Il Casale di Teverolaccio, alla riscoperta della Campania Felix

Castello di Teverolaccio

L’uomo ha nei confronti del suo patrimonio artistico un duplice atteggiamento: da un lato è pienamente consapevole della ricchezza e della vastità di quest’ultimo; dall’altro è condannato per inerzia a non conoscerlo o, nel peggiore dei casi, ad essergli del tutto indifferente. Il cataclisma è che oggi esistono tutti gli strumenti di valorizzazione e tutte le tecniche possibili per poter preservarlo nelle migliori delle possibilità, ma spesso ciò viene dimenticato. Altre volte, invece, come nel caso del Casale di Teverolaccio, è evidente l’impegno di chi vuole sfruttare al meglio tali risorse. L’antica masseria si trova neanche ad un chilometro di distanza dall’odierna cittadina di Succivo, in provincia di Caserta. Il primo nucleo del casale, la torre, risale all’età aragonese: il piccolo villaggio di contadini sorgeva intorno ad essa e rappresentava uno dei più grandi centri agricoli e dello scambio delle merci del XVII secolo. Era infatti la sede di una fiera e di un mercato settimanali voluti da Ascanio Filomarino, nipote dell’omonimo arcivescovo di Napoli, che in questo modo contribuì ad accrescere il suo prestigio all’interno del territorio. Oggi il Casale è impegnato in eventi all’insegna della cultura e della tradizione, iniziative con le scuole, attività sociali come i cosiddetti “orti sociali”, inaugurati a settembre del 2010 e curati dagli anziani del posto in pensione. Lo stesso ristorante, “La Tipicheria”, presente in un’ala del complesso, è gestita dalla cooperativa sociale “Terra Felix”. «La cooperativa è nata nel 2012 fa parte del progetto del Circolo di Legambiente Geofilos, che dal 1997 si occupa di questo territorio» ci spiega Antonio Pascale, Presidente di Legambiente Geofilos ed amministratore delegato della cooperativa. È soprattutto grazie ad un onesto e disinteressato impegno, combinato all’attività di volontariato, che da allora si occupano di promuovere e tutelare il Casale, adoperando anche nella sfera sociale assumendo persone non socialmente inserite, come ex tossicodipendenti ed ex alcolisti. «C’è chi lavora per noi dal 2016, seguendo al tempo stesso un percorso riabilitativo – dice il presidente – di recente abbiamo assunto tra i rifugiati richiedenti asilo, un uomo del Senegal e si occupa delle attività di agricoltura biologica, i cui prodotti vengono utilizzati per la Tipicheria (ibidem), mentre attualmente abbiamo 14 volontari di servizio civile».
Una delle realtà campane più belle, non solo sopravvissuta all’incuria del tempo, ma anche un punto di riferimento per coloro che auspicano un cambiamento e non possono né vogliono più restare impassibili nei confronti del proprio territorio.

di Alessia Giocondo