COPERTINA – Enzo Avitabile: la voce del Mediterraneo

Enzo Avitabile - Photo credit Antonio Ocone

La musica dell’incontro

 

Onirico, pensatore come lo si aspetta; la filantropia di Enzo Avitabile trascina tutto il denso vivere di una popolazione che ha imparato ad accogliere l’altro, la sua è l’arte del cosmopolitismo che sa cantare e parlare alle generazioni e ai popoli. Guai a etichettarlo, a metterlo in uno scatolone di contenuto artistico, la sua voce sa di mediterraneo ma non è portavoce di sofferenza o almeno non si erge a vessillo. È piuttosto la voce di chi nasce dal nulla e comincia a camminare, è la musica dell’incontro.

James Brown, Afrika Bambata, Tina Turner, Daby Tourè, Khaled, Ntò, Amal Murkus, Pino Daniele e molti altri ancora non sono trofei di collaborazioni ma veri e propri incontri, il miracolo della musica. Tutti questi artisti hanno formato l’uomo Avitabile fino a scarnificarne l’artista che è oggi. Ecco perché ne è così entusiasta, definendo questi incontri: «una conferma. Quando si crea musica la si immagina prima pensando che questa possa realizzarsi. Per gli incontri non è solo importante ciò che succede in musica ma è tutto il percorso che ti ha portato a quella collaborazione. Prima di incontrare qualcuno secondo il mio punto di vista si crea la percezione che si possa incontrare l’altro, si possa stare insieme. Tutti questi incontri non sono vincolati nel mio caso dal denaro, io sento che quella canzone potrà essere importante e percepisco che debba essere fatta con quell’artista specifico. Quindi tutte le sensazioni che si provano prima dell’incontro musicale mi danno conferma dell’importanza di quella collaborazione e della sua efficacia. Ognuno di noi ha un Karma, io ho il karma dell’incontro».

In uno di questi incontri c’è stato un artista che ha cercato di dare un nome alla musica di Avitabile e alla sua personalità nella scena musicale mondiale: James Brown.  Il cantante statunitense parlò di lui come un “Out of sight” (fuori di vista) caricando così una responsabilità oltre che musicale decisamente territoriale sul vissuto dell’allora giovane Enzo Avitabile. Per il maestro Avitabile «Ci sono due punti di vista sul significato degli out of sight: i fuori di vista che vivono nelle terre che nessuno vede, che parlano della terra a svantaggio di chi non può vederle né sentirle oppure si parla di fuori di vista come di qualcuno che va fuori dal campo visivo comune. Gli out of sight sono spinti da una motivazione e se questa ti porta in televisione che ben venga».

Lungo il percorso artistico Avitabile ha cominciato a macinare esperienze extra musicali. Una delle esperienze che emerge più spesso nella sua musica è quella religiosa. Una travagliata ricerca mai cessata, frutto di un controllo esasperato dell’uomo Avitabile sui dogmi dell’esistenza, dal particolare all’universale passando per le esperienza di vita tempestose.

 

Enzo Avitabile - Photo credit Antonio Ocone
Enzo Avitabile – Photo credit Antonio Ocone

 

Avitabile racconta questo percorso così: «Nato cattolico, i miei genitori mi dicevano che dovevo andare in chiesa come tutti i bambini della mia età. Quando conobbi Tina Turner mi avvicinai al Buddhismo, scoprii la libertà di una fede che non mi correggeva basandosi sulla paura. Il cattolicesimo fino ad allora mi imponeva le cose attraverso il senso di colpa e il Buddhismo mi liberò da questo senso di colpa: la prima cosa che mi dissero era di non averli e cominciai a sorridere in preghiera. Più tardi con Corrado Rustici ebbi un incontro con un maestro induista, di meditazione trascendentale che lasciava ognuno nella propria ricerca, nel proprio cammino svuotandoti e arrivando alla conoscenza con il silenzio. Cominciai a conoscere il silenzio e fu una scoperta. Dopo la morte di mia moglie mi allontanai completamente e come mantra ritrovai il rosario: lo pratico spesso e sono tornato cristiano, un cristiano in cammino, libero nel mio percorso».

Ma lungo la strada Avitabile non ha mai dimenticato la sua storia e le sue origini, i suoi esordi e le sue fortune musicali. Ecco perché i suoi testi più significativi sono rigorosamente in napoletano, espressione della sua terra. Un ricordo va dedicato a Pino Daniele e alle notti a suonare insieme vicinissimi nella concezione sacrale di Napoli e del suo credo.

