Prima di raccontarvi la storia di Rosa Amato, bisogna fare un salto all’indietro in una precisa data: 20 marzo 1999. Quella sera, il liceo “Amaldi” di Santa Maria Capua Vetere varcava la soglia della discoteca “Disco Club” per dare inizio alla festa. A quell’evento era presente anche il ventunenne Carlo Amato, un giovane ragazzo sammaritano, che non farà più ritorno a casa. Carlo morì dissanguato a causa di diverse coltellate, davanti agli occhi di tanti che lo vedevano morire senza soccorrerlo. Perché? Una risposta, forse, c’è: a quella festa vi era anche Walter Schiavone, figlio minore di Francesco “Sandokan” Schiavone, accompagnato dalla sua scorta; si afferma che Carlo abbia proprio “infastidito” uno degli scagnozzi di Schiavone. Della sua morte non c’è alcun colpevole, il potere logorante dei Casalesi riuscì a far tremare tutti, anche gli amici di Carlo. Rosa Amato è sua sorella e, da quella notte, per lei si apriranno le porte di una nuova vita al fianco di suo padre: il futuro boss di Santa Maria Capua Vetere Salvatore Amato.

Rosa, come nasce il clan Amato?
«Il clan Amato nasce dopo l’omicidio di Carlo. Mio padre (Salvatore Amato, ndr) lo fondò prima di tutto per cercare verità e vendetta sulla morte di mio fratello, ma la sua rabbia fu dettata anche dall’omertà dei nostri concittadini. Tutti a Santa Maria avevano paura dei Casalesi, tanto che nessuno ha mai parlato riguardo l’omicidio di Carlo. Mio padre pensò: “ora devono avere paura anche di me”».

Tu hai fatto attivamente parte del clan, fino ad essere arrestata nel 2010. Qual era il tuo ruolo?
«All’inizio mio padre faceva favoritismi al clan Belforte di Marcianise, con lo scopo di ottenere informazioni in più sulla morte di Carlo, ma loro si mostrarono disinteressati a quell’argomento. A quel punto decise di mettersi per conto suo, in quel momento entrai a far parte attivamente del clan. Mi occupavo inizialmente della parte contabile, ovvero del pagamento dei vari affiliati, successivamente mi sono specializzata nella manipolazione delle slot machine: una modifica che ci permetteva di avere più introiti».

Come sono stati gli anni della vita nel clan?
«In un primo momento avevo una profonda paura per le sorti di mio padre: si era scagliato estremamente contro il clan dei Casalesi, tant’è vero che Vargas (boss casalese e collaboratore di giustizia, ndr) parlò con i giudici dell’intenzione del clan di fare fuori mio padre. Quel momento l’ho vissuto con profonda tensione, certo, mi è anche piaciuto il senso di potere e comando che avevo».

Passiamo ora al giorno in cui hai deciso di collaborare con la giustizia. Per te la situazione era meno delicata, c’erano già diversi pentiti, ma hai dovuto comunque testimoniare contro Salvatore Amato, tuo padre.

«Ho studiato giurisprudenza e mi sono reso conto subito della situazione, avrei potuto testimoniare molto prima, ma restava il conflitto riguardo mio padre. C’è stata una forte guerra con me stessa, speravo che lui potesse capire, anche perché già condannato. Non nego di aver pianto moltissime volte, soprattutto quando seppi della sua delusione riguardo la mia collaborazione con la giustizia. Fortunatamente col tempo l’ha capito».

Parliamo della sera dell’omicidio. Cos’ha ucciso davvero Carlo?
«L’ha ucciso il silenzio. I nostri paesani non hanno mai parlato. Il popolo vorrebbe far a pezzi l’immigrato che uccide, tutto cambia se ad uccidere è colui che detiene il potere. Questo uccide: l’omertà. Come il poliziotto che ha fatto morire dissanguato mio fratello. Il magistrato mi disse che il pugnale non ammazzò mio fratello. Quel poliziotto, che ha lavato il sangue ed occultato le prove, è stato indagato e condannato a circa 7-8 mesi di domiciliari. Poco».

Qual è la cosa più importante per te, oggi, e cosa farai in futuro?
«La cosa più importante sono i miei figli. È uscito a marzo il libro che racconta la mia storia “Omisis 01” scritto dal giornalista Fabrizio Capecelatro. Nel futuro mi piacerebbe tornare giù e magari tenere incontri con ragazzi delle scuole, per far capire quanto il silenzio possa uccidere e del perché collaborare con la giustizia è motivo di orgoglio e non di disprezzo».

Rosa, oggi, è una donna che si è fatta forza sulle macerie del proprio passato, una madre con le spalle grosse e una sorella col cuore in fiamme.

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

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