Cambia tutto per i diplomati del XXI secolo

Maturità

“Tranquillo, la maturità è molto semplice: è solo un voto”. Con quale accezione dev’essere letta questa frase? È certamente vero che il valore di una persona non viene stabilito dal suo rendimento scolastico. Allora perché il suo incoraggiamento lascia un po’ di amarezza? Tra gli studenti c’è la consapevolezza che per maturità non s’intende quella scolastica associata all’esame di Stato. «Maturità per me è sicuramente la fine di un percorso durato cinque anni, ma soprattutto il mio cambiamento interiore» spiega Vittoria, diplomata al liceo classico. A circa un mese di distanza dalle tracce del Ministero, dall’inaspettato Giorgio Caproni, al penultimo anno della cosiddetta “terza prova”, il cui posto sarà occupato a partire dal 2019 dalle Prove Invalsi, i “maturi” di quest’anno sembrano accomunati, oltre che dal diploma, da una questione fin troppo consueta: che tipo di strada intraprendere dopo? Cercare un lavoro o iniziare l’università? Che tipo di università? «È un mondo molto complesso e difficile» dice Davide del liceo scientifico. «Parecchi dicono di voler fare un percorso di studi in base a ciò per cui si è portati. Al contrario, io credo che, in Italia soprattutto, questo tipo di ragionamento non può essere fatto. C’è prima da valutare cosa ha da offrirti il mondo del lavoro». Secondo Laura, invece: «Non si può fare una scelta pensando di avere un lavoro assicurato». Opinioni contrastanti su uno scenario confuso di interrogativi. E, purtroppo, lo studio di recente pubblicato sulla rivista statunitense PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), parla chiaro: le Università italiane sono prime per nepotismo.

Sul podio: Sicilia, Campania e Puglia. Questo si aggiunge ai milleuno motivi che alimentano stress, ansia, indecisione e che confondono gli studenti e le loro famiglie. È ancora possibile per i genitori, nel XXI secolo, adempiere al loro ruolo di guida ed indirizzare i propri figli? Basandosi su quanto accadeva in un passato neanche troppo remoto nel mondo del lavoro e dell’istruzione, certamente no. «Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra Grande Guerra è quella spirituale, la nostra Grande Depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rockstar. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene!» dice Tyler Durden nel film cult “Fight Club” (1999). Se anche ciò fosse vero, che siamo la generazione di mezzo, né carne né pesce, che il cambiamento scorre veloce al di sopra delle nostre intenzioni, sia dunque che lo studente inizi ad avere degli occhi nuovi. Che possa non solo aver maledetto la prima prova con la traccia su Caproni, ma che, tornato a casa, sia stato stimolato di andarsi a leggere una qualche sua poesia.

di Alessia Giocondo