La FOIA di conoscere e la LIBERTÀ di far conoscere

FOIA

Se io scrivo foia voi a cosa pensate? Dite la verità. Siate sinceri. Sapete o non sapete?
“Sì, come no! Capisci a me… la foia è quella cosa che ti viene quando vedi ‘na bella guagliona che passeggia e tu… insomma tu… ti viene la foia e… ”
Femminile singolare (la FOIA) ma maschile il FOIA che cos’è?
“Ah ah ah. È semplice! Se a me che sono uomo mi viene “la foia” nel vedere una bella ragazza, a lei che è donna le viene “il foia” nel vedere uomini belli come me”
No. Non è così. E la domanda era un po’ difficilina. La foia che tutti conosciamo come il vigore smanioso ed irrefrenabile dei bambini o il desiderio sessuale improvviso ma sfrenato e smodato degli adulti da qualche mese ha la necessità dell’articolo femminile per essere individuata.
Una legge dello Stato italiano, nel maggio del 2016, ha introdotto nel nostro ordinamento un diritto già esistente in altri paesi ed indicato con il suo acronimo inglese per l’appunto F.O.I.A. ovvero “Freedoom Of Information Act” che sta per “atto per la libertà di informazione” come lo titolava la legge sulla trasparenza amministrativa e sul diritto di cronaca e la libertà di stampa dei giornalisti emanata il 4 luglio 1966 negli Stati Uniti durante il mandato del presidente Lyndon B. Johnson.
È un diritto civile e politico che segna un deciso passo avanti nel rapporto tra il cittadino e le autorità pubbliche. È il riconoscimento della libertà di chiunque (e dico chiunque) di accedere ai dati e alle informazioni in qualsiasi modo prodotte e/o detenute dall’amministrazione pubblica. Non è una cosa di poco conto.
Il Foia – come vedete gli ho alzato l’iniziale, questo è un diritto che merita rispetto – è esercitabile da chiunque per qualsiasi documento senza motivare la richiesta o giustificare un interesse.
“Ma come io da un anno avevo sta foia e non lo sapevo?”
Le cose interessanti di questo diritto sono tante: il diritto alla trasparenza amministrativa è geneticamente collegato con la libertà di stampa, ha cominciato a diffondersi dopo la legge americana degli anni Sessanta ed arrivato in Italia 50 anni dopo ma viene da molto lontano, addirittura dal pensiero illuminista del Settecento. È del 1766 la prima legge sulla libertà di informazione approvata in Svezia, grazie ad un finlandese di nome Anders Chydenius, un oscuro pastore della chiesa luterana svedese, cioè 10 anni prima della rivoluzione americana, 23 prima della rivoluzione francese, 200 prima della legge americana e 250 prima di quella italiana.
“Il Governo di una nazione funziona meglio se condivide più informazioni possibili con il proprio popolo” questo diceva Don Chydenius  che aveva due amici di nome Peter Forsskäl e Anders Nordencrantz,  autorevoli intellettuali dell’epoca, che sostenevano a loro volta alcune “cosette” come il fatto che tutti i segreti dell’amministrazione pubblica dovessero essere resi visibili.
“Nel 700 questi dicevano queste cose! Però questi intellettuali parlano parlano e poi non fanno mai niente”
Sbagli! Per tre motivazioni.
La prima: tutti i tuoi diritti, dal benessere fisico a quello della libertà di iniziativa economica, si fondano su una condizione fondamentale diciamo un “prediritto” il diritto di conoscere. Un diritto fondamentale dell’uomo che oggi è in quasi tutte le costituzioni e nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
La seconda: Chydenius fece! Si buttò in politica, vinse le elezioni e fece approvare la legge che garantiva la libertà di accesso alle informazioni della pubblica amministrazione dell’epoca e la libertà di stampa. Lui la chiamava “la concorrenza delle penne”, la ricerca della verità (e quindi del miglioramento della società e dei diritti dei cittadini) è perseguita attraverso l’illustrazione di punti di vista diversi cioè “lo scambio di scritti”. E poi si ritirò.
La terza: la saracinesca non si apre ma si alza.
Insomma la foia di conoscere le cose ci aiuta a vivere meglio con più diritti e benessere per noi e per i nostri figli. Da qui l’importanza di tutelare e riconoscere la sacralità del mestiere di giornalista, della loro funzione in ogni sistema totalitario o democratico.
Il 3 maggio è la giornata mondiale della libertà di stampa, istituita il 3 maggio 1991 dall’Unesco per iniziativa di un gruppo di giornalisti africani riuniti a Windhoek, in Namibia, e serve per ricordare ai governi i loro doveri per far rispettare l’articolo 19 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
“Un diritto viene riconosciuto dagli svedesi e protetto dagli africani 250 anni dopo? Bella cosa”
E non solo. Dal 1997 l’UNESCO ricorda la giornata della libertà di stampa conferendo il premio “Guillermo Cano World Press Freedom Prize” a individui, organizzazioni o istituzioni che hanno dato un contributo evidente alla difesa e/o alla promozione della libertà di stampa ovunque nel mondo, specialmente quando essa è minacciata. Il premio, assegnato da una giuria indipendente di 14 giornalisti professionisti e dagli stati membri dell’UNESCO, è in onore di Guillermo Cano Isaza, giornalista colombiano che è stato ucciso davanti agli uffici del suo giornale il 17 dicembre 1986 ad opera dei narcotrafficanti del cartello di Medellin”.
“Puteva mancà il sudamerica? E chi lo avrebbe detto della Colombia”.
L’osservatorio “Ossigeno per l’Informazione” e l’IFJ (Federazione Internazionale dei Giornalisti) hanno diffuso dei dati che evidenziano la pericolosità del mestiere di giornalista. Nel 2016 nell’intero mondo sono stati uccisi 93 reporter e blogger, mentre in Italia 412 giornalisti hanno subito intimidazioni, minacce per il loro lavoro. A questi ultimi occorre aggiungere ulteriori 66 giornalisti che hanno subito analoghe minacce nei primi 104 giorni del 2017.
“È una guerra!”
In tutti i mestieri si subiscono estorsioni, minacce, ricatti e violenze di tutti i generi ma la libertà di informazione e la stampa libera ci aiuta a difendere tutti, ogni categoria e soggetto, i deboli. “Stasera mi vedo Report su Raitre con tanta foia”

di Vincenzo Russo Traetto
vyncenzorusso@gmail.com