Caro Antonio, non è troppo tardi per ricordarci di te di Paolo Miggiano

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Caro Antonio, non è troppo tardi per ricordarci di te

 di Paolo Miggiano

Oggi, 18 novembre 2014, ricorre il diciannovesimo anniversario della tragedia di Procida. Due ragazzi di nome Antonio e Nina morirono sull’isola di Procida durante un’operazione di soccorso con un elicottero della Polizia di Stato di Napoli. Antonio era elicotterista e Nina infermiera. Morirono facendo il lavoro che avevano scelto ed amavano. Per quelle tragiche morti, come spesso accade in Italia, nessuno è stato ritenuto responsabile. Dopo quasi vent’anni, ecco come vogliamo ricordarli, affinché il velo dell’inesorabile oblio non copra il loro sacrificio.

 

UN AMICO. Ciao Antonio, non è tardi per ricordarti, anche se sono passati diciannove anni da quando non tornasti più da Procida.

 

ANTONIO. Mi fa sempre piacere essere ricordato, anche se, a quanto mi è dato sapere da qui, non sono stati in molti a ricordarsi di me in questi anni.

 

UN AMICO. E sì, caro amico mio, l’ho visto.

 

ANTONIO. Beh, del resto chi sono io per essere ricordato?

 

UN AMICO. Ma che dici, Antonio? Tu sei una vittima del dovere! Hai perso la vita per fare il tuo dovere.

 

ANTONIO. Sì, sì, lo so, ma volevo dire che io sono stato una persona normale, troppo normale, per essere ricordato da qualcuno. Io volevo solo vivere la mia vita. Fare il mio lavoro. Stare accanto a Michela, vedere crescere i miei figli, Pasquale e Roberta, e la domenica magari trascinarti a vedere la partita della Casertana con me.

 

UN AMICO. Ah, sì la partita! Non era il mio forte, eh?

 

ANTONIO. La Casertana! Non ci capivi nulla di quello che succedeva in campo e questo mi faceva divertire un sacco, quasi quanto la stessa partita. Ridevo sotto ai baffi quando non riuscivi a vedere il fuorigioco o non ricordavi i nomi dei giocatori.

 

UN AMICO. Sì, i giocatori, vediamo se ora me ne ricordo qualcuno? Ah, sì, sì, ora ricordo. Ce n’era uno che ti piaceva molto come giocava. Era bravo e poi è diventato un giocatore importante e pure allenatore, un certo Fabrizio Ravanelli.

 

ANTONIO. Che belli erano quei tempi! Ora qui non so più molto di voi. Raccontami, dimmi qualcosa. Tu che fai ora?

 

UN AMICO. Non volo più, ho lasciato! Ho lasciato pure la Polizia. Potevo starci ancora dieci anni, ma ho preferito mollare tutto. Era ancora molto bello volare. Ora scrivo libri e mi occupo di gente che più o meno ha avuto la tua stessa sorte, anche se di sorte in questi casi non è che si può proprio parlare. Ma lasciamo stare, la mia è un’altra storia. Parliamo d’altro, dai! Ricordi Eliano?

 

ANTONIO. Sì, certo che lo ricordo. È qui, l’ho visto. È sempre allegro, scherza anche qui. Ma che è successo ad Eliano per venire qui anche lui troppo presto?

 

UN AMICO. Durante un volo di addestramento,  ma non si è saputo molto del suo volo andato male. Con lui c’era anche Giovanni Liguori, che era il suo capo, il capo degli elicotteristi di Roma.

 

ANTONIO. Mi dispiace per Eliano e pure per il suo capo. Mi dispiace davvero. Potevano stare lì ancora un altro poco. Ma proprio non si è saputo il perché?

 

UN AMICO. Forse un guasto improvviso e sono andati giù, in un campo vicino Pomezia. La parte anteriore dell’elicottero è andata completamente distrutta e per Eliano e Giovanni non c’è stato scampo.

