COSA SAPERE DEL REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI IN MARE

In 8.000 Comuni, su un totale di 61.576 sezioni elettorali del territorio nazionale, il prossimo 17 aprile, dalle ore 7.00 alle ore 23.00, siamo chiamati alle urne a esprimere il nostro voto nel Referendum sulle trivellazioni in mare. Il testo del quesito referendario firmato dal Presidente della Repubblica nel Decreto del 15 febbraio 2016 (GU Serie Generale n.38 del 16-2-2016) è :
«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto  legislativo 3 aprile 2006, n.  152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la  formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».
Come previsto dalla legge, si tratta di un referendum abrogativo (per essere riconosciuto valido occorre che si esprima il 50% più uno degli aventi diritto al voto) che chiede ai cittadini se intendono cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia (22,224 km) dalle coste marine italiane senza limiti temporali.
Il referendum è stato voluto da 9 regioni: Campania, Basilicata, Liguria, Molise, Puglia, Calabria, Sardegna, Veneto e Marche, allarmate dalle conseguenze ambientali e turistiche legate allo sfruttamento degli idrocarburi. Il quesito referendario riguarda 21 concessioni, di cui 7 al largo della Sicilia, 5 della Calabria, 3 della Puglia, 2 della Basilicata, 2 dell’Emilia Romagna, 1 del Veneto e 1 delle Marche. Attualmente le concessioni hanno una durata di 30 anni, con possibilità di proroga di 10 anni più altri 5.
Il SI è sostenuto da tutte le associazioni ambientaliste, da GreenPeace al WWF a Valigia Blu. Molto attivi sono i comitati ‘No Triv’ e ‘Ferma le trivelle’.
Il NO è sostenuto dal comitato ‘Ottimisti e razionali’ e dai rappresentanti delle imprese petrolifere.
In caso di vittoria del SI, alla scadenza naturale della concessione le compagnie petrolifere non potranno rinnovare la licenza, neppure se i giacimenti non fossero esauriti.
In caso di vittoria del NO, alla scadenza naturale della concessione le compagnie petrolifere potranno chiedere un rinnovo per il prolungamento di ricerca ed estrazione e, ottenute le autorizzazioni dietro una regolare ‘valutazione di impatto ambientale’, potranno continuare l’attività sino ad esaurimento del giacimento.
Secondo il SI le piattaforme producono solo il 3% del gas necessario agli italiani e lo 0.8% del consumo annuo di petrolio, contribuendo a causare danni irreparabili al nostro mare. “Il Mediterraneo ha una densità di catrame pelagico di 38 milligrammi per metro quadro, una percentuale altissima ormai assolutamente insostenibile – si legge nel BOLLETTINO DELLE GIUNTE E DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI Ambiente, territorio e lavori pubblici del 17 marzo 2015 – è il mare con il più elevato inquinamento da petrolio al mondo il quale, unito ad altre forme di inquinamento (scarichi urbani e industriali non depurati, uso dei sostanze chimiche in agricoltura, e altro) rischia di compromettere gravemente l’equilibrio dei suoi ecosistemi. Il SI promuove dunque una politica energetica, con l’incentivazione delle fonti rinnovabili.
Secondo il NO la produzione di gas e petroli copre invece l’11.8% e il 10.3%. C’è però un errore di valutazione in questo conteggio, che vede l’inclusione delle piattaforme non oggetto di referendum come i pozzi a terra, che producono l’85% del petrolio italiano, e le piattaforme oltre le 12 miglia. Il NO rimarca poi la questione socio-occupazionale allo scadere delle concessioni e solleva una diversa questione ambientale, dovuta alla presenza di un eventuale maggior numero di petroliere nel Mar Mediterraneo.
Posizioni assai diverse che meritano una riflessione, ma qualsiasi sia la nostra posizione occorre recarsi alle urne, la mancata associazione del referendum alle prossime amministrative è un palese tentativo di sabotaggio al quorum che costerà agli italiani 360 milioni di euro. Non resta dunque che opporsi ai giochi di potere lobbistico, esprimendo con coscienza e responsabilità il proprio parere e dimostrando che l’astensionismo è la peggiore espressione di indifferenza alle sorti del nostro futuro. Buon voto.

Barbara Giardiello