DIO E’ IL CANGURO-THE KANGAROO AND THE YOUNG POPE SORRENTINO

THE KANGAROO AND THE YOUNG POPE SORRENTINO (DIO E’ IL CANGURO!)
What is God? Uazz’iss’god? Uazz’a’uan’ammerican. Cosa è Dio?

Non abbiamo tempo per spiegarlo. 4500 battute (massimo) per questa rivista non ci danno lo spazio necessario per argomentare un senso compiuto della faccenda. Allora andiamo sul semplice o semplificato. Come se fosse … come se fosse una riforma costituzionale. E che Lui, Dio, c’è la mandi buona!
Who is God? Chi è Dio?

Dio e il cangurodio e il canguro


Una domanda diretta senza fronzoli. Oddio chesta pur’è fetent’assaje.
Chi è Dio? Non io, anche se fa bella rima. Si ammetto – senza falsa modestia – che mi sarebbe piaciuto esserlo, aldilà del bacio di rima. Ma no, non lo sono. L’età della pubertà – quando la trasformazione ormonale inizia e non sai dove arriverà – è terminata ed io sono questa roba qua, non altro.
Allora chi di voi lo è? Non vi guardate intorno, come se qualcuno stesse per avvicinarsi a scrutare quello che avete in mano e state leggendo, e voi avete una tremenda voglia di dire “Io! Io sono Dio! Se non fosse stato per mammà o papà o per il professore di matematica io..io … “ e poi vi mancano le parole anche nel pensiero perché il pudore ad un certo punto vi assale azzannandovi alla gola e riabassate gli occhi sulla pagina.
Ecco la pagina. Ritorniamo a noi. Nessuno di voi lo è? E noi abbiamo bisogno che la pagina ci dia delle risposte.
E se passassimo dal metodo induttivo a quello deduttivo?
Che dite? Ci proviamo. Let’s try!
E la domanda cambia, ancora.
Where is God? Uer’iss’god? Dov’è Dio?
In cielo, in terra ed in ogni luogo quindi pur miez’o mare. Sa volare pur non avendo le ali, sa camminare pur non avendo i piedi, sa nuotare pur non avendo… ehm … ehm questa non mi viene comunque sa anche nuotare.
E se cammina figurarsi se non sa saltare. E fa cierti zumpe che mentre gli stai parlando della grandine che ha danneggiato il campo coltivato ti ritrovi a parlargli dell’elezione di Trump a presidente degli Iu.ess.ei (ma come ha fatto? Un miracolo! O no?), poi del Terremoto in Umbria e Marche dell’agosto del 2016 e, subito dopo, di quello di Valdivia, in Cile, del 22 maggio 1960, magnitudo 9,5 il più grande della storia, poi di nuovo un salto per parlargli di tuo figlio che non trova lavora e di tuo cognato che non lo ha mai cercato.
How is God? Com’è Dio?
Un quadro? O, meglio, un affresco. Come quello che, in una volta della Cappella Sistina, raffigura un vigoroso signore con fluente chioma argentea e sportiva barba brizzolata che dal lato sinistro si abbraccia un angioletto, come si fa con una spalliera di una sedia-a-sdraio sul litorale domitio, e dall’altra lato, quello destro, cerca di toccare l’indice di ‘nu bello guaglione a sua volta spaparanzato – e senza seggia-a-sdraio – su una rupe sconnessa. Ma forse l’erba era morbida. Comunque non lo tocca lo sfiora. Però, dico io, poteva fare un salto, no? (Ah! Michelangelo … Michelangelo).
E se Dio fosse come un canguro. Anzi, no. E se Dio è il canguro. God is kangaroo. Uazz’a’uan’kangaroo.
Non uno tra tanti ma proprio il canguro nella sua specie: macropodide dell’ordine dei marsupiali. E già “ordine” ti da il senso di qualcosa di religioso, monastico, mistico. Lo spunto lo offre Paolo Sorrentino con la serie televisiva italo-franco-spagnola in lingua inglese “The Young Pope” dove Lenny Belardo, il giovanissimo e cinico papa conservatore PIO XIII, si lascia scuotere dagli occhi di un canguro che gli viene regalato. Lo libera dalla gabbia e dal destino di un bioparco – ora così si chiamano gli zoo, al punto che Jannacci oggi canterebbe “Si potrebbe andare tutti quanti al bioparco comunale. Vengo anch’io. No, tu no. E perché? E perchè non lo sappiamo neanche noi dove dobbiamo andare” – e lo lascia libero nei giardini vaticani. Ogni tanto si incontrano ed il canguro non è nè a disagio e nè spaventato – si capisce sta’a casa soja –. Si guardano come solo un papa ed un canguro sanno fare.
Il canguro, con quegli occhi fatti a chicco violetto bluastro di uva fragola o di uva zibibbo, lo guarda come solo Dio sa guardare un uomo anzi l’uomo. Lo confessa. E gli incute inquietudine e allo stesso tempo serenità calma.