 

ANTONIO. Non ti danno scampo quelle macchine se qualcosa va storto. Eliano, però, era bravo e se ci fosse stato qualcosa da poter fare, lui l’avrebbe fatta. Si vede che non c’è stato proprio nulla da fare.

 

UN AMICO. Certo, certo, Eliano era il migliore di tutti, un pilota bravo ed un uomo brillante, suonava il pianoforte. Peccato davvero. Sono stato anche al suo funerale, non potevo mancare.

 

ANTONIO. Scusa, amico mio, qui Nina ed io non abbiamo saputo più niente neanche di quella brutta storia dell’incidente dell’elicottero di Procida del 18 novembre del 1995. Te la ricordi Nina?

 

UNAMICO. Sì, si, certo che la ricordo. Per la verità non l’ho mai conosciuta di persona. Questo è un privilegio che è toccato a te. Io l’ho conosciuta, diciamo così, sulle carte, dal racconto che mi ha fatto suo fratello Tommaso. Tommaso è un omone buono. Gira il mondo con le navi e mi ha raccontato un sacco di cose di Nina. A proposito, sai che l’ospedale di Procida (ne hanno fatto uno nuovo, ci siamo riusciti!) porta il nome di Nina?

 

ANTONIO. Ah, bene, bene! Questo allora vuol dire che di noi due si sono ricordati?

 

UN AMICO. E sì, Antonio, non sono in molti, come dicevamo all’inizio, ma alcuni hanno voluto ricordare. E poi, caro Antonio, cosa vuoi che costi incidere un nome ed un cognome su una pietra. Qui sono altre le cose che spesso non si riescono a fare, come per esempio rendere giustizia a chi muore. Comunque all’ingresso dell’ospedale di Procida c’è scritto: “Gaetanina Scotto di Perrotolo”. Se la vedi cerca di faglielo sapere. Sarà contenta.

 

ANTONIO. Sì, sì, lo farò volentieri. Sarebbe certamente diventata caposala se fosse rimasta lì. Però è bello avere il tuo nome scritto dove passa tanta gente. Sono contento per Nina.

 

UN AMICO. Sai, Antonio, che anche lì dove io e te lavoravamo ora c’è un piccolo monumento dedicato a te?

 

ANTONIO. Ah, sì? Allora lo vedi che sei tu che esageri, come al solito? Si ricordano allora? E dimmi, come?

 

UN AMICO. È un oggetto elicoidale con sulla base scritto il tuo nome. È stato messo davanti all’ingresso del Reparto volo. Così chi entra lo vede.

 

ANTONIO. È come dico io, a te non va mai bene niente. Pretendi troppo. Vedi che si sono ricordati di me anche lì.

 

UN AMICO. No, no, Antonio, a ricordare si ricordano, anche spesso si è preferito tacere. E poi ti devo dire la verità?

 

ANTONIO. Sì, dimmi.

 

UN AMICO. Con gli anni il tuo nome su quel monumento si è sbiadito che quasi non si legge più.

 

ANTONIO. Dai non te la prendere, amico mio, a me basta così. E poi qui ho tutto, non mi manca niente, fatta eccezione per i miei figli, mia moglie, i miei cari, i miei amici e, naturalmente, mi manca il non poter volare. A proposito di volare, sono curioso, ma come è andata a finire la questione di quel volo senza ritorno dalla terra di Procida? Sai, quella storia dell’incidente dell’elicottero!

 

UN AMICO. E come vuoi che sia andata a finire, amico mio? È finita come finiscono molte cose quaggiù.

 

ANTONIO. Ah, rieccolo! Non capisco. Che significa? Fammi capire.

 

UN AMICO. E sì che hai capito! Qui lo sai come vanno a finire certe questioni.

 

ANTONIO. Spiegati meglio, dai. Come al solito non mi fai capire un accidenti.

 

UN AMICO. Si, Antonio si è chiusa così, senza trovare un responsabile. Ecco te l’ho detto!

 

ANTONIO. Nooooo! Non mi dire! Ma come? Non è possibile. Era così chiara la vicenda.

