio Clerici che poi sarà dato al Bologna, insieme ad altri, per avere Savoldi. In panchina vi erano giocatori significativi come Rampanti, preso dal Torino, e Canè (Didì Vavà Pelè, site ‘a guallera ‘e Canè) ed un ottimo Vavassori. E Vendrame, voluto, amato e ripudiato da Vinicio.

Quel Napoli con questo Napoli ha in comune la forza del gruppo. Aver lasciato andare via Clerici fu un errore ed aver lasciato andare via Higuain non è un errore; la qualità tecnica e morale dei capitani Juliano e Hamsik, il valore delle ali o esterni (Massa/Rampanti e Braglia con Mertens/Insigne e Callejon) e una grande ed affiatata mediana (Orlandini ed Esposito con Allan/Zielinski e Jorginho). E Vendrame? Godeva in tribuna, ma questa è un’altra storia.

Ed il Napoli di Maradona? Quello era il più forte, io parlo di bellezza.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 162 Ottobre 2016