ADELE VITALE Storia di un’italiana all’estero: dalla piccola Gaeta alla Corea del Sud

Storia di un’italiana all’estero: dalla piccola Gaeta alla Corea del Sud

Abbiamo intervistato Adele, una ragazza di 36 anni cresciuta a Gaeta che circa 6 anni fa si è trasferita in Corea del Sud dove oggi vive e lavora. La sua storia è molto interessante, così come la sua scelta molto coraggiosa: abbandonare l’Italia, la sua città e la sua famiglia non è stato semplice ma lei con coraggio e caparbietà ce l’ha fatta riuscendo a realizzarsi dall’altra parte del mondo. Ecco quindi un esempio di integrazione “al contrario”, che ci permette di capire come noi italiani veniamo accolti all’estero e ci permette inoltre di poter parlare di un argomento mai come in questo momento attuale: la famiglia multiculturale.

Innanzitutto, com’è nata l’idea o cosa ti ha spinto a lasciare Gaeta e l’Italia?

Io fin da piccola sono stata appassionata di lingue straniere (passione nata sulle navi su cui ho trascorso parecchie estati seguendo mio padre capitano in giro per il mondo), e fin da piccola sognavo di diventare traduttrice. Per prepararmi all’ingresso in quella che all’epoca era la più prestigiosa facoltà italiana per interpreti e traduttori, la SSLMIT di Trieste, ho deciso di trasferirmi in Inghilterra per un anno per frequentare un corso di perfezionamento della lingua inglese.

Qual è stato il percorso (geografico e non) che ti ha portato a scegliere proprio la Corea del Sud?

Caso ha voluto che qui in Inghilterra  conoscessi un ragazzo sudcoreano, con cui ho mantenuto un rapporto a distanza per i successivi 12 anni fatto soprattutto di lettere (dal momento che Skype, email e messaggeria istantanea non erano ancora molto diffusi!) e visite più o meno frequenti nei rispettivi Paesi di provenienza. Dopo la laurea e dopo varie esperienze di studio e lavoro che mi hanno portata in Cina per circa sei anni (avendo studiato il cinese mandarino, che però è ben diverso dal coreano!), nell’ottobre del 2010 mi sono trasferita stabilmente in Corea del Sud, ho sposato quel ragazzo coreano e oggi abbiamo due bimbe di 4 e 1 anno. La più grande è stata in Italia svariate volte, parla perfettamente l’italiano e il coreano (e se la cava anche con l’inglese), e da brava semi-gaetana ama le olive. La piccola per ora è stata in Italia una sola volta, ma non appena sarà più gestibile nelle lunghe distanze tornerà anche lei a Gaeta a godersi il sole e il mare, ma soprattutto a farsi viziare dalla nonna e dallo zio!

Oggi si parla molto di integrazione: tu hai avuto delle difficoltà ad integrarti?

La mia integrazione è stata graduale se vogliamo, avendo visitato la Corea decine di volte nei miei 12 anni di fidanzamento a distanza, ma non per questo particolarmente semplice. Mi hanno aiutata enormemente, oltre a varie letture, una comunità online di donne occidentali sposate con coreani, alcune delle quali ho incontrato di persona e con cui siamo diventate amiche anche nella vita reale, e due meravigliose donne italiane che hanno vissuto in Corea circa vent’anni e che mi hanno aiutata a comprendere questa cultura così diversa dalla nostra.

Quanto è diffuso nel tuo nuovo Paese il razzismo?

Nel quotidiano, non sono mai stata vittima di discriminazione, se non in positivo. I coreani vantano una razza unica e sono fortemente nazionalisti, dunque tutt’oggi molto restii alle influenze esterne. La discriminazione tuttavia si percepisce soprattutto nei confronti di persone provenienti dalla Cina e dai Paesi del Sud Est asiatico. I caucasici in Corea godono di uno status particolare (per quanto sentimenti di anti-americanismo affiorino a volte in concomitanza con determinati fatti di cronaca), veniamo immancabilmente salutati con allegri Hello! dai bambini che ci incrociano per strada, e se ci viene puntato un dito contro è quasi sempre per sottolineare la nostra pelle bianca o i nostri grandi occhi.

 Vivere dall’altra parte del mondo, lontano dagli affetti non sarà molto semplice. Per te come è stato? 

Aver trovato una comunità (virtuale prima, reale poi) di donne espatriate residenti stabilmente qui è stata la chiave che mi ha consentito di integrarmi in maniera ottimale. Sono stata anche molto fortunata dal punto di vista lavorativo, dal momento che ho scoperto proprio qui la mia vera vocazione: assistere altre donne, espatriate come me, nel percorso della maternità e durante il parto. Poco più di due anni fa ho avviato un piccolo business che sta avendo un discreto successo, e che soprattutto mi consente di fare quello che amo senza sottrarre troppo tempo alla mia famiglia. Questa svolta professionale è stata fondamentale per la mia realizzazione personale.