Un particolare non trascurabile. Lenny, il papa, è americano uazza’uan’ammerican ed è ateo ma santo, nel senso che fa miracoli. E noi sappiamo che l’americano è l’uomo nuovo e quando parla con Dio è pratico, gli da del tu.
The Kangaroo is God. Ci accompagna da milioni di anni, ed è la nostra coscienza alla quale a volte non vogliamo guardare. Ma lei, come Dio, ci guarda per dire “E’ mo che vuò fa? …Ancora? …Insisti? Tiene ‘a capa tosta… Aggiù capite vaje avanti … ce verimme cchiù annanze”.
Se possiamo individuare qualcosa di fisico, animato ed oggettivo per rappresentare il nostro IO (non Dio) e la nostra coscienza morale non possiamo che arrivare agli occhi del canguro ed a quel modo di guardarti, che sembra stupito ma distaccato, profondo ma sereno, quel modo di farti un esame di coscienza.
Il canguro c’è sempre stato, proprio come Dio. Gli studiosi sono certi. Sulla base dei reperti fossili ritrovati è comparso, fisicamente, in Australia circa 15 milioni di anni fa. Perché in Australia? Perché si stava larghi.
Mentre i primi ominidi, da cui deriva l’Homo sapiens, cioè l’uomo moderno cioè noi, si sono cominciati ad evolvere dalle scimmie africane circa 5-6 milioni di anni fa. A quel tempo il canguro camminava a quattro zampe perché doveva avere il naso vicino alla terra, fiatare ed alimentare l’anima del mondo tracciando le vie dei canti che scopri Bruce Chatwin. Ma decise che questo non bastava ed allora si eresse sui due piedi posteriori e fece un grande salto, ‘nu zumpo accussì gruosso che arrivò fino alla luna gli cecò un occhio e di rimbalzo mbim-mbom-bà finì di nuovo sulla terra, nel continente africano, in quel territorio che oggi appartiene agli stati di Etiopia, Kenya e Tanzania. L’atterraggio, come un terremoto più grande di quello del Cile, assestò la crosta terrestre producendo la RIFT VALLEY (fossa tettonica): l’Arabia si staccò dall’Africa. I venti carichi di piogge provenienti da ovest furono intrappolati dal sollevamento del Rift e di conseguenza avvenne l’inaridimento della parte orientale dell’Africa lato medioriente, con progressiva formazione dall’attuale savana in sostituzione alla foresta che rimase, invece, nella parte ovest. Nell’agio della foresta gli ominidi si evolsero nelle attuali scimmie antropomorfe (da lì una grande lezione: le comodità non fanno sempre bene), e dall’altra parte nel duro ambiente della savana il canguro guardò, con quegli “occhi a chicco violetto bluastro di uva fragola o di uva zibibbo”, quelle scimmie e spiegò loro come si diventa uomini. Una strada lunga. Ancora da percorrere pienamente ma che cominciò risalendo l’attuale penisola arabica (Al Jazeera che in arabo significa L’isola) e fondando le prime grandi civiltà dell’Egitto, della Mesopotamia e della valle dei fiumi Indo e Saraswati.
Quelle scimmie non capirono subito “..uh..uh..ah..ah”. E neanche dopo “..uh..uh..ah..ah”. Grida e basta. Ed il canguro, non fece alcun verso, paziente spiegò e rispiegò con quegli occhi d’anima. Anche se, per la verità, vi è un’antica trascrizione dal sanscrito che riporta quest’affermazione: “N’avimme manco accumminciate e chiste già rompono ‘o …bip… Ma stong’a sbaglia co’ ccose? O no? Certo che ‘na faccia brillante questi uommene nun’a tenene.”.
Ma il canguro non fece il verso all’uomo. Non lo prese in giro. Non abbaiò o gagnolò o gannì o guaiolò o guaì o guattì o latrò o mugolò o rignò o ringhiò o schiattì o uggiolò come avrebbe fatto il cane (essendo amico dell’uomo ne sa tante), non barrì come l’elefante, non belò come la pecora, non bofonchiò o bombì o brusì come gli insetti, non bramì come il cervo, non brontolò come il giaguaro, non bruì come la tigre, non bubolò come il gufo, non chicchiriò come il gallo, non cantò come avrebbe fatto la cicala (neanche se fosse un canguro nato a Napoli), non crocciò come la chioccia, non chioccolò come il fringuello, non chiurlò come il chiurlo, non ciangottò come il pappagallo, non cigolò come l’alzavola, non crocchiò o crocidò come il corvo, non crocchiolò come la gallona, non fischiò come pure avrebbero fatto il merlo o il tordo, non frinì come il grillo, non gagnolò come la volpe, non gloglottò come il