 

UN AMICO. Sì, per essere chiara era chiara, però ammettilo che si trattava di una cosa molto complessa. Mica tutti potevano capire certe cose. Gli elicotteri, amico mio, sono macchine complesse anche se a noi sembravano semplici. Intrecci di fili, leveraggi, circuiti elettrici, manopole, strumenti di controllo, strumenti di navigazione, parametri, procedure, avvertenze, divieti, regolamenti. Tutte cose che per noi erano facili. Comando passo ciclico, comando passo collettivo, leva motori su flight o su idle, minimo a terra, minimo in volo, Rotor Brake, Park and Emergency Brak, disco rotorico e tanto altro ancora. Cosa vuoi che ne capiscano i testimoni, gli avvocati, i giudici, che poverini davanti a fatti del genere mi sembrano tanto soli. Sai a volte mi è parso che qualcuno ci capisse poco. Ma questa è stata una mia impressione, eh! Non me la prendo con nessuno.

 

ANTONIO. No, dai, non mi dire?

 

UN AMICO. Eh, si. Purtroppo, si! Ora però non ti arrabbiare, ma a me è sembrato che sia emersa un’allusione anche ad una certa colpa tua! Io però non ci ho mai creduto, sai?

 

ANTONIO. E no, questo proprio non me lo dovevi dire!

 

UN AMICO. E, invece si! Non hanno proprio detto così, ma il senso si capiva.

 

ANTONIO. Pensa te! Beh, se le cose stanno così, allora mi devi consentire che qualche cosa la dica pure io. O no?

 

UN AMICO. Caspita. Tu puoi dire quello che vuoi. Tu e Nina siete i diretti interessati. Su quel campo sportivo avete respirato l’ultima aria.

 

ANTONIO. Sì, ora ti dico, aspetta, però. Bella Procida, vero? L’isola di Arturo, del Postino di Massimo Troisi. Avrei voluto portarci i miei bambini in vacanza. Lo pensavo mentre volavo quel giorno sul mare in tempesta e nel vento.

 

UN AMICO. Sì il vento. Ce n’era tanto quel giorno!

 

ANTONIO. Caspita che soffiava. Ed il vento, si sa, è il soffio di Dio. I venti danno vita, castigano, ammaestrano. Era un vento di ponente, forte al mattino, ma che si sarebbe calmato al calar del sole. Lo sanno, questo, gli isolani. Dalla lancetta dell’enometro ho capito che il vento era tanto e poi ce lo aveva detto anche il servizio meteo prima di partire. Ci avevano avvisato che c’era il vento a raffiche fino a 52 nodi. Fatti il conto, a quanti chilometri l’ora corrispondono 52 nodi?

 

UN AMICO. Aspetta, se un nodo corrisponde a 1,852 km/h, 52 nodi fanno quasi 100 km/h. Troppo, tropo forte. O no?

 

ANTONIO. Eh, sì, si! Già prima di mettere fuori dall’hangar l’elicottero, il servizio meteo ci aveva avvertito che il vento era forte. Forse, se gli avessero dato ascolto…!?

 

UN AMICO. Non ascoltarono neanche te a quanto ne so, vero?

 

ANTONIO. Sì, mentre ci preparavano per andare in volo, io molto arrabbiato dissi: Ma dove cazzo stiamo andando? Qui andiamo a morire! Scusa la parolaccia, ma dissi proprio così.

 

UN AMICO. Non ti preoccupare, ormai qui siamo tutti adulti. Anche i tuoi ragazzi si sono fatti grandi, lo sai?

 

ANTONIO. Eh, quanto mi mancano i miei ragazzi! Dimmi, li vedi ogni tanto?

 

UN AMICO. Certo che sì! Li ho seguiti. A volte da lontano, ho dato dei consigli a Michela, ma tutto apposto. Ora sono in Polizia anche loro, studiano e lavorano. Mi informo in Questura a Caserta e mi riferiscono che su di loro non c’è proprio niente da dire. Due bravi ragazzi. E poi, Pasquale è tale e quale a te, una goccia d’acqua. Non solo ti somiglia, ma addirittura ha le stesse tue movenze. Roberta poi si è sposata di recente.

