Giuseppe Borrelli: «La legalità come fonte di sviluppo»

Giuseppe Borrelli - Photo credit Gabriele Arenare

Procuratore e coordinatore DDA Napoli Giuseppe Borrelli: «La criminalità vince dove lo Stato è assente»

L’incontro con il dott. Giuseppe Borrelli è avvenuto con la massima semplicità e cordialità ed è proseguito con la totale apertura al confronto su tanti argomenti di attualità, lasciando in tutti i presenti un ottimo ricordo. Il dott. Borrelli è il procuratore aggiunto e coordinatore della DDA di Napoli e ha voluto incontrare a Castel Volturno la giovane redazione di Informare in maniera riservata, per conoscere una piccola realtà di cui siamo tutti orgogliosi. Gli argomenti trattati, le domande e le curiosità sono state tantissime, pertanto, è stato difficile sintetizzare di seguito i momenti più significativi.

Ringraziamo il dott. Borrelli anche per i successivi riconoscimenti ufficiali al nostro lavoro che ha ormai raggiunto i 15 anni di attività, sperando di avergli regalato un momento di gioia a seguito dell’incontro organizzato nella nostra sede con il grande capitano, Marek Hamsik, che gli ha dedicato una bellissima maglietta.

Giuseppe Borrelli con Marek-Hamsik e Tommaso Morlando - Photo credit Gabriele Arenare
Giuseppe Borrelli con Marek Hamsik e Tommaso Morlando – Photo credit Gabriele Arenare

Per oltre 50 anni qui lo Stato ha voltato la faccia, ma adesso è il momento di essere presenti, per combattere e vincere la camorra. Se non c’è lavoro, se non ci sono investimenti, se abbiamo 7/8 mila extracomunitari irregolari e con un comune in dissesto finanziario che non riesce a garantire nemmeno i servizi primari, diventa difficile contrastare la camorra. Cosa possiamo dire, pertanto, ai nostri giovani per invogliarli a restare e a continuare a credere nei nostri territori?
«Ci siamo resi perfettamente conto della delicatezza della situazione in questi territori, in particolare a Castel Volturno che costituisce proprio un emblema della situazione, di quello che io dicevo già in altre zone: la criminalità vince dove lo Stato è assente. Solo la legalità può far mutare la situazione. Qui ci sono cittadini che pagano le tasse e hanno il diritto di avere un futuro nel luogo in cui vivono, non altrove, come ogni cittadino italiano. Ci sono zone sul litorale che hanno raggiunto un livello di invivibilità sotto il profilo della legalità come condizione di vita di ciascun cittadino. Occorre rimediare a ciò, e abbiamo lavorato e stiamo lavorando per questo: i risultati si vedranno nei tempi purtroppo lunghi in cui riusciamo a ottenere risposte dai nostri interlocutori. Per quanto riguarda gli aspetti camorristici del clan dei casalesi, è certo che quest’organizzazione criminale sia stata ridotta in condizioni di estrema difficoltà: abbiamo documentato infatti attività estorsive che sono incompatibili con quelle realtà che il gruppo criminale aveva raggiunto negli anni scorsi. Le difficoltà odierne di questo clan derivano dal lavoro svolto in passato. Nei periodi in cui lo Stato vince si dovrebbero creare quelle condizioni atte ad evitare che certi fenomeni si ripetano e si tratta essenzialmente di condizioni culturali: se non si verificano, è chiaro che poi quello che è venuto meno, si ripete. E, purtroppo, in Italia il carcere non riesce ad avere quella funzione educativa che dovrebbe avere, per cui chi ne esce verosimilmente tornerà a delinquere».

In determinati territori che ora hanno delle buone amministrazioni, come Casal di Principe e Castel Volturno, c’è ancora un ritardo inspiegabile; lo Stato dovrebbe essere presente e non lasciarle sole. In passato c’è stata una collusione camorra-politica che ha distrutto anche la speranza; ci sono ancora troppe ombre che devono essere chiarite di alcuni periodi storici in cui il Comune di Castel Volturno è stato sciolto per infiltrazione camorristica.
«Secondo me la camorra non nasce dal sottosviluppo, ma essa è la causa del sottosviluppo. Se lo Stato investisse nel contrasto alla criminalità organizzata si potrebbe, quindi, avere meno sottosviluppo. In tante aree del Sud Italia l’economia potrebbe essere molto più fiorente, se le mafie non fossero presenti. Sarebbe prodotta ricchezza a beneficio di tutti. Ci vorrebbe un investimento in termini di legalità, affinché lo sviluppo possa ripartire e nel giro di una decina di anni, allo Stato, i soldi spesi, rientrerebbero con gli interessi. La legalità su un territorio non si fa semplicemente aprendo un comando dei carabinieri o una stazione di polizia, ma si fa, per esempio, avendo delle amministrazioni in grado di operare in maniera trasparente: dovrebbero essere messe in condizione di operare con la gestione concreta di soldi e del personale, con la possibilità di avere un ricambio della classe amministrativa. In questo senso, non c’è quel passo avanti della società civile; poi si consente al camorrista che esce dal carcere di riprendere il controllo del territorio: qua c’è la miopia della classe dirigente. Se il senatore o il deputato di questi territori non ne presenta le istanze a Roma, ma fa il “gioco” della politica nazionale, c’è necessariamente un punto cruciale da affrontare. Bisogna lavorare su questo e chiamare la gente a prendere una posizione».

