COPERTINA – Patrizio Oliva: «Sono cresciuto con la gloria negli occhi»

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ATTRAVERSO LO SPECCHIO

Gli specchi riflettono l’anima, le verità, i difetti, il fuoco negli occhi o gli sguardi sonnolenti. Gli specchi ci vedono crescere e cambiare, costringendoci a confrontare con quell’immagine di noi stessi di cui si fa forma la coscienza dell’uomo. Aveva otto anni Patrizio quando ha iniziato ad alzare i pugni al petto, ricercando lʼequilibrio perfetto e la posizione migliore, correndo sul posto e tirando i pugni in sequenza. Il pugilato per lui non è mai stato un gioco ma un destino che lo ha reso un uomo migliore oltre che un atleta di cui oggi Napoli e lʼItalia intera sono fiere. I primi ring di Patrizio Oliva sono stati proprio quegli specchi nella casa di Poggioreale, dove si confrontava con se stesso, con i suoi limiti e le sue difficoltà, davanti ai quali crollava stremato, ma con una voglia matta di diventare il migliore in questo sport. E forse ci è riuscito, avendo conquistato l’oro olimpico a Mosca nell’80, il titolo mondiale nel 1986, tre titoli italiani, uno europeo e la coppa Val Barker, prestigioso premio dato al miglior pugile delle Olimpiadi, disputando 160 incontri ed uscendo sconfitto dal ring per sole 5 volte.

Diretto, gancio, montante: i primi pugni di Oliva finivano per urtare i palmi del fratello Mario, il suo faro, nel pugilato come nella vita, con quei movimenti incrociati che rendono affascinante un gesto motorio che muore tra le mani di un fratello, sulla pelle sintetica di un sacco da boxe o sulla guancia già offesa di un avversario sfinito. Velocità e intelligenza sono stati l’imprinting di Patrizio Oliva, che ha fatto delle sue debolezza i punti di forza, valorizzando quelle che erano le sue doti migliori. Il pendolo che oscillava tra motivazione ed orgoglio è sempre stato la sua gloria, la fonte delle sue energie e del suo sudore.

 

 

Oliva non ha mai combattuto per soldi. La povertà della sua infanzia, il quartiere popolare in cui viveva, lʼamore della mamma e dei fratelli, le difficoltà col padre, spesso violento, gli hanno reso la pelle dura, permettendogli di proseguire su questa strada mosso da passione e professionalità, lasciandolo umile e con la voglia di combattere per diventare il più forte di tutti. In fin dei conti, non ci sono soldi che possano compensare la fatica che si impiega per ottenere grandi risultati. Col passare degli anni, le sue motivazioni sono aumentate; con la morte per tumore del fratello Mario, Patrizio ha deciso di onorare la sua vita affinché il suo ricordo risorgesse nei guantoni. La forza di volontà è stata la freccia mai mancante nella faretra di un ragazzo che ha ingoiato tanta amarezza prima di diventare un esempio della disciplina pugilistica italiana e internazionale. Neanche il suo fisico lo ha aiutato: esile, fragile e con la mano destra osteoporotica, condannato da molti medici a lasciare il sogno della boxe.
Cresciuto tra il caos della città e le valli dell’Aspromonte, Oliva ha portato alla luce i suoi sogni con fatica e dedizione. Dall’alto della sua esperienza, crede fortemente nei valori dello sport, portatori di regole, senso civico e rapporti sociali perché dove c’è pratica sportiva non esistono discriminazioni, bullismo o barriere culturali. Così come in Russia nel 1980, in quel villaggio olimpico che non conosceva le tensioni politiche della Guerra Fredda ma solo la grande atmosfera della competizione più ambita, il calore tra tutte le nazionalità, legate da amicizia, integrazione e competizione.

Ed oggi, il suo impegno quotidiano, è quello di dare un’opportunità a chi non può permettersela collaborando con diverse palestre e progetti nel napoletano, come quello ultimo del “Villaggio dello Sport” presso l’ex Arena NATO di Bagnoli, dando la possibilità a tanti bambini di allenarsi e crescere con lui, gratuitamente. Patrizio Oliva ripudia l’inettitudine di tanti giovani di oggi, le loro scuse e i tanti alibi che si costruiscono per non raggiungere certi obiettivi. Inoltre, condanna l’ingentilimento e l’indebolimento della società, l’eccessiva permissività dei genitori e quella mancanza di autorevolezza e dialogo che non permette ai ragazzi di crescere e fortificarsi.

 

 

Il suo messaggio è chiaro: un invito alla vita e a rendere fiera e leggera la coscienza in quegli specchi che non possono mentirci:

«Non smettete mai di studiare, informarvi, incuriosirvi: serve ad aprire la nostra mente e a tenerci lontani da ambienti che godono di effimera esistenza, come quelli criminali. Sport e cultura possono salvare tanti ragazzi, proprio come è successo a me». 

 

di Fabio Corsaro
Foto copertina di Antonio Ocone
Servizio fotografico interno a cura di Gabriele Arenare

 

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About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!