tacchino (perché il tacchino gloglotta e che si sappia), non gnaulò o miagolò o ronfò come il gatto, non gracchiò come la rana, non grufò o frufolò o grugnì o grugò o grugnò o strogolò come il maiale (ma quante ne fa quel porco del maiale) e neanche rugliò come il cinghiale suo parente prossimo, non grugò come la tortora, non tubò come il piccione ed il colombo, non mugghiò o muggì come il bue, non nitrì come il cavallo, non paupulò come il pavone, non pigolò o pipiò come il pulcino, e tantomeno ragliò come l’asino e non ronzò come la zanzara, ma neanche ruggì come il leone, niente neanche sibilò come il serpente, non spittinò come il pettirosso, non squittì come il topo, non trillò come l’allodola, non gracidò e nemmeno provò a starnazzare come l’oca, non ululò come il lupo, non zigò come il coniglio, a maggior ragione non zinzilulò come la rondine non zirlò come il tordo e, alla fine, neanche pesciò come il pesce.
No, non lo fece. Il canguro non fece versi. Fu educato. E’ un dio anche nell’educazione.
Il canguro partì, allora, dal pianto: “Enga-enga!”. Come risulta da un racconto mitologico, raccolto a Kiwai, nel sud-ovest della Papuasia: in un villaggio Masingle dove viveva una donna di nome Ua-Ogrere, la quale era la prima persona del mondo, ed un giorno colpì, con arco e freccia, un canguro. Lo mise sul fuoco per bruciacchiarne via il pelo; ma il canguro non era ancora morto, e si dibatteva emanando un grido: “Enga-enga!”. La donna si impaurì – anche se qui il mito è poco credibile: una donna che ha paura quando cucina. Mah!? – e, pensando ch’egli fosse un uomo, gettò il corpo del macropodide. I vermi che si formarono nel canguro morto si trasformarono in persone, e quello fu l’inizio della tribù Masingle e dell’intera umanità.
Insomma un ulteriore indizio sulla natura divina del canguro.
Dio, il canguro, diede come primo insegnamento all’uomo il pianto, la commozione: “Enga-enga!”. Ma lo dimenticammo presto.
Millenni dopo, e precisamente il 4 agosto del 1770, quando il capitano James Cook, con il suo equipaggio, sbarcò lungo la costa nord-orientale dell’Australia per effettuare una riparazione della nave, si spaventò nel vedere strani animali che facevano salti incredibili: zomp’accà e zomp’allà. Allora, con imbarazzo, si schiarì la voce, danneggiata dalla salsedine, e richiamando l’attenzione dei nativi proclamò “I’m captain James Cook.”. Bene, lo guardavano strano prima e continuarono a guardarlo strano per come era vestito lui, il capitano britannico. Ed allora, incerto, imbarazzato ma determinato: “Mr. Aboriginal, What’s his name that strange animal?” Niente. Nessuna risposta. Allora cercò con gesti di avere una risposta. Mr. Aboriginal ed i suoi colleghi cominciarono a dire “Kan Ghu Ru….. Kan Ghu Ru….. Kan Ghu Ru…..” a significare nella propria lingua “non ti capisco…non ti capisco…..”. E Cook “I realized they call kangaroo (Ecco, ho capito si chiamano Kangaroo)”
Il canguro, che assisteva a questo dialogo, con quegli “occhi a chicco violetto bluastro di uva fragola o di uva zibibbo”, si accese una camel senza filtro, al secondo e profondo tiro di nicotina, guardò intensamente Cook ed il suo equipaggio, che costituivano la punta avanzata della civiltà dell’uomo, e ricordando, il dubbio di 7 milioni di anni prima, pensò: “Aggiù sbagliato co’ ccose! ‘O dicevo che chist’uommene ‘na faccia brillante nun’a tenevene.”.
Anche Dio, canguro o no, sbaglia.
Uazza’uan’ammerican!

Di Vincenzo Russo Traetto

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About Tommaso Morlando

Giornalista pubblicista - Fonda il "Centro studi officina Volturno" nel 2002 e di conseguenza anche il Magazine INFORMARE. In un territorio "difficile" è convinto che attraverso la cultura e l'impegno civico sia possibile testimoniare la legalità contro ecomafie e camorra. Liberi e indipendenti da ogni compromesso personale e partitico. Il nostro scopo è quello di fare corretta e seria informazione, dando voce ai più deboli e alle "eccellenze" dei nostri territori che RESISTONO. Abbiamo una storia ancora tutta da scrivere e da raccontare, ma la faranno i nostri giovani...ormai il seme è germogliato e la buona informazione si sta autodiffondendo.