Gherardo Colombo: «Io, magistrato pentito, spiego l’errore della giustizia italiana»

Gherardo Colombo

Oggigiorno domina l’idea che chi commette reato, deve essere escluso dalla società e pagare il male commesso solo tramite il carcere. Eppure l’articolo 27 della Costituzione italiana parla chiaro: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e “devono tendere alla rieducazione del condannato”.

È così che in Via Trinchera, 7, a pochi passi dal Duomo di Napoli, presso il centro diocesano di pastorale carceraria, Don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale, insieme all’associazione “Liberi di Volare”, ha realizzato la prima casa di accoglienza, con lo scopo di favorire misure alternative alla detenzione e incentivare attività che permettano il pieno reinserimento del carcerato nella società.

Uno dei più attivi sostenitori del centro è Gherardo Colombo, l’ex magistrato protagonista di celebri inchieste quali la scoperta della Loggia P2, di Mani pulite, e che oggi ha intrapreso una battaglia a favore della “giustizia riparativa”. «Attualmente, nel nostro Paese, la pena è espressione di una “giustizia retributiva”, ossia una giustizia che si limita a retribuire il male commesso con il male, tramite una pena – come ci spiega l’ex magistrato, che chiarisce – tuttavia la pena così intesa non svolge né un ruolo di prevenzione, né quello di riabilitazione (visto l’altissimo tasso di recidiva), ma al contrario toglie o limita i diritti fondamentali connaturati alla dignità umana del condannato. L’unica funzione della pena è la vendetta». Con un libro di grande successo, dal titolo “Il perdono responsabile”, Gherardo Colombo prova da tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica verso questa tematica, indicando allora un sistema di giustizia alternativo, quello della giustizia senza vendetta: la giustizia riparativa.

«Se davvero si vuole che le persone commettano meno reati, c’è bisogno che il reo prenda coscienza del male compiuto, tramite un percorso di mediazione che lo responsabilizzi per arrivare ad una riconciliazione interiore, la quale gli permetta di tornare a far parte produttivamente della società. Solo in questo modo la vittima del crimine si vede riconosciuta con un risarcimento morale, una riparazione spirituale che ricuce più vivamente la ferita del male subìto». Parole queste di un uomo che si è dimesso con 14 anni d’anticipo dalla magistratura, perché accortosi di un sistema marcio che andava rinnovato. «Ho capito che bisogna agire prima, per ridurre la devianza serve investire sull’educazione. Io, magistrato pentito, spiego l’errore della giustizia italiana con una metafora: un idraulico alle prese con un rubinetto asciutto in cucina, non trova il guasto, allora segue le tubature fino ad arrivare in cantina, e si accorge che il danno è all’impianto centrale. Una volta aggiustato, l’acqua torna anche in cucina. Ecco, è come se per 33 anni mi fossi occupato del rubinetto della cucina. La giustizia in Italia funziona malissimo».

Dunque, nell’ottica della giustizia riparativa, la pena diviene una reale occasione di riabilitazione e di conversione, non più mera punizione. Se nei paesi europei sistemi alternativi sono adottati da tempo, perché allora l’Italia sembra essere ancora tanto lontana dalla logica “riparativa”? Svegliamoci.

di Fulvio Mele

Tratto da Informare n° 157 Maggio 2016

 

About fulvio mele

Fulvio Mele: Ventenne Giornalista Pubblicista da Marzo 2016 e Vicedirettore di Informare da Giugno dello stesso anno. Diplomatosi al Liceo Scientifico R. Caccioppoli di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II. Entra nell'associazione "Officina Volturno" nell'agosto 2013. Esordisce come giornalista nel mensile di ottobre 2013, scrivendo una rubrica sui libri, "Leggi che ti passa". "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta entrandoci dentro, aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha ; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"