 

ANTONIO. Caspita, allora si è fatta una donna? E come era al matrimonio, ci sei andato voglio sperare?

 

UN AMICO. Sì, al matrimonio ci sono andato, ma solo in Chiesa a vederli, come erano belli. Al pranzo non sono riuscito ad essere con loro e Michela si è arrabbiata un po’ con me. Stavano proprio bene. All’altare l’ha accompagnata Pasquale, che per Roberta è tutto, fratello, padre e amico. Erano molto belli, due figurini. Sai sono andati in America in viaggio di nozze. Ho visto le foto, mi sembrano felici. Stai tranquillo, se la cavano e poi c’è Michela che li segue passo, passo. Ha fatto un buon lavoro.

 

ANTONIO. Eh si, Michela. Sai mi è dispiaciuto molto lasciarle tutti i casini: la casa, i ragazzi da educare, farli crescere, la scuola, le bollette e il mutuo da pagare. E poi così all’improvviso. Mi dispiace, ma non è stata colpa mia.

 

UN AMICO. Tranquillo se l’è cavata, Michela. È stata forte ed ha dedicato tutta la sua vita ai vostri due ragazzi.

 

ANTONIO.  E dimmi, c’era gente al matrimonio?

 

UN AMICO. Sì, tanta gente, i tuoi fratelli, gli amici, i parenti. C’era pure Eugenio. E poi all’improvviso nel cielo sopra la chiesa è comparso un elicottero, uno dei nostri. A Roberta avrà fatto molto piacere vedere l’elicottero volteggiare sulla sua chiesa e sulla sua festa. Avrà chiuso gli occhi e pensato che lì sopra ci fossi tu.

 

ANTONIO. Bene, bene mi hai dato una buona notizia. Torniamo alle brutte.

 

UN AMICO. Sì, stavamo dicendo che ti arrabbiasti e che avesti un presentimento che purtroppo si rivelò concreto.

 

ANTONIO. Sembrava tutto surreale quella mattina, compreso il tempo. Il vento che soffiava e l’uomo che voleva fare qualcosa che riteneva buono fare, ma le forze della natura sono più forti di qualsiasi altra forza. Ora da qui, da dove sono, queste cose si capiscono ancora meglio.

 

UN AMICO. Certo, certo.

 

ANTONIO. È vero, andammo a salvarne uno e ne perdemmo due.

 

UN AMICO. E si,  la vostra somiglia tanto alla storia di Cloridano e Medoro dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

 

ANTONIO. Non andò come si voleva che andasse. Sai quando si dice la catena degli eventi?

 

UN AMICO. E sì, se ti stavano a sentire! Forse la catena rimaneva integra e non si spezzava e voi stavate ancora qui. E chi può dirlo? E allora dimmi, secondo te, che eri lì in quella bufera di vento, in quel campo sportivo nella parte più alta dell’isola, che successe? Perché l’elicottero si ribaltò?

 

ANTONIO. Proprio lo vuoi sapere? Sai non vorrei che poi qualcuno si pigliasse collera. Sai come sono fatto io, no? Io penso che tutto si possa accomodare, che c’è un rimedio per ogni cosa.

 

UN AMICO. E dai, tranquillo, non ti preoccupare, sono sincero, lo dico solo ad un migliaio di persone.

 

ANTONIO. Un migliaio di persone? E come fai, gli mandi una lettera? Dai non fare lo scemo. So che conosci un sacco di gente, ma un migliaio di persone interessate a questa storia mi sembra davvero un’esagerazione.

 

UN AMICO. Intanto ti sbagli sull’interesse che le persone normali hanno per la storia tua, di Nina e di quelli come voi. Tutte le volte che ho parlato di voi la gente è rimasta lì incollata a sentire fino all’ultima parola.

 

ANTONIO. Va bene. Ti credo, ma come fai a dire questa cosa a mille persone? Questo non mi spiego.

 

UN AMICO. Con Facebook.

