Castel Volturno, tratta e prostituzione sul litorale domitio

Tratta e prostituzione a Castel Volturno -Photo credit Francesco Catalano

Teatro di numerose storie tristemente note su tutto il territorio nazionale ed internazionale, Castel Volturno è scenario di importanti operazioni d’ordine pubblico volte a contrastare le problematiche complesse del territorio. La Compagnia Carabinieri di Mondragone, guidata dal capitano Lorenzo Chiaretti e nello specifico gli uomini del NORM (Nucleo Operativo e Radio Mobile, ndr), ha fermato recentemente parte del traffico di donne da avviare alla prostituzione sul litorale domitio. A capo dell’operazione il ventisettenne tenente Lorenzo Galizia che ci ha condiviso in esclusiva aspetti umani e professionali dell’operazione Trafficking of women, nata nel 2016 in seguito ad altra indagine del 2012 e che vedeva coinvolti soggetti molto influenti, a livello internazionale, nel traffico di stupefacenti, tratta e prostituzione.

In funzione di quella «ci siamo accorti – afferma il Tenente – che il nigeriano Goodluck aveva acquistato una ragazza, invitandola in Italia con una proposta di matrimonio, anche se non è l’unico escamotage che usano. Per coloro che vivono guerre civili, dalle quali desiderano fuggire, anche una semplice promessa di lavoro basta per essere considerata una vera e propria fortuna. Solitamente, sono i nigeriani ad ‘agganciare’ i propri connazionali per rendere la truffa più credibile. Benché scoprano subito la realtà che le accoglie, le vittime tendono sempre a tranquillizzare i parenti per non allarmarli e preoccuparli. Questo atteggiamento mette in atto comportamenti legati ad una doppia falsità: da un lato gli emigrati (per noi immigrati) che non raccontano la verità ai familiari lasciati nel loro paese e dall’altro le famiglie che, non sapendo la realtà, non chiedono né si preoccupano. Per la scarsa fiducia nelle nostre Forze dell’Ordine italiane, paragonate alle loro milizie, è difficile raccogliere denunce. Preferiscono rimanere nella condizione di schiavitù piuttosto che scappare e chiedere aiuto alle istituzioni. Tuttavia, la sempre più giovane età delle ragazze, tendenzialmente improntate alla ribellione e al desiderio di emanciparsi, fa sperare in una maggiore consapevolezza e determinazione a contrastare il fenomeno, anche se è impensabile ritornare nel proprio Paese d’origine, dove esiste il rischio concreto dì ritornare nella stessa rete con l’aggravante delle ripercussioni dovute alla fuga e all’eventuale denuncia. Il fenomeno di fuoriuscita è molto basso rispetto alle presenze effettive sul territorio ed incide tantissimo anche l’assenza di documenti che vengono trattenuti dagli aguzzini, la scarsa o nulla conoscenza della lingua italiana, l’assenza di fiducia ed integrazione oltre ai pregiudizi nei confronti dell’uomo di razza bianca, visto più come colonizzatore ed usurpatore delle loro ricchezze piuttosto che come amico cui affidarsi. Spesso, per la diffidenza reciproca, il dialogo diventa impossibile».

Il tenente Lorenzo Galizia Photo Credit Gabriele Arenare
Il tenente Lorenzo Galizia Photo Credit Gabriele Arenare

Le maggiori difficoltà riscontrate nell’operazione?
«Sicuramente reperire interpreti per gli oltre 250 dialetti afferenti alle diverse zone e villaggi dell’Africa centrale, influenzati dalla colonizzazione europea e dal background culturale. Oltre alla giusta motivazione di porsi dalla parte giusta dell’indagine, per coloro che vivono a Castel Volturno, esiste il rischio concreto di essere scoperti ed emarginati dai connazionali, inficiando le stesse indagini. Gli interpreti sono risultati fondamentali quando, oltre alla loro traduzione, abbiamo potuto beneficiare di una preziosa chiave di lettura culturale, spesso diversa dalla nostra ma utile ad inquadrare meglio il fenomeno».

La soddisfazione più grande?
«È seguita alla prima fase di frustrazione quando, pur ascoltando tutto ciò che accadeva non si poteva ancora intervenire. Infatti, era necessario che tutte le informazioni rimandassero ad un quadro quanto più chiaro possibile onde evitare di rendere vano l’intero lavoro di mesi di indagini, anche a discapito delle stesse vittime. Pertanto, abbiamo dovuto aspettare l’occasione e la completezza di tutta una serie di attività, entrando in forte empatia con la giovane donna. Non è un lavoro semplice e coinvolge sia l’aspetto tecnico che componenti umane. Grande soddisfazione per noi è sapere che, in questo particolare momento storico, abbiamo contribuito, seppure in piccolissima parte, al lavoro che con grande impegno il nostro Paese sta portando avanti. E noi lo abbiamo fatto sempre col massimo della professionalità ed umanità. Un esempio fra tanti, quando abbiamo dovuto arrestare i due aguzzini, genitori di tre bimbi piccolissimi, pur dovendo compiere l’incarico per il nostro ruolo, abbiamo adoperato tutte le accortezze e la delicatezza del caso».

