Daniele Di Guido :”credere per fare”

Kara significa vuoto. Te significa mano.

Con questi ideali il praticante di karate deve allenare la propria mente fino al punto di svuotarla da pensieri di orgoglio, vanità, paura, desiderio di sopraffazione; aspirando a svuotare il cuore e la mente, non solo durante la pratica marziale, ma anche nella vita. Questa arte marziale che ha le sue radici nel paese del Sol Levante, è una disciplina che si applica a mani nude senza l’ausilio di armi e che rafforza il corpo e lo spirito. Viene praticato in versione sportiva e in versione arte marziale tradizionale per difesa personale. Praticato solo da uomini nel passato, oggi viene praticato anche dalle donne.

Il karate può essere considerato come una lotta con se stessi, o come una maratona lunga tutta la vita che può essere vinta solo attraverso l’autodisciplina, il duro allenamento e i propri sforzi creativi.

Ci si allena e si gareggia indossando un abito adeguato, composto da una giacca, da un paio di pantaloni di cotone bianco e da una cintura il cui colore designa il grado raggiunto dal praticante.

Una caratteristica importante nel karate è il fatto di stare a piedi nudi. Tale esigenza ha delle motivazioni tecniche e formali, rispondendo ad esigenze pratiche ed è volto al conseguimento della massima efficacia.

Le discipline interne al Karate più diffuse sono:

Il Kumite, che significa letteralmente “unire le mani” cioè praticare questa arte con uno o più avversari. Una delle condizioni più importanti, ai fini della sicurezza, è quella in cui il combattimento debba svolgersi nell’osservanza delle regole disciplinari e sportive, nel pieno e rigoroso controllo delle azioni di attacco e di difesa, pur senza alcuna consensualità tra i combattenti, mantenendo una buona codificazione gestuale, nonostante gli schemi tecnici siano liberi, modulabili e flessibili. Le scelte tattiche attingono al massimo dalla creatività tipica del soggetto, riflettendo il suo stile personale e la qualità del suo approccio con la disciplina e il momento agonale che essa prevede.

Il Kata e’ un esercizio individuale o a squadre che rappresenta un combattimento  reale contro più avversari immaginari.

Le strade del Karate e quella Daniele Di Guido si incrociano 28 anni fa.

Ma chi è Daniele Di Guido?  Nasce a Napoli 35 anni fa, sordomuto dalla nascita, invalido civile al 100%, in attesa di una occupazione lavorativa mai arrivata, nonostante da tanto, tanto tempo, iscritto regolarmente nelle liste di collocamento. All’età di sette anni per volere di suo padre, un genitore attento e innamorato di suo figlio e della sua famiglia che lo ha sempre circondato di affetto e amore, viene iscritto in una Palestra di Scampia. Già, Daniele abita e vive in una periferia difficile di Napoli, violenta e abbandonata da tutti. La Palestra diventa. per Daniele, un riscatto verso la società, lo ha aiutato e lo perfeziona a integrarsi nel contesto sociale che lo circonda.

Per Daniele lo spettacolo del Karate nella sua interiorità gli trasmette sicurezza e la sua filosofia è  “lavoro, lavoro, lavoro…sempre”.

Dopo undici anni di sacrifici e allenamenti, a soli 18 anni diventa Campione del Mondo in Argentina dove ci arriva grazie alla grande famiglia della Federazione Sportiva Sordomuti Italiana con la quale nel 2001 si classifica al primo posto alle Olimpiadi a Roma, nel 2008 in Francia diventa di nuovo Campione del Mondo e nel 2009 alle Olimpiadi in Cina si classifica al terzo posto. Svariati i titoli italiani e europei conseguti.

Da sei mesi indossa i colori del Gruppo Sportivo Associazione Nazionale Carabinieri, frequenta con massima dedizione le lezioni del Maestro Nicola Capasso, per prepararsi al top della condizione per i Campionati del Mondo che si svolgeranno a Luglio in Turchia e per le Paraolimpiadi del 2017 ancora in Turchia, sempre grazie alla grande famiglia della Federazione Sportiva Sordomuti Italiana per cui porterà in alto i colori azzurri.

Forza Daniele.

di Antonino Calopresti

calopresti.antonino@libero.it