 

ANTONIO. Che cosa?

 

UN AMICO. Sì Facebook. Ora ti spiego. Ti ricordi le email? I messaggi di posta elettronica? Internet? Erano appena usciti quando tu stavi qui. Ora si lavora e si scrive solo con quegli strumenti lì. Ed hanno inventato anche i social network come Facebook, Twitter, whatsApp e tante altre diavolerie ancora. È più facile usarli che spiegarli, ma il fatto è che con questi parli contemporaneamente con tutto il mondo.

 

ANTONIO. Se le cose stanno così, allora ne avete fatta di strada laggiù, eh?

 

UN AMICO. Tu non lo sai, ma alcuni tuoi amici, che fecero pure un’associazione dedicata a voi due, questi strumenti li hanno già usati all’indomani della vostra tragedia anche per diffondere la tua vicenda. Fecero un sito internet che si chiamava così: www.incipricida.it e lì sopra ci misero tutto, la storia, le foto, parti del libro scritto in memoria di Nina e tua. Lo presentarono al Senato e c’erano tutti i parlamentari, di tutti i partiti, perché la tua  è stata una storia importante ed è servita a far cambiare molte cose, anche se altre sono rimaste com’erano. Però, dai torniamo alla storia. Che mi stavi dicendo?

 

ANTONIO. Sì, sì ora ti dico, aspetta un attimo, però. Un libro, un sito internet, come lo chiami tu. Caspita, ne avete fatte di cose in nome nostro?

 

UN AMICO. Sì, qualcosa abbiamo fatto. È stato scritto anche un concerto per voci recitanti e quartetto d’archi, tutto per voi, per Nina e per te. Non lo sai?

 

ANTONIO. Certo che non lo so. E come faccio a saperlo? Qui si è fermato tutto a quel 18 novembre e di voi non ho saputo più niente. E come si intitola questo concerto?

 

UN AMICO. Si chiama “Le mie lacrime non le vendo. Dialoghi tra la donna dell’isola e l’uomo della barca”. Ci siamo immaginati un dialogo tra la donna dell’isola, che è Nina, e l’uomo della barca, che saresti tu. Fu ispirata alla vostra storia e lo spunto per il titolo lo diede Tommaso, il fratello di Nina. L’opera la rappresentammo il 27 marzo del 1999 a Procida nell’abbazia di San Michele Arcangelo a Terra Murata. Sai, la recitarono attori importanti, come Luisa Pasello e Renato Carpentieri. Dovevi vedere quanta gente c’era. Tutta l’isola, il sindaco, le massime cariche, gente venuta da Roma, gli amici piloti, i tecnici e le hostess dell’Alitalia, gli amici del sindacato, c’era pure Roberto Sgalla. Venne un sacco di gente anche del tuo paese, da Grazzanise. Altri, invece, preferirono non venire.

 

ANTONIO. Caspita, pure Renato Carpentieri, il vice questore della fiction televisiva “La Squadra”, quello bravo?

 

UN AMICO. Sì proprio lui e poi i musicisti del Maggio Fiorentino. Fu una cosa bella, la chiesa era pienissima. Un successo, insomma.

 

ANTONIO. Sei un diavolo, sì perché l’immagino che dietro a tutto questo ci sei sempre tu. Non mi dire di no! Che bello, mi piacerebbe leggerla.

 

UN AMICO. Va bene, la metto su Facebook, allora!

 

ANTONIO. Che fai mi sfotti? Pensi che per il solo fatto che me lo hai appena accennato che da voi esiste questo strumento, qui io lo possa trovare facilmente? Qui noi viviamo un’altra dimensione dalla vostra. Torniamo a noi, dai che è meglio, va! Stavamo parlando dell’elicottero e di come si ribaltò. Lo vuoi sapere o no?

 

UN AMICO. Certo, certo, ma non ti arrabbiare.

 

ANTONIO. Allora, riprendiamo il filo. Ti ho detto no, che prima di partire io ero molto arrabbiato?

 

UN AMICO. Si me lo hai detto. E poi?