I due artisti hanno sempre viaggiato di pari passo su questa sacralità ma con stili e fortune diverse fino ad arrivare alla loro ultima collaborazione “È ancora tiempo” su cui Avitabile ci svela qualche curiosità: «Con Pino abbiamo sempre svolto un ottimo lavoro nel non doppiarci; andando insieme alla Emi, la nostra etichetta discografica, per i primi tre anni ho sempre cantato in italiano. Quando la gente mi chiedeva perché non facevo pezzi in napoletano non rispondevo perché non mi sentivo pronto. Quando Pino ha fatto una scelta precisa che dichiarava le sue perplessità a cantare in napoletano per la scarsa visibilità radiofonica cominciai a prendere una posizione precisa: cantare in Napoletano. Fino ad arrivare ad “È ancora tiempo” tratto dal mio ultimo album, l’ultimo pezzo di Pino Daniele in napoletano. Gli chiesi di cantare in napoletano per il mio disco e lui era molto titubante ma decise di accettare per le mie avance. È stata la sua ultima canzone con me e soprattutto l’ultima canzone in napoletano dal suo primo pezzo in napoletano “Terra Mia”».

Artista sotto ogni punto di vista, mosso da una forza che egli stesso definisce la “motivazione”. Ma qual è la motivazione di Enzo Avitabile? «Provenendo da Marianella che è una terra a svantaggio, fuori di vista, la mia unica forza è stato il Juke-Box. Grazie a lui ho scoperto che la musica mi piaceva. Io volevo imparare il suo linguaggio e dovevo conoscerlo, finchè non ho capito che mi è servito solamente per avvicinarmi alla musica. Il problema fu capire quali fossero i suoni e gli elementi che più mi erano amici, senza farmi colonizzare. L’importante è saper mantenere distinta la propria identità, dico sempre “contaminazione senza colonizzazione”. Più il proprio essere è riconosciuto più è facile ricongiungersi con l’altro».

È questa la parola chiave che salta immediatamente nei timpani di chi ascolta questo artista: contaminazione. Un caso unico di fusione dei generi che attraversa la musica folk popolare fino a toccare sfumature etniche, percorsi sterrati che offrono strade ad un dialetto che fa riecheggiare tutte le dominazioni che nei secoli lo hanno contaminato.

«Non esiste un metodo o una metodologia, per ogni pezzo c’è un parto diverso. Tutto nasce dall’ascolto, dalla conoscenza e dallo studio approfondito delle cose. Noi crediamo che la vera nostra influenza sia stata quella del nord Africa, insieme a quella Araba e in realtà non è così. Noi abbiamo un ramo celtico che ha fortemente influenzato l’Europa e che è arrivato fino alle note della nostra musica. Io vivo una fase di curiosità, al quale segue un momento di scrittura, alternato con momenti di pausa»Parola chiave che accompagna e si incatena a “Contaminazione” è “Multietnicità”.

 

Enzo Avitabile con la redazione di Informare - Photo credit Antonio Ocone
Enzo Avitabile con la redazione di Informare – Photo credit Antonio Ocone

 

Ma allora Napoli è multietnica? «Tutte le città sono multietniche. Napoli rispetto alle altre città crea una condizione di accoglienza che io chiamo contaminazione felice. Chi arriva nella nostra città ed inizia a viverla piano piano viene contaminato, viceversa noi portiamo poco a casa degli altri. Il rapporto che viene a crearsi nel caso specifico tra un napoletano e un extracomunitario è straordinario, lo vedo per strada, si ride, c’è familiarità. Un’accoglienza vera».

Essere napoletani e cosmopoliti, questo è il segreto. Prendere il mondo e trasportarlo all’interno della nostra cultura, facendo crescere esponenzialmente ciò che noi, quotidianamente, ci ostiniamo a definire napoletanità.

«Napoletanità è potente quando va oltre la sua stessa definizione. Il napoletanesimo è una sorta di codice che noi riconosciamo e abbiamo come distintivo, questa cosa è pericolosa perché crea un grande limite alla forza che ha un napoletano. La napoletanità è questa cosa universale che sai cos’è ma non puoi spiegarla, perché quando lo fai l’hai incastrata. Nel momento in cui la limiti sei costretto ad escludere delle sezioni, perdendo un’inifinità di informazioni. Io mi chiedo da sempre: non è che napoletano è tutto ciò che non riesci a definire? Anche i luoghi comuni sono napoletani, non facciamo gli intellettuali. A Napoli c’è il suono, la parola, il gesto e la danza. Questi quattro elementi sono Napoli».

Un incontro mistico in cui ogni parola meritava di essere annotata, uno scambio di energie continuo con chi giorno per giorno riesce a regalare le più intense emozioni. L’incontro è iniziato con la richiesta di Enzo Avitabile di evitare i formalismi, concedendoci il piacere di quel “tu” che timidamente non osavamo afferrare. Camminando su una strada che ha percorso la sua vita, la sua musica e i suoi progetti, l’atmosfera è diventata sempre più calda ed accogliente, tanto da portare il signor Avitabile ad invertire il ruolo che la forma gli concedeva per arrivare a porci una domanda. Secca, diretta.

“Ma chi è o’barbiere vuost?”

di Fabio Corsaro e Savio De Marco
Servizio fotografico a cura di Antonio Ocone

Tratto da Informare n° 153 Gennaio 2016

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!