Gli irrecuperabili non esistono – Davide Cerullo e la speranza di Scampia

“La pistola che ho puntato alla testa si chiama Poesia” (Alda Merini).

Ci sono storie che ti danno il coraggio di credere. Credere nelle persone, credere nel cambiamento, credere in te stesso. Quando ho saputo che sarei dovuto andare a fare un’intervista alle Vele di Scampia, non nascondo di essermi preoccupato un po’. Inutile negarlo, qui il male c’è. Ma c’è pure chi vive onestamente e chi lotta silenziosamente, quotidianamente, instancabilmente questo male. Come Davide Cerullo. No, non è un eroe e nemmeno un pazzo. Un uomo semplice che fa una cosa normale: aiuta gli altri. Sì, per alcuni sembra assurdo ma aiutare gli altri è un’azione normale. Perché c’è forte esigenza di normalità nella nostra società e ancor di più in quartieri degradati di periferia come Scampia.

Erri De Luca lo descrive così: “è argento vivo. La sua vita è passata dai campi da pascolo ai mostri edilizi piantati al loro posto”. Infatti a 7 anni la sua famiglia si trasferisce a Scampia. E nono di quattordici figli. Sta più per strada che a casa. A 10 anni spaccia, a 14 gestisce una piazza di spaccio, a 16 viene sparato ad una gamba in un agguato e diviene così pupillo dei Di Lauro; intraprende la strada del camorrista. A 18 anni conosce il carcere. Un giorno, al ritorno dall’ora d’aria, nella cella del padiglione Avellino 31 di Poggioreale, trova sulla sua brandina un Vangelo lo apre e legge per tre volte il suo nome. Davide! Scopre la fede, sente per la prima volta di potersi salvare attraverso la forza sanitaria della Parola. «Ho commesso reati non perché sono nato a Scampia ma perché mi sono mancati gli strumenti per difendermi – spiega Davide – la famiglia, la scuola, che oggi a Scampia funziona poco, quelle presenze necessarie che in questo quartiere. Il degrado sociale e culturale di questo luogo mi faceva sembrare gratificante entrare nel sistema».

Uscito dal carcere, gradualmente si libera di quel mondo sporco che gli deteriorava l’anima. È consapevole di non poter tradire la fiducia dei suoi due figli, Alessandro e Chiara. Conosce la poesia, la parola, quella cultura che gli era mancata per difendersi. Rinasce. Si trasferisce a Modena, accolto da una famiglia che lo aiuta ad entrare nel mondo lavorativo. Intanto si dedica alla scrittura e alla fotografia.

Con il libro “Ali bruciate”, pubblicato nel 2009, inizia a girare l’Italia, sensibilizzando le persone ad accogliere per qualche giorno bambini delle Vele e riconsegnare loro il senso dello stupore. «È stato bello vedere i bambini emozionati di prendere l’areo – racconta – ma mi accorsi che quando tornavano finiva tutto. Così tre anni fa decisi di tornare a Scampia, sconsigliato da tutti, per dare continuità a quanto si faceva». Apre il “Centro Insieme” per il doposcuola dei bambini e oggi ha fondato “L’albero delle storie”, una ludoteca per mamme e bambini, poiché è fondamentale dare un punto di riferimento anche ai genitori. Davide crede fortemente nel ruolo dell’istruzione “il più grande atto di democrazia e libertà”, perché solo obbligando i giovani a pensare, solo dando la parola ai muti si dà la possibilità di avere la meglio sulle realtà più negative e contrastare ogni forma d’oppressione. «Io ho trovato la forza nei libri, nella poesia, nelle parole di chi per delle idee ha lottato e dato la vita. Poeti come Gandhi, Mandela, Martin Luther King, Don Lorenzo Milani, Erri de Luca hanno saputo svelare il segreto delle cose con il linguaggio della poesia. Se mi arrendessi farei un torto a quella poesia, a quel libro che nascendo ha dato la morte a quell’autore stesso. E io che faccio? Tradisco? Non esiste. Vado avanti».

Mentre chiacchieriamo siamo attorniati da una decina di bambini, tra i 12 e i 14 anni, che hanno appuntamento con Davide. È lunedì e non vedono l’ora di andare al laboratorio teatrale nei pressi di Via Santa Luisa di Marillac a Napoli, una delle tante iniziative in cui vengono coinvolti. Prendiamo la metro, poi la funicolare, qualcuno per la prima volta. I bambini sembrano pesci fuor d’acqua. Nei loro occhi si vede tutta la voglia di dire, comunicare qualcosa che forse non conoscono nemmeno. Sono sguardi diversi, più profondi, meno spensierati. Sono sguardi che non ti fanno dormire, che ti fanno fare tante domande e ti mettono in discussione qualsiasi convinzione. Consideriamo la meritocrazia una bella cosa, e invece fa schifo in questo sistema pseudo-democratico in cui nessuno ha le stesse opportunità. «Andrebbe recuperata la possibilità di essere bambini – dice Davide con quella amarezza che inizio a conoscere anche io – molti già non sono più bambini perché costretti a conoscere un mondo sporco troppo presto. Forse non hanno il desiderio di normalità, forse non hanno avuto nemmeno il tempo di assaporarla per provare nostalgia di normalità. Allora bisogna portarli al di là di questo cemento che conoscono e mostrare loro la normalità. Poi tornare qua e fargli notare la differenza. Certo loro da soli non possono ottenerla, e tocca a noi creare un clima di normalità. Purtroppo che ai bambini manchi il senso dello stupore e il diritto alla felicità allo Stato non frega niente».

Fa male vedere un ragazzo vivere la morte del proprio futuro, avere tanti sogni e non poterli realizzare.

«Spesso piango – confessa – ma credo che quello scoraggiamento sia un fatto normale, quelle lacrime sono la sfida a riprovare ancora e ancora. Quando ti guardi intorno e vedi persone che sono sfinite e non credono più, capisci che per loro e per te stesso devi continuare a lottare. Te lo fa fare il senso di dovere verso chi non spera più, per giusta ragione. E tu per quell’altrettanta giusta ragione devi continuare a sperare. È più difficile sperare che credere». Oggi Davide è un punto di riferimento per tanti ragazzi, ma il suo sogno è che un giorno nessuno abbia più bisogno di lui. Il cambiamento è possibile. Il buono esiste in tutti. Ma bisogna dargli respiro e alimentarlo con la forza sanitaria delle parole. Nessuno può toglierci la parola ed è questa forza intrinseca dell’uomo che bisogna valorizzare.

Quando sono andato via da Scampia non nascondo di aver provato un sincero sentimento di fiducia: la speranza. In fondo, gli “irrecuperabili non esistono”.

About fulvio mele

Fulvio Mele: Ventenne Giornalista Pubblicista da Marzo 2016 e Vicedirettore di Informare da Giugno dello stesso anno. Diplomatosi al Liceo Scientifico R. Caccioppoli di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II. Entra nell'associazione "Officina Volturno" nell'agosto 2013. Esordisce come giornalista nel mensile di ottobre 2013, scrivendo una rubrica sui libri, "Leggi che ti passa". "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta entrandoci dentro, aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha ; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"