 

ANTONIO. Mi parve che anche l’operatore della torre di controllo disse che c’era il vento.

 

UN AMICO. E il volo come andò?

 

ANTONIO. E che vuoi che ti dica? Eravamo abituati a volare con il mal tempo, ma quello fu un volo particolare. Per arrivare a Procida ci mettemmo il doppio del tempo che di solito occorreva. L’elicottero faceva fatica ad andare avanti. Il vento ci sballottava su e giù, di qua e di là. Faceva paura, insomma. E poi, a me che non so nuotare, il mare sotto mi faceva ancora più paura

 

UN AMICO. Però arrivaste a Procida, atterraste sul campo sportivo?

 

ANTONIO. Certo, con difficoltà, ma prima di noi arrivarono i gabbiani. I gabbiani arrivano sempre prima di ogni tempesta. Atterrammo.

 

UN AMICO. Sembrava fatta, dunque?

 

ANTONIO. Si, atterrammo e fu come aver lasciato una preoccupazione alle spalle. Io scesi, allontanai la gente. Però, amico mio, ora che ci penso, a che serve a distanza di quasi vent’anni ripercorrere quella vicenda? In fondo, ora che mi fai riflettere, lo sappiamo anche qui che certe questioni lì da voi vanno a finire come è andata a finire la mia. Vedi amico mio, a volte sono i dettagli che fanno la differenza. Tu lo sai meglio di me, perché queste cose le hai studiate.

 

UN AMICO. Sì è proprio così, non devo spiegare niente. Lo hai detto tu! Però ora non c’è quasi nulla da fare. Le cose sono andate così e che ci lamentiamo a fare? Mi dispiace per te amico mio e anche per me che sono quasi vent’anni che non ti vedo più. Sai alla partita non ci vado più. Mi piaceva poco il calcio già allora, ma senza di te non c’è più neanche quel poco di gusto. Per più di dieci anni io e qualche altro amico nostro abbiamo giocato la partita della tua memoria e della tua onorabilità e ce l’hanno fatta pagare a caro prezzo, ma non siamo pentiti. Per te lo rifaremmo. Lo rifaremmo, perché ci è sembrato davvero ingiusto che due persone come te e Nina lasciassero questo mondo nel modo in cui l’avete lasciato voi. È profondamente ingiusto.

 

ANTONIO. Grazie, amico mio. Dei poveri e dei morti ci si rammenta solo quando bisogna esibirli. Per te so che non è così. Fermiamoci qui, perché le parole costano fatica. Dove ci si rivede il prossimo anno?

 

UN AMICO. Non lo so, ma penso ad una sorpresa per te. Ciao amico mio al prossimo anno, perché ora non c’è più il vento cattivo e la barca non è più senza governo. Ora che ci penso, ti va di rivedere Procida?

 

ANTONIO. Si, come no! Lo chiedo anche a Nina, forse verrebbe anche lei. Si narra che, mentre la portavano via dall’isola, rivolta all’uomo della barca, le sue ultime parole furono; “Senti, non mi va di vedere Procida mentre si allontana e si confonde, diventa come una cosa grigia. Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio che io non guardi là. Tu avvisami in quel momento”. Chissà, forse ora avrà cambiato idea. Ciao amico mio, all’anno prossimo, allora, anche se so che ogni tanto un pensiero di qua lo butti.

 

About Tommaso Morlando

Giornalista pubblicista - Fonda il "Centro studi officina Volturno" nel 2002 e di conseguenza anche il Magazine INFORMARE. In un territorio "difficile" è convinto che attraverso la cultura e l'impegno civico sia possibile testimoniare la legalità contro ecomafie e camorra. Liberi e indipendenti da ogni compromesso personale e partitico. Il nostro scopo è quello di fare corretta e seria informazione, dando voce ai più deboli e alle "eccellenze" dei nostri territori che RESISTONO. Abbiamo una storia ancora tutta da scrivere e da raccontare, ma la faranno i nostri giovani...ormai il seme è germogliato e la buona informazione si sta autodiffondendo.