Franco Ferrarotti, il padre della sociologia italiana, parla ai giovani

Franco Ferrarotti

Difficile, se non impossibile, inquadrare in poche righe la vita e la carriera di Franco Ferrarotti, padre dell’istituzionalizzazione della Sociologia in Italia agli inizi degli anni ‘60, ottenendo anche la prima cattedra di Sociologia in Italia, all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
In giro per il mondo, dagli Usa alla Russia, come ricercatore sociale e professore, porta ovunque la sua idea di una sociologia pratica e qualitativa.
Attualmente è professore emerito de “La Sapienza” e a 91 anni ha ancora tanta grinta, entusiasmo e voglia di comunicare messaggi e idee soprattutto ai giovani.
E con questo spirito travolgente si presenta alla Facoltà di Sociologia dell’Università Federico II di Napoli, per tenere un seminario su “Frammenti del vissuto e spirito del tempo”.
Prende la parola e sorprende tutta la platea: dimentica (o forse fa finta di dimenticare) la sua età; si alza in piedi e, col microfono in mano e lo sguardo vispo, inizia a parlare con toni energici e con un pizzico di ironia per tener desta l’attenzione.
Esordisce definendo la sociologia come «la scienza dell’interconnessione dei vari aspetti della vita sociale reciprocamente condizionati. Una disciplina scomoda fondata su curiosità, la cui ambizione folle è quella di arrivare al significato profondo delle cose e chiarire la natura di molte complessità».
Ogni parola, ben pesata, cade vigorosa sulle menti degli studenti che rimangono come incantati ad ascoltare quel monumento vivente. Tocca, poi, il tema del ruolo dell’intellettuale, che non deve rimanere nella sua “Torre d’avorio”, ma «consumare le suole delle scarpe, andare sul campo partecipare, capire l’essere umano nel quadro complesso instaurando un rapporto faccia a faccia». Non si può comprendere l’essere umano se non si accetta la «contraddizione sociologica per cui ogni ricercatore è esso stesso ricercato».
Non si sottrae alle diverse domande degli studenti che superano l’evidente soggezione.
La situazione italiana ed i suoi limiti non sono esenti dalla discussione. «Il dramma di avere in Italia scuole di ottiche intellettuali che nulla ci dicono sul come venire fuori razionalmente da problemi specifici. La società italiana – aggiunge – non è coesa ma incapace di risolvere le questioni in maniera razionale, a causa di una scarsa consapevolezza dei problemi. Ciò apre la strada ad una grande nemica della sociologia e della razionalità: l’emotività, che porta a scegliere la soluzione meno penosa e non quella più giusta».
A questo punto è inevitabile chiedersi come la sociologia possa “aggiustare” la società. Di grande importanza il ruolo performativo della conoscenza sociologica: «il conoscere è in sé un atto operativo, così come i concetti sociologici non sono essenzialismi ma di carattere operativo, nascono dalla realtà percepita e servono come strumenti per modificare la realtà. Nel momento stesso in cui conosci un fenomeno lo stai già cambiando, già svolgi un atto trasformativo del sociale. Il primo passo è la descrizione sociologica, in cui c’è già il seme della soluzione».
Purtroppo spesso la sociologia viene usata come mezzo di legittimità di decisioni politiche ben lontane dall’autentica spiegazione sociologica. “Ce l’ha detto il sociologo” si dice. Ma quale sociologo? Forse uno che non fa i conti con la giustezza, l’equità e il costo sociale di ciò che propone.
Nel congedare gli studenti, il Professore regala suoi libri e ringrazia alla sua maniera: «Vi voglio ringraziare. Quasi tutte le notti continuo a sognare dialoghi interminabili e tormentati con Socrate, con Leo Strauss (filosofo politico e studioso del mondo classico, nonché suo amico, ndr) e altri intellettuali. Voi mi date sollievo, grazie a voi da stanotte sognerò per un po’ i volti splendidi dei giovani sociologi napoletani».
Conclude con una richiesta sociologica per tutti gli studenti: «Ogni volta che vado in una grande città mi interrogo su dove sia il centro edificante attorno il quale cresce la città stessa. È in una piazza o in una strada? Cercatelo per me. La prossima volta voglio sapere dov’è il centro della città e soprattutto se c’è. Fate presto perché non ho molto tempo». 

di Fulvio Mele

About fulvio mele

Fulvio Mele: Ventenne Giornalista Pubblicista da Marzo 2016 e Vicedirettore di Informare da Giugno dello stesso anno. Diplomatosi al Liceo Scientifico R. Caccioppoli di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II. Entra nell'associazione "Officina Volturno" nell'agosto 2013. Esordisce come giornalista nel mensile di ottobre 2013, scrivendo una rubrica sui libri, "Leggi che ti passa". "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta entrandoci dentro, aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha ; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"