Cresce sempre più il fronte StopTtip. Ma cos’è il Ttip?

Far parte dell’ Europa non significa solo essere consultati quando c’è da pagare per salvare qualche Stato ma anche essere informati su cose importanti che riguardano la nostra economia e la nostra salute. E, spesso, in grave difetto sono soprattutto la stampa ed i mass media che dovrebbero approfondire invece di propinarci solo notizie di cronaca.

Cerchiamo di capire allora più da vicino cosa significa questo Ttip (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti) che ha fatto sì che nei giorni scorsi migliaia di persone siano scese in piazza, a Berlino, in Germania, per protestare contro di esso.

Il timore manifestato dal popolo tedesco è che l’accordo faciliterebbe l’ingresso di ogm difficili da rintracciare, un maggiore utilizzo di pesticidi e la concentrazione delle produzioni nelle mani di pochi.

Anche in Italia nel 2014 è nata una piattaforma contro il Ttip per coordinare organizzazioni, reti, realtà e territori, essa raccoglie oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità.

Proprio per effetto delle pressioni esercitate dalla Campagna Stop TTIP, presso il Ministero dello Sviluppo economico verrà aperta una stanza in cui i parlamentari ed i funzionari governativi potranno visionare i testi negoziali dell’accordo transatlantico nella sala di lettura istituita presso il Ministero dello Sviluppo economico, in via Veneto 33 – stanza 41, ma le regole sono inaccettabili.

Potranno infatti entrare nella sala 4 parlamentari alla volta, scortati dai carabinieri ed esaminare i testi sotto il controllo costante di un responsabile di sala. L’accesso avverrà soltanto dopo aver deposto qualsiasi oggetto tramite il quale sia possibile diffondere le informazioni. Niente smartphone, tablet, fotocamere o personal computer: solo un dizionario di inglese, una penna e un foglio per gli appunti, a patto che non venga riportato su carta il contenuto esatto dei documenti. E’ vietato divulgare qualsiasi informazione a terzi. Il tempo a disposizione è di un’ora a persona. Dato il contenuto altamente tecnico dei documenti, non è facile per chi non è addentro alla materia comprendere il contenuto dei testi del TTIP.

Senza contare che, con il pretesto di fughe di notizie, agli Stati membri non verranno trasmessi tutti i documenti negoziali.

Ma cos’è il TTIP?

Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

Qualcuno definisce questo trattato “pericoloso perché viene negoziato “in segreto” tra Commissione UE e Governo USA, i quali vogliono costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra l’Europa e gli Stati Uniti le cui regole, non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

Infatti, il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini:

L’ISDS- Investor-State Dispute Settlement, un meccanismo di protezione degli investimenti che consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi. In pratica, le aziende citerebbero gli Stati in tribunale e le vertenze non verrebbero più giudicate da tribunali ordinari in virtù della normativa vigente ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello Stato o Comune, o Regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Si tratterebbe in effetti di una giustizia privata e basta pensare all’Ilva a Taranto, o il caso della diossina a Seveso per capire quanto ciò possa essere ingiusto.

L’altro organismo è il Regulatory Cooperation Council dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. In barba alla democrazia.

Il rischio che corriamo è trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia, commissionata dal ministero per lo Sviluppo economico né il nostro Governo al momento hanno quantificato.

Nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non ha accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative. Esso potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo.

Se l’accordo venisse approvato nella sua forma attuale, tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP potrebbe produrre dei rischi anche per i cittadini, in quanto gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente, e ciò potrebbe significare un costo del lavoro più basso e un comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, ma anche più irresponsabile.

Per quanto concerne invece  gli impatti ambientali e sociali del TTIP, la Commissione ha rassicurato che ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che predisporrà un meccanismo di monitoraggio specifico, cui parteciperanno anche sindacati e società civile.

Un negoziato simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale simile al TTIP, ma la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU per cui, imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta. Perché dovremmo aspettarci che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Per i probabili danni per la salute, basti andare al 1988 quando l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. La ritorsione è finita solo nel 2013 quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio.

Quale potrebbe essere l’alternativa al TTIP per i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica? Numerosi movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, sostengono che rafforzare i mercati locali, con programmazioni più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo. Invece, facciamo finta di niente, continuando a perseguire la strada della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fa male al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009. Il paradigma della crescita infinità, basata sulla piena occupazione europea e statunitense, che con i propri redditi avrebbero sostenuto la produzione e i consumi globali si è rivelato falso, per cui si è fermata anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali. I poveri, crescono a dismisura e devono lavorare oltre 10 ore al giorno per pochi spiccioli e consumano prodotti poveri; i ricchi, che sono sempre più ricchi, consumano malissimo, e non creano benessere diffuso.

Avremo ancora l’opportunità di dare un futuro al nostro pianeta solo rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Prima che sia troppo tardi.

Mina Iazzetta