Emergenza criminalità in provincia di Latina, intervista al questore Giuseppe De Matteis

Giuseppe De Matteis

Sfruttamento del lavoro e riciclaggio di capitali illeciti sono le principali emergenze che le istituzioni e le forze dell’ordine devono contrastare nella provincia di Latina. Il silenzio delle armi induce la pubblica opinione a credere che le mafie sono poco influenti in questi territori, ma le indagini giornalistiche condotte soprattutto negli ultimi anni ci impongono riflessioni più attente. Per tali motivi proponiamo un’intervista in esclusiva al dott. Giuseppe De Matteis, questore di Latina dall’agosto 2014, figura istituzionale di grande riferimento che ha illustrato con chiarezza i meccanismi del malaffare della provincia di Latina che sono molto complessi e articolati. 

Angelo Morlando e Giuseppe De Matteis (Foto di Gabriele Arenare)
Angelo Morlando e Giuseppe De Matteis (Foto di Gabriele Arenare)

Ci può ricostruire la storia recente della Provincia di Latina in modo da avere un primo inquadramento della situazione attuale?
«Latina è una provincia relativamente giovane, con una popolazione attuale di circa 600mila abitanti. I primi residenti hanno certamente origine contadina e si sono trasferiti in queste terre a seguito della bonifica della palude pontina. Erano lavoratori provenienti prevalentemente dal Veneto, dal Friuli e dalla vicina Ciociaria. Questa base autoctona ha avuto la possibilità di creare una vera e propria industria agricola di elevata qualità. Nella zona di Fondi, ad esempio, ci sono le lavorazioni finali della frutta che poi è esportata nel nord Europa. Alcuni indicano Latina come gli Stati Uniti del Lazio; infatti, è una provincia che ha una storia estremamente breve, ma attualmente ospita numerose attività che la proiettano in uno scenario commerciale internazionale. 
L’evento che ha cambiato gli equilibri del territorio è costituito dalla Legge 1423 del 1956, la cosiddetta legge del “confino di polizia” che oggi non esiste più. Questo è il principale motivo, oltre a quello della vicinanza territoriale, per il quale nella provincia di Latina coesistono gruppi provenienti dalla Calabria, Puglia, Sicilia e Campania. All’interno di questi gruppi, siccome alcuni provenivano dal “confino”, abbiamo ereditato anche numerosi mafiosi».

Ci può fornire una descrizione sintetica del livello mafioso raggiunto attualmente?
«Sono assolutamente mafiosi di primissimo livello, perché sono gli eredi di quei mafiosi che, già dal 1956, i questori delle regioni di provenienza ritenevano talmente pericolosi da disporne il confino. Ritengo opportuno precisare che il termine “mafioso” lo possiamo utilizzare solo dopo il 1982, cioè dopo il 416bis. Dal 1956 al 1982 si potevano etichettare come “persone in odore di mafia”. Tutto ciò ha determinato una straordinaria geografia criminale nel territorio di Latina ed è il motivo per il quale mi sono battuto, alla stregua dei miei predecessori, per far riconoscere l’emergenza Latina. Tale battaglia è stata riconosciuta anche dalla Polizia di Stato, infatti, le Squadre Mobili di Latina, Caserta e Foggia saranno riconosciute a livello dirigenziale con un notevole potenziamento di uomini e risorse».

È possibile definire, attualmente, una configurazione dei clan nell’intera provincia?
«Prima di tutto, si può affermare che i problemi di questa provincia non nascono esclusivamente per la contiguità e vicinanza alla provincia di Caserta. La provenienza è molto più composita. Sulla zona di Latina si è irrobustita la compagine facente capo al clan “Ciarelli-Di Silvio” il cui spessore criminale è emerso chiaramente dopo l’esito delle indagini nell’ambito dell’operazione “Don’t Touch” dell’ottobre 2015. Un episodio eclatante è stato ricostruito dagli investigatori ed è inerente all’anno 2010, quando alcuni esponenti dei casalesi volevano penetrare nel capoluogo pontino, ma il tentativo si conclude con l’omicidio dei due killer inviati ad eliminare un esponente del clan Ciarelli. Tutto ciò dimostra, sia la forza del clan locale egemone, sia la volontà di voler tenere bassissima l’attenzione su queste zone, quindi, la volontà di evitare qualsiasi elemento di disturbo esterno. Nel Nord Pontino vi è una maggiore influenza di clan di provenienza dalla ‘ndrangheta Calabrese, mentre nel Sud Pontino vi è una maggiore influenza di clan provenienti dalla provincia di Caserta».

Quali sono, quindi, le attività prevalenti svolte dai clan?
«Quest’area è stata privilegiata come sede di investimento dei capitali mafiosi da riciclare. Principalmente nel campo della distribuzione della frutta e ortaggi, nei stabilimenti balneari e, comunque, nelle attività produttive in genere. Nella provincia di Latina, quindi, non assistiamo a fenomeni, come ad esempio quelli campani, in cui vi è la necessità di un controllo militare mafioso costante del territorio. Non vi è la necessità di marcare costantemente il territorio. Di conseguenza mancano attività criminose legate a tali necessità; mancano delitti di stampo mafioso, non esiste la guerra di Camorra o la guerra tra bande; non assistiamo, di norma, ad attentati intimidatori contro gli imprenditori da taglieggiare. Il fatto di non assistere al modus operandi similare a ciò che accade in madre patria, potrebbe portare l’opinione pubblica a credere che qui le mafie non esistono. E sarebbe un gravissimo errore».

Quale è il primo problema dell’antiriciclaggio?
«I mafiosi, avvalendosi dei colletti bianchi e, a volte, grazie alla contiguità con la cattiva politica, riescono a riciclare ingenti capitali. Il vero problema degli investigatori è quello che i poliziotti americani chiamano “il guado del pellerossa”. L’indiano, inseguito dai segugi, per far perdere la propria puzza dovuta alle pelli che indossa, attraversa/guada il fiume e si ripulisce. Così accade spesso con i flussi di denaro».

Qualche numero significativo per avere il polso della situazione? 
«Al momento abbiamo a disposizione solo 30 agenti preposti a controllare circa 10mila attività produttive/imprese. Abbiamo riscontrato grandi difficoltà, ad esempio, per intervenire contro il caporalato. Riusciamo ad individuare le acquisizioni più importanti, ma provare che quei capitali siano di sicura matrice mafiosa è molto più difficile, grazie soprattutto, ad esempio, a commercialisti che hanno ripulito totalmente le fonti illecite iniziali. Il fatto che non riusciamo a individuare tutte le fonti, non vuol dire che in provincia di Latina non si riciclino ingenti quantità di denaro. È giusto ripeterlo: nella provincia di Latina, volutamente, gli omicidi non ci sono. Il fatto che i circa 30 casi all’anno, tra omicidi e tentati omicidi, siano riconducibili a microcriminalità o questioni familiari, non deve mai far pensare che le mafie non esistono. Lo stesso vale per il mercato della droga. L’assenza di una corposa viabilità non consente sequestri di enormi quantità di stupefacenti, ma ciò non vuol dire che non vi sia traffico di droga».

di Angelo Morlando
Foto di Gabriele Arenare

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