Parlaci meglio del tuo lavoro.

In Cina, dopo tre anni come responsabile marketing in un grosso studio di architettura, ero diventata general manager di una società del settore calcistico, e ho provato a svolgere questo lavoro a distanza nei primi mesi della mia permanenza in Corea, con frequenti viaggi di lavoro e lunghe ore al computer. Ho continuato a viaggiare alla volta di Pechino fino al settimo mese di gravidanza, e di nuovo una volta nata la mia prima bimba (che mi sono portata dietro in un viaggio di lavoro allattandola tra una riunione e l’altra), ma presto mi sono resa conto che questa soluzione mal si coniugava con il mio nuovo ruolo di madre. Reduce da un’esperienza di parto che mi ha rivelato quanto necessario sia il sostegno fisico, emotivo, e informativo soprattutto quando si diventa mamme in un Paese straniero, ho deciso di dedicarmi agli studi in questo campo, conseguendo varie certificazioni come assistente al travaglio (doula), educatrice perinatale, e istruttrice di HypnoBirthing (ipnosi per il parto). Insieme a una carissima amica abbiamo dunque fondato la prima società straniera di servizi perinatali, che abbiamo chiamato Morning Calm Birthing Services (www.morningcalmbirthing.com — la Corea è conosciuta infatti come “the Land of Morning Calm”). In poco più di due anni abbiamo prestato assistenza ad oltre 200 coppie espatriate residenti in Corea, ed ora che la mia partner si è trasferita negli Stati Uniti, proseguirò da sola questa avventura così piena di soddisfazioni. Nell’ultimo anno poi ho intrapreso un’ulteriore carriera come Trainer per aspiranti assistenti al parto e educatrici perinatali per l’organizzazione presso cui io stessa mi sono certificata, Childbirth International, che dal 1999 ha formato oltre 6000 professioniste del parto in oltre 100 Paesi in tutto il mondo.

Ti mancano Gaeta e l’Italia? Quanto spesso ci torni? Ti piacerebbe ritornarci a vivere?

Non potrei immaginare di condurre la vita che conduco qui in Italia, quantomeno non a Gaeta. Non posso dire che non mi manchi la mia terra, ma non ho in programma di tornare se non in vacanza, come faccio regolarmente da sempre, almeno una volta l’anno.

Lo Stato sudcoreano aiuta una famiglia multiculturale come la tua? Se si in che modo?

La Corea è uno dei Paesi industrializzati con il più basso tasso di natalità e dunque il governo si adopera molto per incentivare le nascite, con sussidi economici e servizi vari per le famiglie. Le famiglie cosiddette “multiculturali” come la nostra, ossia quelle in cui uno dei due coniugi non è coreano, ricevono poi ulteriori agevolazioni. Il coniuge straniero ad esempio può frequentare corsi gratuiti di lingua e cultura coreana (incluse lezioni di cucina), esistono insegnanti di sostegno per l’apprendimento della lingua per bambini dai 3 ai 12 anni, e si può usufruire di sconti su servizi di pulizie e babysitter.

Quali caratteristiche bisogna avere per crescere e realizzarsi fuori dal proprio Paese?

Le comunità di italiani online sono piene di messaggi di persone costantemente alla ricerca di un’occupazione stabile. Purtroppo però sono finiti i tempi in cui bastava avere un volto occidentale per trovare lavoro in Asia come insegnante di inglese — oggi i criteri di selezione sono molto più duri, i permessi di soggiorno non vengono rilasciati più così facilmente, e c’è molta più domanda rispetto all’offerta. In molti vorrebbero lasciare l’insegnamento per dedicarsi ad altri impieghi più stimolanti o remunerativi, ma senza la conoscenza della lingua locale (e della business culture soprattutto), la ricerca è a dir poco difficoltosa.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe fare i tuoi stessi passi? 

A chi come me vuole realizzarsi al di fuori del proprio Paese e dall’Europa consiglio innanzitutto di conseguire un titolo di studio universitario, e imparare alla perfezione quantomeno l’inglese (e preferibilmente anche la lingua del Paese di interesse). Per quanto le eccezioni ci siano sempre, credo non sia più possibile partire all’avventura con una valigia e tanta buona volontà, dal momento che in molti Paesi l’ottenimento di un permesso di soggiorno deriva proprio dall’occupazione, e non viceversa. Ovviamente poi ci vuole una buona dose di spirito di adattamento, perché per quanto sia possibile rifiutare l’assimilazione o quantomeno la sperimentazione, ci si preclude tutta una serie di esperienze e si rischia di tornare in Patria poco dopo con una valigia piena di rimpianti.

 

Federica Saccoccio

federica.saccoccio@yahoo.com

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