Flaiano e il catalogo di Peppino Amato

Flaiano

«Non sono entrato, mi sono fermato sulla sogliola»

L’elzeviro è un carattere tipografico creato nel 600 da una famiglia di editori olandesi gli Elzevier. Nel 900 la qualità estetica del carattere – nitido ed elegante – portò la stampa italiana ad utilizzarlo per indicare l’articolo di apertura della “Terza pagina” dei quotidiani: un pezzo di critica letteraria, teatrale, cinematografica o una riflessione sui temi di attualità. L’articolo stesso era un’esercitazione di stile dell’articolista con l’uso di figure retoriche e passaggi di pura prosa letteraria. Gli elzeviristi erano scrittori affermati o giornalisti in procinto di diventarlo. La scrittura di un elzeviro era un punto di arrivo. Uno dei maestri dell’elzeviro era, indubbiamente, lo scrittore abruzzese Ennio Flaiano. Scriveva per Oggi, Il Mondo, Il Corriere della Sera ed altre testate giornalistiche. Flaiano collaborò con Fellini alla stesura del soggetto e della sceneggiatura di capolavori come La Strada, La Dolce Vita e 8½. L’elzevirista doveva essere un generalista ed un uomo di mondo.

Flaiano era un umorista amaro, smitizzava tutto, faceva ridere e ti lasciava dentro il vuoto. Potremmo dire che, con sfaccettature diverse, sono suoi figli o allievi – non mi viene la parola giusta perché Flaiano mi fulminerebbe – gente come Michele Serra, Stefano Benni, Gene Gnocchi ma anche uno come Alessandro Bergonzoni. Un genio della battuta secca e definitiva. Non è possibile non citarne qualcuna: “Si battono per l’Idea, non avendone”, “In amore gli scritti volano e le parole restano”, “Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire”, “L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori”, “L’oppio è ormai la religione dei popoli” e poi questa specie di barzelletta:

“- La ragazza mi piace. È bella, ricca, giovane, colta. Nell’annuncio accennavate a un piccolo difetto fisico. Di che si tratta? – È incinta. Oh, ma pochissimo”. Un genio. Lo si può dire, anche senza baffi. Ma Flaiano era disarmato difronte al genio linguistico del produttore napoletano Giuseppe Vasaturo in arte Peppino Amato.

Amato è stato un protagonista del cinema italiano, attore, sceneggiatore, regista ma soprattutto produttore. Come regista è riuscito a dirigere Totò in uno dei suoi pochissimi film drammatici con “Yvonne la nuit” (1949) ma è innanzitutto come produttore che ha lasciato il segno: i primi film dei fratelli De Filippo e di Vittorio De Sica tra cui “Umberto D.” (1952), i capolavori di Alessandro Blasetti “La cena delle beffe” (1941) e “Quattro passi fra le nuvole” (1942), “Francesco, giullare di Dio” (1950) di Rossellini, “Un maledetto imbroglio” (1959) di Germi, tratto dal capolavoro di Gadda “Quer pasticiaccio brutto de via Merulana” (1957) e il film italiano più famoso “La dolce vita” (1960). Le indecisioni degli altri produttori stavano facendo fallire il progetto e Amato fece intervenire Angelo Rizzoli con cui produsse successivamente la fortunata serie di “Don Camillo” di Julien Duvivier  per finanziare con lui il film.

Amato – che era il suocero di Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer – era napoletano, pensava e parlava in napoletano. Capita a tutti. A me sicuramente. E travisava l’italiano. Frequentatore di intellettuali ed artisti udiva parole per la prima volta e allora le ripeteva a modo suo con un effetto comico involontario ma autentico: “Per questo film c’è un’attesa sporadica!”, “Non sono entrato al ricevimento, mi sono fermato sulla sogliola”, “Mandiamo alla diva un omaggio forestale”, “Ho sulla testa una spada di Temistocle”. A questo punto Flaiano non poteva aggiungere altro. Sarebbe stato superfluo. Doveva solo raccogliere e catalogare. Nasce così “Il catalogo Peppino Amato” come raccolta di questi “italianismi strambottati”, come avrebbe detto Tullio Kezich, prima inviato all’amico Ennio De Concini (che Amato chiamava “De concime”), premio oscar per il soggetto e la sceneggiatura di “Divorzio all’italiana” di Germi (1961) con Alfredo Giannetti (che Don Peppino sintetizzava in “Gimmetto”) e poi pubblicato nel “Prontuario di italiese”.

IL CATALOGO DI PEPPINO AMATO

“Ti mando la collezione del filologo, detta Catalogo Peppino Amato.

  • Per il gran freddo ho dovuto far mettere due gladiatori in più al termosifone;
  • Saluti dalle pernici del Monte Bianco;
  • Apriamo una paralisi;
  • Si sono tutti alcolizzati contro di me;
  • In quanto ad idee politiche io e lei siamo agli antilopi;
  • Le zucchine mi piacciono trafelate;
  • Si picchiavano che sembravano due argonauti (energumeni) (la specificazione è propria di Flaiano);
  • Si accorse che era incinta perché non le venivano più le amministrazioni;
  • Non fanno che rimproverarsi a Vicenza;
  • La sera ci mettiamo sulla veneranda a guardare il paesaggio;
  • Ho un salottino tutto di Rimini;
  • Mi sono tagliato il pipistrello del pollice? ed ho dovuto farmi un’iniezione sotto Catania;
  • Mia moglie fa una cura contro le vene vanitose;
  • Ma questo lo discuteremo in separata sedia;
  • Lei aveva una bella stuola di visone e per gioiello un brioche al collo;
  • Scivolò sulla sogliola e si ruppe una gamba per operarlo dovettero fargli l’anastasia;
  • Si dicono che contiene le vitamine, ma io lo mangio lo stesso;
  • Ti piace il mio bastone? È di malaga;
  • Le inferriate sono di ferro sbattuto;
  • Mi sono fatto mettere le iniziative sulla camicia;
  • Tutto il giorno sul pavimento prostituite a dare la cera;
  • Ho un completo d’inferiorità;

E per finire:

  • In fondo si tratta di una sciocchezza e, per una volta, uno Transvaal!”

E poi dicono che bisogna imparare l’italiano. Bisogna imparare gli italiani.

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 173 Settembre 2017