Come mai, quindi, lo Stato stenta ad investire su questi territori e quanto il Sud è parte lesa in questa situazione?
«Le motivazioni sono varie. C’è una cultura politica che ritiene conveniente avere il cittadino come “persona a disposizione”. In poche parole, si può dire che il clientelismo abbia due facce: quella di chi chiede e quella di chi dà; ma chi dà si assicura la promessa di ricevere a sua volta. In questo modo, prolifera l’illegalità. Il mancato sviluppo di certe zone determina, dunque, situazioni di dipendenza rispetto alla politica, sulle quali in questo Paese la politica è fondata. Questo è il primo aspetto. In secondo luogo, si può parlare di semplice miopia. Ho conosciuto tanti politici, sia della vecchia che della nuova generazione; bisogna dire che si tratta di due realtà incomparabili: i “vecchi”, con i loro limiti e le loro pecche, avevano comunque un’idea di bene comune che le nuove classi dirigenti non hanno affatto. Il problema della legalità come fonte di sviluppo di determinati territori del nostro Paese, molti “nuovi” amministratori non sono in grado di porselo. Al di là delle parole che si dicono nelle occasioni ufficiali, sono completamente disinteressati a tale questione».

Cambiamo argomento: lo spaccio di droga. Le indagini giornalistiche ci propongono una “mafia nigeriana” protagonista di un traffico internazionale e ben organizzata. Cosa si può fare in tal senso?
«La questione della droga non si risolve arrestando 10, 20, 50 persone. Il fenomeno dei traffici di droga è molto più generale e andrebbero attaccati i mercati di produzione delle sostanze stupefacenti. Secondo me, il problema grave dei luoghi dove ci sono importanti insediamenti, in particolare di nigeriani, non è tanto il fatto che importino droga, quanto il fatto che abbiano un controllo totale del territorio, espellendo in pratica lo Stato Italiano, che non investe in questi territori precludendogli ogni prospettiva futura. E’ assurdo pensare che debba essere la camorra a espellere gli extracomunitari dal territorio al fine di consentire che vi avvengano determinati investimenti, ad esempio quelli necessari alla realizzazione del porto di Pinetamare».

Ha detto che è la camorra a creare il sottosviluppo: secondo Lei cos’è che oggi fa nascere il fenomeno dell’associazione a delinquere? Ha riscontrato delle differenze tra le affiliazioni camorristiche nelle varie zone dove Lei ha lavorato?

«Le presenze camorristiche nel Beneventano o nell’Avellinese non determinano gli stessi fenomeni che si osservano a Napoli o Caserta. Se manca uno strato di popolazione “ghettizzata” è più difficile reclutare, poiché il reclutamento non avviene certo tra persone con una cultura, una struttura familiare o lavorativa consolidata, ma avviene in fasce di emarginazione. Ridurre le fasce di emarginazione riduce, di conseguenza, la capacità di reclutamento. Le differenze le ritroviamo nelle strutture camorristiche: riteniamo che in questo momento a Napoli il fenomeno criminale di maggior complessità sia radicato nella zona del giuglianese. Da questa, si dirama una mappa per raggiungere il casertano e l’intera città di Napoli. Su questa situazione stiamo specificamente lavorando, addirittura abbiamo racchiuso la zona del giuglianese in un gruppo di lavoro messa in comune tra le due aree della DDA. La camorra è una realtà criminale estremamente frastagliata: quella casertana non è uguale a quella afragolese, né a quella nolana, né a quella napoletana. Questo è un problema che non consente di adottare dei moduli comuni di investigazione. A Napoli la camorra mira al controllo delle piazze di spaccio. Nella zona nolana, si stanno dirigendo verso quella direzione, ma continuano a mantenere una vocazione imprenditoriale. La camorra casalese ha vocazione assolutamente imprenditoriale, mentre nella zona di Afragola si va oltre, e si trova una camorra più che altro finanziaria».

Parliamo del rapporto tra la magistratura e le forze dell’ordine, un rapporto che si è evoluto negli anni e si evolve ancora.

«Penso che il nuovo codice di procedura penale, in vigore dal 1989, abbia determinato una completa rilettura dei rapporti tra magistratura e forze dell’ordine, che in questo momento sono caratterizzati dalla massima collaborazione. Tutti i risultati raggiunti nell’attività di contrasto alle mafie non sarebbero stati raggiunti senza il nuovo codice di procedura penale. Si può dire che i risultati più importanti contro la camorra si siano avuti tra la metà degli anni ’90 e il 2010, con le grandi catture. È stato la premessa di un lavoro più ampio da fare, ma in quei 15 anni è stato fatto un buon lavoro. Ad oggi non ci sono capiclan in libertà, ma solo figure di secondo piano che cercano di sgomitare. L’impegno di tutti ha dato i suoi frutti: in condizioni di legalità, ognuno può valorizzare se stesso».

La DDA si occupa anche di antiterrorismo. In questa particolare realtà locale, ci potrebbero essere rischi di atti terroristici?

«No, credo si possa stare tranquilli. Non ci sarebbe nessun ritorno mediatico di un atto terroristico compiuto in Castel Volturno. Va evidenziata, invece, la disciplina dell’immigrazione vigente in tutta Italia: la legislazione punitiva nei confronti dell’immigrato irregolare, favorisce o sfavorisce l’ordine pubblico? Io penso che favorisca l’occultamento di queste persone e serva solo per annunciare, in maniera propagandistica, che sono state effettuate, ad esempio, 250.000 espulsioni quando, materialmente, gli allontanati sono decisamente molti di meno».

di Tommaso Morlando e Fabio Corsaro
Foto di Antonio Ocone

Tratto da Informare n° 155 Marzo 2016

Giuseppe Borrelli conm la redazione di Informare -Photo credit Antonio Ocone
Giuseppe Borrelli con la redazione di Informare – Photo credit Antonio Ocone

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!