Dario Fo è morto? Un’altra censura, và a dà via i ciapp!

Dario Fo, drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo e attivista italiano.

Dario Fo è morto. Non vi sono dubbi. Lo abbiamo letto su internet, ne ha parlato la radio, lo ha commemorato la televisione con uno spettacolo e celebrato con la messa in onda di pezzi di interviste ed, in alcuni casi, interviste fatte a pezzi, la salma è stata vista da tutti alla camera ardente, allestita nel foyer del Piccolo Teatro Strehler di Milano. Non vi sono dubbi è morto. Anche se vi è stato un momento, fuggevole ma presente nella t sta, in cui tutti, proprio tutti, hanno pensato che fosse una cosa non vera, veritiera e probabile ma non accaduta. Come una di quelle cose da dire quando un uomo arriva ai 90 anni. “Ha quasi 90 anni? Allora sarà morto”. Ogni uomo che sta per raggiungere  quella età ha sempre il timore che arrivi qualcuno –  il figlio, la nuora, la badante, un passante o un vigile urbano – e gli dica “Lei è morto. Si componga.” Quindi quando – e non è il caso di aggiungere un quondo e neanche un quendu – incontrate queste persone non parlate, sorridetegli e basta. Gli calerà la preoccupazione e capiranno di essere ancora vivi.

La morte di Dariofò: una notizia truccata da una “televisione di Stato”, così si diceva ai suoi tempi, un’altra censura sulla verità, stanca di parlare di un referendum difficile da spiegare, annoiata dai dibattiti sul PIL e sul contropil, estenuata dai cambi di assessore, dalle giravolte dei capigabinetti e dalla pulizia dei gabinetti di Romacapitale. Allora ecco un lazzo, un frizzo, uno sghignazzo, uno sperlomproprio. “Diciamolo. Annunciamolo a reti unificate che è morto Dariofò tanto non ci crederà nessuno. E per farla grossa diremo anche che Bob Dylan ha vinto il premio Nobel.” Ah ah ah ah! Scusate mi è scappata una risata, sarà l’eccitazione dell’aporia, il nervosismo del gusto della burla o forse l’idea di democrazia in Cina.

“Ma allora ci stanno proprio prendendo in giro!” così hanno detto bevendo uno spritz ad Eraclea, lì alla foce del mormorio del piave ai confini della pianura padana quando si cominciano a vedere le Alpi Carsiche. “Ma come si fa a confezionare una doppia notizia falsa mettendo insieme la morte del “giullare” ed il nobel al “menestrello”, due artisti con un soprannome da corte medievale,  … no non è vero. Non è possibile. Uno defunse e l’altro vinse il nobel, contemporaneamente. Non è vero.” E giù con una risata “Ah ah ah!”, giù lo spritz, alla salute! A Milano dicono “Milanes se piscia vun pissa des” (I milanesi se piscia uno pisciano in dieci).

Dariofò fu Felice –  il padre si chiamava così ma il figlio felice lo era di per se – e di Pinuccia Rota, massaia mondragonese nata a Sartirana Lomellina – della di cui morte continuiamo a sospettare è stato tutto il tempo muto alla camera ardente ed anche quando è stato portato a spalla a piazza duomo. Lui il fine dicitore del suono delle parole, delle onomatopee, il borbottatore (grommeler) di parole e foni privi di significato ma con una logica di significato.

Tutti abbiamo pensato che all’improvviso spuntasse o sbucasse all’intrasatta – inter res acta –  da un vicolo di una delle piazza di un qualsiasi abbandonato paese di questo meridione, dove anche costruire una strada come la salerno-reggio calabria è un sogno ed un ponte tra un’isola araba ed un continente è una favola. Ecco un sogno, una favola contro la censura della morte, Lui, lombardo, di Sangiuan diventasse Fofò, fine dicitore, e raccontare a tutti noi in un grammelot napoletano tardosettecentesco la storia d’amore di un pesce, ‘o guarracino nammurate de la sardella (già sposa promessa ma l’amore è ammore) e contaminare il racconto con gli intrecci del lago di Como, confonderlo nell’estasi del racconto con Renzo e Lucia, l’alletterato (il promesso sposo della sardella) non è altro che Don Rodrigo. E Don Abbondio chi è? Ma quale prete di questo bel meridione non lo è? Non ne troviamo almeno uno? Ed ancora trasformare il guarracino in Romeo e la sardella in quella zocc…(censura). di Giulietta ed intendere per Capuleti e Montecchi gli amici ed i parenti di questo torneo di pesci fetenti: pesci palombo e pescatrici, scorfani, cernie e alici, pastinache, ricciole, musdee e mazzoni, stelle, lucci e storioni, merluzzi, gronchi e murene, capodogli, orche e balene, capitoni, aguglie e aringhe, cefali, cocci, tracine e tinche……

Insomma farci divertire con la sensazione che i cattivi ed i potenti perdano non solo le guerre ma anche le battaglie. Ed in questa grande illusione della tua non morte l’illusione della giustizia. Ti batto le mani, ti batto i piedi, mi batto la lingua, il corpo dibatte e tu ridi grande buffone, grande maestro.

E ora và a dà via i ciapp!

di Vincenzo Russo Traetto

Tratto da Informare n° 163 Novembre 2016