Fabio Serino, uno ‘e miez ‘a via

Fabio Serino

Il titolo non è quello che avete malignamente inteso. Non è quello che avete pensato. Un brutto ceffo che si aggira per le strade e le piazze pubbliche a dettare regole senza autorità giuridica e morale o a sottrarre ‘o bene a chi campa onestamente.
Il fatto è che a Napoli, in via Scarlatti, la strada che attraversa tutto il cuore del quartiere collinare del Vomero si incontra a mezz’aria la nota di un vibrato di chitarra e poi subito dopo, mentre già pensi ad altro, ti arriva un “ti ti ri titti ri” di una voce melodiosa e sussurrata che ti vuole dire “vien’a ccà, quatte passe e me truove proprio mmiez’a via, cchiuù a là..”.
Buongiorno tirità” ti viene da dire.
È ‘na voce e ‘na chitarra. Non ci sono dubbi. Non è un impressione. Ti son entrate in testa. E lo sfizio ti viene. Segui il profumo della voce come seguiresti quello pastoso delle sfogliatelle ricce da Pintauro in via Roma o il profumo di basilico caldo della pizza da Mattozzi. E camminando camminando, zigzagando tra avventori di bar e negozi di spose, facendo dribbling e tunnel facili ai passanti contromano troppo distratti dalle curve che disegnano con la lingua sulle palle di gelato con cono, te lo trovi assiepato in una comitiva di persone che si ciondolano alle canzoni accompagnate solo dalla chitarra. Un repertorio variegato da Pino Daniele a Nino D’Angelo, da Massimo Ranieri ad Enzo Avitabile, da Eduardo De Crescenzo a Sergio Bruni.
Quello che colpisce è il silenzio del pubblico, un silenzio di attenzione, la comitiva non vuole distrarsi, si accompagnano le note con i movimenti del capo. Qualcuno porta il tempo battendo le mani, ma piano al punto che sembra che faccia finta di batterle, si mima il gesto.
Un avventore si precipita dalla bancarella di pesce e si improvvisa presentatore. “Signore e signori, Fabio Serino!”, una guardata gli fa capire “si, però nun t’allargà e facce sentì”.
Miez’a via? Un artista di strada? Le parole sono importanti. Hanno un significato ed una storia. E qui a Napoli è la storia della “posteggia” ed è una tradizione musicale. Grande. Un complesso musicale ma anche un solo musicista, come è frequente oggi, che si accompagna con chitarra (allerosa) o mandolino (trillande o perette) ed esegue un repertorio di musica e canzoni popolari in un luogo pubblico (strade, piazze) o aperto al pubblico (ristorante, bar) che si chiama per l’appunto puosto. Mi colpisce la somiglianza con il post di facebook che è uno spazio in cui uno si ferma e dice agli altri qualcosa o fa ascoltare qualcosa detta o cantata o recitata da altri.
Fabio Serino, uno ‘e miez’a via, è nobilmente un posteggiatore e si collega alla grande e millenaria tradizione napoletana perché bisogna ricordare che i napoletani cantano sempre, comunque ed ovunque. In pace ed in guerra, sulle navi e sui treni, nei teatri e ‘miez ‘a via. Ferdinando II di Svevia, nel 1221, fu “costretto” ad adottare un ordinanza che disciplinava le attività canore dei suonatori ambulanti che esibendosi fino a tarda notte disturbavano il sonno: la prima disciplina sull’inquinamento acustico è partenopea.

Non vi sono in questo filone artisti di secondo piano che non accedevano ai teatri. Tutt’altro. Basta pensare ad uno come Enrico Caruso. A volte è una specializzazione, altre volte una gavetta. Tonino Apicella, uno degli ultimi grandi, parla di due elementi fondamentali: capacità di improvvisazione ed analisi psicologica degli spettatori. Il pubblico della posteggia non compra il biglietto per sentirti cantare, ti incontra per caso e se non sei bravo va via subito senza erogare il contributo volontario mettere ‘e bane (i soldi) nel rasto (piattello) quando shcancia ‘a chetta (passa la questua). I musicisti hanno un linguaggio loro chiamato parlesia, parlare senza farsi capire.
La voce non è potente, è un filo proprio come quella di Giuseppe Di Francesco detto ‘o zingariello il posteggiatore che a fine ottocento scompigliò Richard Wagner – padre del romanticismo musicale tedesco – al punto che lo portò in Germania ma lo dovette cacciare qualche anno dopo perché gli ingravidava tutte le cameriere cantando con un filo di voce Era de maggio. Ma è pieno di spunti vocali toccando le sonorità di Pino Daniele senza imitarlo, è un “cantare alla pinodaniele” come una volta si intendeva “cantare alla sergiobruni”. È un modulo interpretativo, autentico. Perché dopo poco si sente anche qualche girata alla Caetano Veloso, ma è una finta perché vi è tutta la scuola della “bossanova ‘a sonagliera” di Claudio Mattone come è riuscita a rappresentarla Eduardo De Crescenzo nell’album DE CRESCENZO del 1983. Ricordate che questo è l’album fondante del musical SCUGNIZZI con ‘A città ‘e pullecenella.
Fabio Serino è un interprete vero, in un accenno crea passione ed appassionati. Come posso dire? … feeling? A voi piacerebbe che io dicessi questa parola feeling. Una parola americana come Uazz’a’uan’ammerican. Invece no. Non la dico. Nel mediterraneo vi è una parola araba più precisa: tarab che deriva dal verbo “tariba” che significa “essere commosso da gioia o da dolore”, “provare emozioni di piacere o di tristezza”, “andare in estasi, essere incantato, turbato, agitato, scosso”.
Tarab è quando l’interpretazione dell’artista rapisce l’ascoltatore, lo porta in una trance emotiva, il cantante (o il musicista) celebra lo sposalizio tra la melodia musicale ed il respiro della poesia, chi ascolta si incanta fino ad un ebbrezza, che seppur lucida, lo porta lontano dalla terraferma pure si staje mmiez’a via, in via Scarlatti a Napoli.
La prima Amministrazione De Magistris, tra il 2011 e il 2012, ha voluto incentivare l’arte per strada, ricollegandosi alla tradizione del puosto, promuovendo ed agevolando gli spettacoli di una categoria ben più ampia dei posteggiatori composta da giocolieri, mimi, danzatori, saltimbanchi, madonnari, ritrattisti, writer, body artist, breakdancer, ballerini. Quindi spettacoli all’aperto gratuiti dove il rasto (piattello) è consentito esclusivamente alla fine dell’esibizione.
Ma perché il Sindaco dopo quasi 800 anni toglie la costrizione di dell’Imperatore Federico II? Perché “Puó’ dí che strade ‘e Napule cheste só’: nu palcoscenico, puó’ dí cha gente ‘e Napule chesto vò’: nu palcoscenico… Só’ scene comiche, só’ scene tragiche, mentre se recita siente ‘e cantá: “Napule, Napule, Napule, Na’… Acqua fresca…chi sa véve!” cantava Sergio Bruni che di tarab…

di Vincenzo Russo Traetto