Considerazioni finali?
«Pur nella consapevolezza che l’argomento è vasto ed articolato, non esiste una ricetta unica per affrontare problematiche di questo tipo. Occorre lavorare per ripristinare una condizione di equilibrio sociale nei Paesi oggetto di emigrazione massiccia. Si parla spesso di immigrazione ma credo che occorra partire dai paesi di provenienza per comprenderne l’essenza. La scarsa cognizione del problema favorisce la distorsione dei pensieri e relativi atteggiamenti, provocando tutti quegli episodi di intolleranza e discriminazione di cui sempre più spesso si parla. Castel Volturno, in particolar modo, è un grande serbatoio, raccoglie molte persone straniere, in maggioranza nigeriani e ghanesi, che sanno di poter contare su una grossa colonia di connazionali. Poco importa se poi vengono convogliati in attività diverse, non sempre lecite. Proprio per questo motivo occorre incrementare lo scambio tra le istituzioni locali e le forze di polizia, collaborando per il raggiungimento di un unico obiettivo. Le attività nelle quali operano Forze dell’ordine ed Enti Locali sono spesso intersecate e contigue con un maggiore impegno nelle attività giudiziarie le prime, mentre le seconde intervengono per la presa in carico totale del soggetto fragile, spesso per un periodo molto lungo e con un grande investimento professionale ma anche umano, emotivo ed economico.  Dopotutto, i dati emersi a livello mondiale rilevano che non si tratta di un‘emergenza sporadica ma di una problematica ben radicata su questo territorio e, pertanto, andrebbe affrontata in modo consono. In primis, offrendo tutti gli strumenti e le risorse necessarie a prendersi cura adeguatamente del problema. Le migrazioni di questi anni hanno raggiunto livelli epocali e non possono essere sottovalutate. Per esempio, mi viene in mente, l’obbligo di attivare, e far partecipare tutti i migranti presenti in Italia, corsi di italiano per comprendere e parlare la lingua correttamente così come credo siano necessari corsi di educazione civica che aiutino a comprendere come funziona lo Stato che li ospita, come lavorano le istituzioni e le forze di polizia, la cura della salute e quant’altro occorra per vivere dignitosamente nel nostro Paese. Inoltre, credo sia necessario superare la discriminante dell’uomo bianco in un’accezione negativa per l’uomo nero e viceversa ed aumentare quel dialogo, oggi molto limitato e distorto, che aumenterebbe le occasioni per comprendersi ed attuare una vera e propria integrazione. Occorre puntare sul sistema scolastico con la formazione delle nuove generazioni ma anche sugli adulti che, all’interno della stessa famiglia, possano accompagnare l’armonica crescita di tutti i ragazzi, quale che sia il colore della loro pelle».

 

La storia di Estelia, l’ultimo acquisto del trafficante Goodluck

Dalla promessa di matrimonio alla strada

La storia di Estelia, “ultimo acquisito” di Goodluck, offre un chiaro esempio delle modalità messe in campo. Agganciata nel suo villaggio con la promessa di matrimonio, a sue spese, affronta il viaggio dal suo Paese alle coste libiche dov’è rinchiusa in un ‘ghetto’, privata della libertà e dei suoi effetti personali fino all’imbarco per le coste Italiane. Qui giunge al centro di prima accoglienza di Martina Franca e pochi giorni dopo è prelevata dal sedicente promesso sposo che la porta direttamente a Castel Volturno. La favola dura poco. Appena giunti sul litorale domitio, tristemente scopre quale sarà il suo futuro: il suo uomo ha già moglie e figli, dovrà restituire un debito di 25.000 euro e prostituirsi secondo le indicazioni della Madame a cui viene affidata. Da questa controllata ed istruita su come comportarsi, costi e modalità delle prestazioni, debito da restituire, oltre le spese di 100 euro per dormire e 200 per mangiare e punizioni se non riesce a portare a casa una somma minima stabilita. A tutto ciò si aggiunga la minaccia di essere relegata in una connection-house con trattamenti ancor meno cortesi o graditi. Ma la ragazza è furba. Chiede aiuto alla mamma per preparare un rito voodoo sull’uomo che l’ha ingannata ed aiutarla a sfuggire da quella situazione e liberarsi. Arriva un pacco direttamente dalla Nigeria con indumenti “benedetti” che l’uomo indosserà. Nel tempo, raccogliendo informazioni dalle intercettazioni in corso (ma questo la ragazza non lo sa!), i Carabinieri la agganciano e lei racconta tutto, confermando esattamente quello che già sapevano. Estela va tutelata e, dopo l’intervento giudiziario, entrano in campo i Servizi Sociali che provvedono ad ogni misura utile a garantirle quella dignità dovuta ad ogni essere umano almeno fino a quando la giovane donna è libera di riprendere autonomamente la sua strada. Nel frattempo, fortuna o sfortuna, (leggetela come vi pare!), la ragazza lamenta malessere generale per il quale si effettuano i dovuti controlli fino a scoprire diverse e gravi problematiche di salute che vanno e sono attualmente seguite da personale ad hoc con grande investimento umano, emotivo ed anche economico, quest’ultimo ricadente solo sull’Ente Locale presso cui c’è la prima presa in carico.

 di Annamaria La Penna
annamarialapenna@gmail.com

Reportage Fotografico a cura di Francesco Catalano

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About Annamaria La Penna

Pedagogista, si occupa di educazione, formazione e ricerca universitaria prevalentemente nell'educazione degli adulti e del Life Long Learning. Assistente Sociale, mediatrice familiare e consulente tecnico esperto in servizio sociale forense, è impegnata nei servizi e nelle politiche sociali dal 2001. Ha collaborato con alcune testate, tra cui Viewpoint, magazine di promozione culturale umbro (dove nasce e si forma) fino a giungere nel 2016 nella grande famiglia di Informare, dove ricopre il ruolo di caporedattore e direttore organizzativo. Iscritta agli Ordini professionali degli Assistenti Sociali e dei Giornalisti Pubblicisti della Campania. Obiettivo personale e professionale: con passione e dedizione, continuare a migliorare in qualsiasi cosa faccia.