Erreplast, l’azienda privata che ricicla vivibilità

Una porta si apre, dopo che la precedente è stata chiusa e, prima che ciò accada, un rumore forte é già ben udibile.

Si sente un odore un pò pungente e questo dà una più realistica concezione del posto in cui ci si trova e, quando il buio del piccolo spazio di passaggio da una porta all’altra viene schiarito dall’apertura della seconda, ciò che riempie parte dello stabilimento – solo una parte dei 68.500 metri quadrati su cui totalmente si estende – ci si presta davanti agli occhi  un mondo a parte di cui, spesso, la maggior parte di noi ignora l’esistenza o tende a sottovalutare per importanza, e questi subito vengono catturati dal movimento delle macchine o da quello degli operai che, di tanto in tanto, si spostano da uno dei quindici nastri trasportatori all’altro.

E si capisce che, sì, è veramente qualcosa che non potremmo immaginare.Erreplast-eccellenza-campana-targata-Conai

Nato nel 2000, puramente italiana e, infatti, prima azienda in Italia per il riciclo e recupero delle materie, seconda in Europa, lo stabilimento SRI Erreplast è una realtà industriale che, ogni giorno, ricicla duro lavoro in legalità e amore per la terra campana.

Con oltre 20.000 ricicli annui di PET (di cui il 78% è salvato), 80.000 di plastica, vetro e alluminio, questa attività è automatizzata per metà e conta circa 130 dipendenti, il cui impegno, sommato a quello ininterrotto di avanzata tecnologia italiana, riabilita le zone dell’Argo-Aversano, rispettandone legalmente l’ambiente.

ca02-e1360928059103
Nella foto, Antonio Diana.

Il presidente dell’azienda ha il nome di Antonio Diana, figlio dell’imprenditore Mario Diana, ucciso dai casalesi trent’anni fa per la ribellione al pizzo imposto, e persegue la linea ideologica da lui iniziata, basando la propria attività su “dignità personale, rispetto delle regole, rapporto interpersonale, innovazione e competizione“.

Un territorio difficile, che sembra voler inghiottire silenziosamente tutte le cose belle che gli sono rimaste, ma che torna ad essere più vivo proprio grazie alla preziosissima voglia di cambiamento contestuale e ripulitura ecologica, che ruggisce sonoramente proprio da uno dei luoghi più controversi – dal punto di vista legalitario – della nostra Campania: l’Agro-Aversano.

Ho incontrato Antonio Diana e, sinceramente, affermo che la sua attività sia non solo coraggiosa, considerato il trascorso famigliare e la difficile realtà in cui l’azienda si colloca e spicca, ma soprattutto nobilitante.

Di seguito, l’intervista.

 

Come mai la scelta di un’attività, quale quella del riciclo di materie plastiche, nelle zone agro-aversane spesso legate alla malavita?

La scelta del riciclo è in contrapposizione alla scelta di trattare rifiuti. Questo nasce da un rapporto che già il mio papà aveva avviato con grandi realtà industriali nel settore della chimica, per il recupero di scarti di produzioni di plastica, PET, e nella sua logica abbiamo continuato a riciclare i rifiuti. Non vogliamo avere a che fare con il rifiuto, ma con un rifiuto orientato al riciclo e con gli anni non ci siamo mai lasciati trascinare in altri settori.

Se  un materiale può essere valorizzato, ci siamo.

 

Parlando della zona agro-aversana, lei pensa sia possibile il riscatto di queste terre?

Penso di sì. Dopotutto, in questi anni, abbiamo assistito ad un’azione di contrasto alla cultura criminale senza precedenti, però abbiamo sempre bisogno di due componenti: la società civile e, soprattutto, i giovani. Bisogna capire se i giovani hanno voglia di pensare, progettare una vita diversa in un contesto diverso.

La componente della società civile è ciò che chiamiamo anche imprese, perché anche questo settore deve fare un salto di qualità e, su questo tema, penso ci sia ancora tanto da fare.

 

Le sue speranze e aspettative?

Sono portato ad analizzare qualsiasi problema di tipo pedagogico con i dati della raccolta differenziata, stando nel mio lavoro così fortemente. Penso che, se un giorno faremo una bella raccolta differenziata, avremo dato un grande contributo a questo contesto. Dal punto di vista pedagogico, appunto, potremmo capire dove siamo. Avrei potuto scegliere di andare altrove, ma non l’ho fatto, o scegliere di far studiare mia figlia in Europa, e non l’ho fatto.

Ci sono branche della nostra società così liquida che si impegnano in modo onesto ogni giorno a dare un contributo, con grande impegno e fatica, e credo che questa branca, con i giovani, possa insistere ed avere risultati nelle nostre terre, invece che andare a costruire un modello come questo in giro per l’Europa e altrove.

La nostra idea é, infatti, quella di fare impresa su un modello alternativo, i cui elementi sono: la dignità delle persone, rispetto delle regole, rapporto personale, innovazione e competizione.

Quindi sì, ho tanta speranza.

 

 

Caterina Piantieri

katepiantieri@virgilio.it

About Caterina Piantieri

Nata il 14/04/1995 a Maddaloni (CE). Laureanda presso la Seconda Università degli Studi di Napoli in Lettere Moderne. Le piace la musica, tanto da aver imparato a suonare la chitarra da autodidatta e compone testi. Conoscere e cominciare a scrivere per Informare, oltre ad essere qualcosa di più concreto dal punto di vista “sociale”, é stato inaspettato e completante, perché mi ha permesso di capire ancora qualcosa in più sul mio conto e, decisamente, ciò che voglio dalla mia vita. Non posso, quindi, fare a meno di dire: tutto questo – l’essere parte di una squadra, la possibilità di collegarsi alle persone tramite la cosa che mi piace di più e quella di conoscerne sempre di nuove – è quello che voglio fare. Decisamente, quello per cui vivo.